La cultura, insieme di valori, simboli, norme, credenze religiose e ideologie circola nel mondo sociale attraverso discorsi, parole dette o scritte, dunque attraverso il linguaggio. Quest’ultimo è formato dal complesso dei simboli che vengono scambiati tra gli esseri umani. Il linguaggio è la principale forma di oggettivazione dell’espressività umana. L’interesse dei sociologi classici da Durkheim, Weber e Simmel, era quello di rilevare la centralità dello studio della cultura partendo dal problema di come gli aspetti simbolici si connettevano a livello delle relazioni sociali e, di conseguenza, sulla struttura sociale.

Il rapporto tra linguaggio e cultura

Non vi è dubbio che oggi il linguaggio e il modo di scambiare simboli sia profondamente cambiato. Basti pensare ai genitori di oggi che fanno fatica, quasi si sentono emarginati dal linguaggio dei giovani e dei giovanissimi. D’altronde si sa, parlare uno stesso linguaggio, vestirsi allo stesso modo, ascoltare la stessa musica, sono elementi fondamentali per l’affermazione di un’identità culturale specifica. Il linguaggio e la cultura, ricalcando l’ipotesi relativistica di Sapir-Whorf, sono in stretta connessione tra loro, in quanto, il linguaggio parla la cultura di un gruppo sociale; in altre parole, il suo vocabolario riflette la cultura cui rappresenta. La struttura di una lingua condiziona il modo con cui un individuo comprende e percepisce la realtà. Il mondo reale sarebbe così costituito da tutto ciò che un individuo è in grado di nominare. È possibile dunque sostenere che un rapporto tra linguaggio e cultura esiste in quanto la storia della lingua e la storia della cultura di un popolo camminano parallelamente.

Un nuovo modo di parlare

I mutamenti tecnologici avvenuti nell’ultimo decennio hanno modificato profondamente il modo di vivere dell’uomo e, in particolare, il suo modo di parlare e scambiare simboli. Nuove parole e forme idiomatiche sono state assimilate dalla cultura dell’uomo. Internet, e tutto ciò che gli si connette,  ha modificato il modo di parlare, scambiare simboli, dare significato alla realtà. Come afferma il sociologo Derrick de Kerckhove, “La rete forma in modo sempre più preciso una sorta di aura globale d’intelligenza connessa e di memoria a disposizione di tutti. Il problema è capire come rendere tutto ciò socialmente fruttuoso”. Lo scrittore statunitense Nicholas G. Carr sottolinea come, nonostante i numerosi vantaggi, attraverso la rete si stia sacrificando la capacità di pensare in modo critico. Che piaccia o no, secondo Carr “La Rete ci sta riprogrammando a sua immagine e somiglianza, arrivando a plasmare la nostra stessa attività celebrale”. Lo scrittore non lascia spazio all’ottimismo; nell’arco di pochi anni si diffonderà un senso di superficialità, si diventerà incapaci di concentrarsi se non per pochi minuti, e non ci sarà più la capacità di saper discernere un’informazione importante da una meno rilevante.

Il web e il sistema nervoso

Decine di scienziati in tutto il mondo condividono il suo pensiero. “L’uso di Internet e degli altri potenti strumenti di comunicazione sta modificando i neuroni del nostro cervello, sempre pronti ad adattarsi a nuove situazioni. È come se la tecnologia stesse riprogrammando le nostre menti” ha confermato al New York Times Nora Volkow, una delle più brillanti studiose del sistema nervoso centrale. La mole d’informazioni che ci arrivano attraverso il web, il telefono, le e-mail, non cambia solo il modo con cui le persone si informano ma, soprattutto, il modo di pensare, di reagire e scambiare simboli dotati di senso.

Una vera e propria dipendenza

Durante lo scorrere delle giornate, gli stimoli che si ricevono, senza interruzione, provocano il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore prodotto in diverse aree del cervello, che agisce sul sistema nervoso allo stesso modo del cibo e del sesso: la dopamina, creando dipendenza, genere una sensazione di vuoto e di noia quando questo bisogno non è immediatamente colmato.  Il web – afferma Carr – non ci incoraggia mai a fermarci, ci tiene in uno stato continuo di movimento”. Il cervello, adattandosi a queste ripetute distrazioni, trasforma gli essere umani in pensatori superficiali, incapaci di concentrarsi, di leggere un testo lungo e di connettere in modo logico le informazioni che si ricevono. Carr, citando Seneca, ricorda che essere dovunque – come consente di fare Internet – “equivale a non essere in nessun luogo”. Solo quando ci si concentra su una singola informazione è possibile associarla con quelle già fissate in precedenza nella memoria.

Probabilmente i tempi sono ancora prematuri per destare preoccupazioni: le modifiche che la tecnologia sta provocando a livello celebrale non sono poi così diverse o più gravi di quelle già verificatesi nel corso dell’evoluzione. L’astrofisico Stephen Hawking sostiene che gli esseri umani siano entrati in una nuova fase evolutiva. “Le informazioni utili al nostro DNA hanno subito in milioni di anni alcuni milioni di bit di modifiche. Ma lo hanno fatto al lentissimo ritmo di un bit all’anno”. Dunque le modifiche prodotte dagli stimoli esterni saranno molto più veloci di quelle darwiniane e non è escluso che i sistemi di comunicazione del futuro generino una nuova specie umana. 

Emanuela Ferrara

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