La fibromialgia è una patologia cronica caratterizza da intenso dolore ai fasci muscolari e ai tessuti fibrosi (tendini e legamenti) associata a rigidità muscolare, astenia (diminuzione della forza con affaticabilità), insonnia o disturbi del sonno, alterazioni della sensibilità (eccessiva percezione degli stimoli), calo dei livelli di serotonina, possibili disturbi d’ansia e depressivi, perdita della memoria e deficit dell’attenzione.

Cosa comporta la fibromialgia

Al dolore, che si presenta spesso a intervalli di tempo differenti, sono principalmente interessate zone come la colonna vertebrale, le spalle, il cingolo pelvico, i polsi e le cosce ma nessuna parte del corpo è totalmente esclusa, se caratterizzata dalla presenza di muscoli, ossa, nervi e tessuto epidermico. Insorge prevalentemente nei soggetti di genere femminile in età adulta (dalla seconda alla quinta decade, con picchi verso i 25-35 anni e i 45-55 anni), anche se non sono rari i casi di fibromialgia in età pediatrica o durante l’adolescenza. Si attesta allo 0,5% nei maschi e al 3,5% nelle femmine. L’eziologia è sconosciuta ed è considerata perciò una sindrome reumatica non tipica. Sono assenti evidenti segni di alterazioni ematiche, muscolari, neurologiche e radiografiche; non ci sono aspetti istopatologici (danni sui tessuti evidenziabili al microscopio) caratteristici: la fibromialgia viene diagnosticata per esclusione di altre patologie e successiva “tender points” (presenza di specifiche aree algogene alla digitopressione). Non è quindi un caso che molti pazienti vadano incontro a complicate e a volte ripetitive valutazioni prima di una diagnosi specifica.

Le cure: solo opzioni controverse

Non esiste una terapia universalmente adottata la cui efficacia sia provata scientificamente. Molti sono infatti i farmaci impiegati (ansiolitici ed antidepressivi, antiepilettici, analgesici ed oppiacei) in maniera non conforme da quanto specificato nelle caratteristiche del prodotto: l’uso “off-label” riguarda molecole conosciute ed utilizzate da tempo, per le quali evidenze scientifiche ne suggerirebbero un loro impiego, anche in situazioni cliniche non approvate da un punto di vista regolatorio. Molti pazienti hanno riscontrato notevoli miglioramenti avvalendosi della cannabis terapeutica, grazie ai suoi effetti analgesici, miorilassanti, antidepressivi ed ansiolitici. L’impiego terapeutico della cannabis in Italia è legittimo: l’origine di questo percorso sperimentale è da individuare nel 2006, quando venne pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il testo aggiornato del Decreto Presidente della Repubblica Francesco Cossiga del 9 ottobre 1990, n° 309 (DPR 309/90), recante “il testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”.

L’uso della cannabis

Il 18 luglio 2006, il Ministro della Salute Livia Turco ha emanato un’ordinanza per autorizzare “l’importazione di medicinali a base di THC per la somministrazione a scopo terapeutico, in mancanza di alternative terapeutiche, a pazienti che necessitano di tali medicinali”. Ad oggi, sono undici le Regioni (possono deliberare autonomamente in materia di Sanità) favorevoli alla somministrazione. La cura può avvenire sia in ambito ospedaliero, sia in ambito domiciliare: in entrambi i casi è prevista l’erogazione gratuita e necessitano una prescrizione medica. L’unica materia prima ammessa (Fm2), prodotta dall’Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze, è in quantità assolutamente insufficienti per chi soffre di questa ed altre patologie trattabili con la stessa terapia. Ciò ha supportato un’incontrollata diffusione di farmaci galenici: si tratta di preparati, commercializzati da farmacie e parafarmacie, che non prevedono l’utilizzo di principi attivi specifici ma di erbe officinali (tra cui appunto la cannabis). Sono a pagamento e il prezzo è a discrezione del rivenditore.

Un tabù culturale

A differenza di altri stati europei, l’Italia non accetta l’invalidità per chi soffre di sindrome fibromialgica, pur essendo stata riconosciuta come malattia dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) nel 1992. Molti pazienti procedono con una domanda di riconversione che assicuri loro un’invalidità parziale per una causa indiretta come la fatica cronica o la depressione: è giusto farne un mero problema di natura psicologica? L’attuale situazione economica del Paese non consente, tra l’altro, aumenti nel campo delle spese sanitarie e sociali. La fibromialgia si può ritenere una malattia sociale, poiché oltre alle spese che il paziente deve sostenere per esami diagnostici e terapie, comporta costi indiretti molto elevati rappresentati da una riduzione della capacità lavorativa, con assenze per malattia o demansionamenti. Vi sono poi i cosiddetti “costi intangibili”, come il peggioramento della qualità della vita e un’enorme difficoltà di gestione delle relazioni. Si tratta, in sostanza, di prendere atto del fatto che la conoscenza pubblica è una “costruzione sociale”, del tutto arbitraria e selettiva: ignorare (volutamente?) una patologia cronica e invalidante come la fibromialgia significa rendere invisibile chi invece avrebbe bisogno di sostegno e comprensione. Non c’è una ragione valida per negare ad una categoria di persone indubbiamente svantaggiate il diritto alla salute (se non alla libertà, considerando i vincoli a cui sono costretti). Spesso il solo fatto di sapere che non si tratta di una patologia mortale, permette a chi ne soffre di sviluppare un’attitudine “positiva”, predisponendosi senza troppe difficoltà alle terapie.

Giulia Marra

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