L’antropologia, lungo il suo percorso, ha adottato molti metodi e metodologie per studiare il suo oggetto di studio: le culture umane. La condizione umana è l’unica a distinguersi tra le altre specie per la produzione di cultura. Essa rappresenta un mezzo attraverso cui l’uomo si adatta all’ambiente in cui vive e lo trasforma; tramite cui, inoltre, può esercitare un’influenza sulla propria genetica. Ma se ai suoi arbori, nella seconda parte dell’XIX secolo, l’antropologia era praticata dai suoi autori perlopiù “a tavolino”, ossia studiano le culture altre tramite i resoconti di viaggiatori ed esploratori, col passare degli anni si avvicinò sempre di più ai popoli e alle culture: prima tramite dei mediatori, con la cosiddetta antropologia da veranda, e infine immergendosi completamente in essa, con la celebre ricerca sul campo che ha contraddistinto gli antropologi e l’etnografia durante tutto il novecento.

Dal positivismo alla svolta riflessiva

Tuttavia, con il lavoro sul campo e le relazioni sociali che con questo ne conseguivano, si passò da una approccio positivo ad uno più riflessivo. Su questo aspetto è importante la rivoluzione operata da Clifford Geertz con la sua opera “L’interpretazione di culture“. La sua visione ha rinforzato l’efficacia euristica e concettuale dello studio della cultura e si è imposta per molto tempo come la modalità più appropriata, mettendo al bando l’etnocentrismo. L’antropologia non poteva considerare la cultura come un dato oggettivo in cui l’osservazione e la semplice esperienza era sufficiente nella comprensione dei molteplici aspetti di culture complesse; tale comprensione doveva passare tramite un approccio più ermeneutico, più riflessivo e contestuale, risultato delle relazioni soggettive e delle interazioni sociali tra antropologo e oggetto di studio ma che non per questo non aveva una validità conoscitiva.

La cultura come testo

Riprendendo Weber, per Geetrz “l’uomo è immerso in una ragnatela di significati“. La cultura è un sistema di simboli e di significati e pertanto “le forme cultuali si possono trattare come dei testi. Il vero principio guida è che le società come le vite umane contengono la propria interpretazione. Si deve solo imparare a come averne accesso”. Un gesto banale, come ad esempio strizzare l’occhio, non può essere compreso senza fare riferimento ai significati che può assumere secondo le circostanze. La ricostruzione del senso, quindi, per l’autore americano allievo di Parsons, passa attraverso la “thick descrition“, per cui “l’antropologo si sforza di leggere (la cultura) sopra le spalle di quelli cui appartiene di diritto“. L’antropologo deve ricostruire sui diversi livelli di interpretazione il testo della cultura così da poterli analizzare e comprendere, cercando di esplicitare quali strutture gli attori vivono.

Il combattimento dei galli a Bali

Famosissima la ricerca che ha condotto l’autore americano a Bali, in Indonesia, in cui fornisce un esempio pratico del suo approccio interpretativo: la lotta dei galli. Se ad una lettura superficiale questa pratica può sembrare bizzarra e per certi versi anche crudele, Geertz analizzandola ne scopre molti più aspetti di quanto si potesse inizialmente immaginare. Gli uomini della cultura balinese si identificano psicologicamente e simbolicamente con i propri galli che, in accordo con la loro concezione del corpo intesa come un insieme di parti animate ma separate, considerano come dei peni staccati dal proprio corpo. Una sorta di genitali ambulanti. Non a caso in lingua inglese “lotta dei galli” si indica con il termine “cock-fighting” che ha un significato ambivalente. Nella lingua balinese invece il termine “gallo”, “Sabung”, viene usato in senso metaforico anche per dare il significato di “eroe” e le qualità maschili sono continuamente filtrate attraverso comparazioni incentrate sui galli. Oltre alla virilità, i galli sono anche considerati un’espressione simbolica di ciò che rappresenta l’esatto contrario della condizione umana: l’animalità. A quest’ultima è collegata anche un’altra dimensione simbolica della cultura balinese: il potere ultraterreno. Le figure demoniache e il potere demoniaco fanno riferimento ad animali. Il combattimento tra galli assume quindi un senso e un significato molto forte e molto profondo nella popolazione balinese: è un rito in cui bene e male, animale e umano, terreno e spirituale si fondono in un combattimento cruento e si mettono in palio non solo soldi (attraverso il sistema di scommesse che ruota intorno a questi eventi), che pur rappresentano un simbolo di importanza morale, ma anche onore, rispetto e stima tra singoli, tra famiglie e tra classi sociali. Infine per la ricchezza e l’eterogeneità delle emozioni che offre, dalla gioia al dolore, dalla rabbia all’eccitazione passando per la felicita e l’odio, il combattimento tra galli è considerato dai balinesi una fase fondamentale per l’educazione emozionale e per la consapevolezza della propria sensibilità.

L’interpretativismo poi verrà superato da altre prospettive che ne hanno sottolineato le criticità quali il fatto di considerare la cultura come un insieme chiuso, implicito e privo di svolgimento. Senza una dimensione pragmatica e narrativa. Clifford Geertz e le sue opere sono però destinate a rimanere per sempre una parte importante della storia dell’antropologia e dello studio della cultura.

Valerio Adolini

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