Come promesso nella precedente puntata dobbiamo approfondire il legame fra linguaggio e metodo, sul quale – con un percorso forse un po’ contorto – sto in realtà dibattendo sin dai primissimi interventi in questa rubrica. Come ho cercato di spiegare precedentemente, qualora potessimo stabilire che il linguaggio è il metodo, avremmo una base teorica potente per definire natura dei dati, organizzazione procedurale della ricerca (vale a dire: le tecniche), criteri di interpretazione dei risultati. Non quindi teorie sociologiche per descrivere e interpretare i risultati (che sono e restano fondamentali) ma una sorta di meta-teoria, una teoria del metodo che precede e orienta ogni successiva teoria sociale. Per chi fosse scettico inizierò a mostrare come già il livello semantico sia ampiamente oggetto di attenzione in metodologia, e partirò da un grande classico, il paradigma lazarsfeldiano.

Che cos’è il paradigma lazarsfeldiano?

Il paradigma lazarsfeldiano altro non è che una traccia logica, una pista abbastanza generale per guidare il ricercatore nella scomposizione di un concetto complesso al fine di identificare gli indicatori. Un passo indietro: quando iniziamo ad affrontare una nuova ricerca, l’oggetto è riferibile, solitamente, a questioni ampie, sfaccettate, multidimensionali, come per esempio: “La crisi della famiglia nella società postindustriale”; “Giovani laureati e industria 4.0”; “La diffusione degli stereotipi nella società globalizzata”. Ognuno di questi tre titoli, di questi tre oggetti di ricerca, sono definibili come concetti che – seguendo Marradi – possono essere descritti come “luoghi di significati socialmente costituiti, che contribuiscono all’organizzazione ed alla comunicazione infra- ed inter-individuale: ‘tavolo’ è un concetto, come ‘rabbia’, come la frase ‘Gli elettori decidono all’ultimo momento il partito per cui votare’, che è un concetto complesso costituito da più concetti”. Ora: è evidente che un concetto (oggetto di una nostra ipotetica ricerca) quale “La crisi della famiglia nella società postindustriale”non è in alcun modo operativizzabile data la grande astrattezza; di che tipo di ‘crisi’ stiamo parlando? Quale o quali ‘famiglie’? Cosa intendiamo con ‘società postindustriale’? Il ricercatore quindi deve meglio definire ognuno di questi elementi specifici, scomponendone il significato in elementi costitutivi più bassi nella scala di generalità. Il paradigma lazarsfeldiano non è altro che lo schema generale che si segue in questa discesa, scomponendo un concetto astratto in dimensioni (ancora abbastanza astratte e alte nella scala di generalità), poi eventualmente in sottodimensioni (meno astratte, meno “alte”), e infine in indicatori.

Il livello degli indicatori

Se vi sembra troppo astruso ecco lo stesso schema applicato a un’ipotetica indagine sulle tossicodipendenze. Il livello finale, quello che viene chiamato degli indicatori, è il livello per il quale il ricercatore – a causa del basso livello di generalità – può immaginare delle definizioni operative, ovvero delle modalità empiriche di rilevazione del dato (per esempio: domande in un questionario). Ritorniamo alla semantica: tutto questo percorso si basa su una relazione semantica fra concetto, dimensioni e indicatori. Ogni indicatore – si suppone – “copre” semanticamente una porzione di dimensione che, analogamente, copre semanticamente una porzione di concetto.

La copertura semantica

Questa copertura semantica non è misurabile; non è determinabile, validabile, certificabile in alcun modo. Ha natura semantica, il che vale a dire che solo un corredo argomentativo consente di mostrare (non già “dimostrare”) che quelle dimensioni, e non altre, sono opportune, appropriate, complete, e che quindi il concetto è interamente coperto (se così non fosse, le parti non coperte non diverrebbero oggetto d’analisi, con un chiaro deficit conoscitivo della nostra ricerca) e che non si sono coperti – per errore – altri concetti estranei (questo sarebbe veramente peggio, perché andremmo ad esplorare qualcosa d’altro, semmai affine ma diverso, senza accorgercene). Stessa cosa per gli indicatori. Le definizioni operative di una ricerca, in sostanza, dovrebbero essere il frutto di un percorso semantico di questo genere e, avendo tale natura, gli indicatori operativizzati sono soggetti alle regole della semantica e della sua logica e non, per esempio, a ipotetiche e irrealistiche logiche causali, semmai determinate e “validate” da indici di una qualche natura. Per chiarire meglio vi propongo una terza figura che mostra cosa intendere con “copertura semantica” di un concetto (in questo caso ‘disagio giovanile’).

Considerate questa breve presentazione del paradigma lazarsfeldiano come una piccola introduzione alla logica semantica applicata alla ricerca sociale. La prossima volta vi mostrerò come la riflessione semantica guidi la conduzione di gruppi di lavoro.

Claudio Bezzi

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