La politica è una sfera di attività sociali interconnessa e interdipendente con le altre sfere dell’economia e della cultura. Regola la vita collettiva della comunità (quindi di un territorio) gestendo i conflitti e le risorse in cui “le poste in gioco” sono a base economica e culturale attraverso l’esercizio del potere. Nel corso del tempo quindi, per affrontare e dare risposta a nuovi problemi collettivi, nuove esigenze economiche e reagire a cambiamenti culturali, essa cambia, assumendo nuove forme e nuove modalità di azione.

Dal modello keynesiano a quello neoliberale

Dopo la Grande Crisi (di sovrapproduzione) del ’29 , ad esempio, per dare risposte agli effetti di questa si è entrati in un periodo caratterizzato dalla forte presenza dello stato nei processi economici e sociali identificata come lo Stato del welfare keynesiano che segnava anche il passaggio alla Liberal-democrazia. L’intervento consisteva nel sostegno della domanda attraverso spesa pubblica e politiche sociali per la riproduzione del sistema economico, anche per mitigare la forte propensione alla mobilitazione dei lavoratori del tempo, ammortizzandone i conflitti. A partire dagli anni ’70, invece, per effetto della globalizzazione dei processi produttivi, della nascita delle nuove tecnologie, della finanziarizzazione dell’economia, si passa ad un fase neoliberale, caratterizzata dalla minore presenza dello Stato nell’economia in cui viene data una maggiore centralità del mercato e dei modelli culturali e organizzativi basata sulla sfera privata nella convinzione che il mercato e la sfera economica siano migliori della politica nel gestire i conflitti e nel distribuire le risorse. Lo Stato ora attua politiche economie per sostenere l’offerta tramite il cosiddetto “stato post-nazionale del Workfare shupeteriano” promuovendo competitività attraverso innovazione e flessibilità del lavoro (sia in entrata che in uscita) attraverso una serie di processi quali privatizzazioni e deregolazione del mercato che vengono detti neoliberalizzazione (il jobs act ne è un’esempio).

Questione di governance

In questa fase neoliberale tutt’ora in atto si rilevano anche dei cambiamenti nel rapporto tra politica e società e nelle forme istituzionali che si strutturano. Per affrontare problemi di scala maggiore a quella nazionale è cambiata la collocazione dello Stato all’interno di reti di potere più ampie. Gli stati ora delegano sia potere verso l’alto, conferendo potere a organi trans e sovranazionali (come ad esempio l’Unione Europea), sia verso il basso, decentrando il loro potere, assegnandone di maggiore alle istituzioni locali. Secondo alcuni politologi come Weiss, tutto ciò “offre da un lato un sorprendente e desiderabile ordine globale e stabilito” ma anche “delle arene politiche in cui i risultati sono però distorti a favore degli stati più forti”, come ribadisce Held. Si passa quindi da un modello gerarchico e burocratico ad una serie di modelli di governance reticolati caratterizzati inoltre da un grado maggiore di cooperazione e interazione tra lo Stato e attori non statuali all’interno di reti decisionali sia pubbliche che private non basate sull’autorità ma su relazioni paritarie disciplinate da regole negoziate e concordate tra i partecipanti.

Depoliticizzazione e post-democrazia

Con la neoliberalizzazione si verifica allo stesso tempo una contrazione della presenza pubblica causata dalle privatizzazioni e deregolamentazioni e si introducono regole e prassi in cui l’azione pubblica è configurata come una miscela pubblico-privato per favorire competitività e crescita economica e in cui gli attori economici hanno un potere rilevante. Le istituzioni politiche rinunciano, in questa fase, alla loro autosufficienza riconoscendo la loro dipendenza da altri attori. Si depoliticizzano le arene politiche e si politicizzano le arene distanti dalla politica. L’esercizio del potere e delle competenze decisionali passa da arene o cariche elettive nelle mani di attori esterni, distanti dalla dimensione politica o ad arene di scala più ampie e forti perché considerati neutrali, obiettive, più tecniche e specializzate soprattutto in ambito economico (ne sono un esempio il WTO, la BCE, il fondo monetario internazionale). Colin Crouch ha definito questi cambiamenti come post-democrazia: “una configurazione in cui il potere viene esercitato, e le decisioni prese, all’interno di un sistema ristretto di relazioni formato da esponenti dell’economia della finanza, della burocrazia, della tecnocrazia e dei vertici di governo con caratteristiche e strumenti simili a quelle precedenti all’avvento della democrazia“.

Come cambiano i partiti?

A causa delle nuove condizioni economiche e culturali create dalla globalizzazione, anche  i partiti si sono evoluti, sia nella dimensione culturale che organizzativa. Data l’egemonia del neoliberismo, si verifica una minore rilevanza nel significato attribuito alle differenze ideologiche di “destra” e di “sinistra”. Sul piano delle credenze, infatti, queste sono più omogenee ed hanno spesso distinzioni programmatiche anche se mantengono delle differenze sul modo in cui queste vengono tradotte in soluzioni politiche. Oggi vengono meno i partiti di massa. Secondo molto autori il conflitto centrale tra capitale e lavoro che aveva caratterizzato il  ‘900 e che aveva favorito la formazione dei partiti di massa viene attenuato dal credito al consumo: attraverso forme di assicurazione, rateizzazione e prestiti si mantiene invariato il potere d’acquisto dei lavoratori mitigando individualmente il conflitto collettivo, insieme alla stessa globalizzazione che ha ridotto la forza della mobilitazione collettiva dei lavoratori, delocalizzandoli in tutto il mondo. I partiti quindi cambiano le strategie per riprodurre e raccogliere il consenso elettorale. In questa cornice si affermano i cosiddetti partiti piglia-tutto. Visto la frammentazione ideologica non si fa più riferimento ad una base sociale specifica ma si mira a stabilire rapporti con una tipologia sociale più ampia di elettori “fluttuanti“, con programmi e ideologie più spostati verso il centro e “moderati” in un periodo in cui si assiste ad un ritorno dell’importanza assunta dal leader (più che dal partito) e caratterizzato dal populismo.

Valerio Adolini

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