Nei questionari faccia a faccia (ormai rari perché costosi e sostituiti con inaffidabili CATI e CAWI) c’è ampio spazio per decidere gli item più utili e necessari, e fra questi possono essere inserite domande aperte. Com’è noto la domanda si dice “aperta” quando non prevede un elenco di possibili risposte fra le quali scegliere ma lascia libertà all’intervistato di esprimere il suo pensiero. Le domande aperte sono estremamente utili per rilevare gli stati d’animo, le opinioni, gli atteggiamenti senza costiparli nella visione pre-definita (e per ciò potenzialmente errata) del ricercatore.

Esempio:

Cosa ne pensa del continuo arrivo di migranti e rifugiati dal Medio Oriente e Nord Africa?

A questa domanda, volendola chiudere, potremmo immaginare, come risposte:

1 Sono poveretti, è giusto accoglierli

2 Sarebbe giusto accoglierli ma sono troppi

3 Mi dispiace per loro ma dovremmo regolamentare gli arrivi con più rigore

4 Sono troppi e non possiamo gestirli

5 Sono da respingere perché creano solo problemi

6 Altro (specificare: _____________________________________________)

Le risposte chiuse potrebbero essere articolate in molti altri modi, anche migliori, lasciando probabilmente la possibilità “Altro (specificare)” per la consapevolezza di poter trascurare possibili risposte interessanti che, con questo escamotage, rientrerebbero (ma poi quelle risposte vanno post codificata e il problema si riproporrebbe).

È ovvio che, se lo strumento adottato e la modalità di somministrazione lo consentono, è molto meglio lasciare aperta la domanda e far registrare, dall’intervistatore, le parole reali e il pensiero completo dell’intervistato, che potrebbe essere più ricco e articolato di quanto da noi immaginato.

Poiché il questionario di cui stiamo parlando va in una matrice dei dati per una classica analisi per variabili (bivariata, multivariata…), dobbiamo codificare ogni risposta di ogni domanda. Quelle chiuse hanno in generale, come codice, il numerino che si trova accanto alle risposte (solitamente va da 1 a n, come nell’esempio sopra), ma come fare per quelle aperte?

Vanno post codificate, vale a dire che il ricercatore, una volta ricevuti tutti i questionari compilati, deve ridurre la pluralità di risposte aperte degli n questionari in un numero significativamente più piccolo di “classi di risposte” (mezza dozzina, poco più…). Generalmente per fare questo il ricercatore prende un certo numero di questionari per uno spoglio preliminare, legge le risposte aperte, prende appunti, ragiona sulle logiche della ricerca e si fa un’idea di quali siano queste “classi”, le annota, dà loro un numero di codice, poi procede con la codifica vera e propria usando quei codici ed eventualmente aggiungendone altri in corsa, se lo spoglio non gli ha proposto tutta la possibile gamma di risposte.

Perché parliamo di questo? Perché da alcune puntate stiamo trattando della semantica nella ricerca sociale, e questo è appunto un caso di applicazione di un’analisi ermeneutica e semantica alle risposte aperte.

Come dovrebbe essere ovvio, la classificazione (di questo si tratta) delle risposte in alcune classi non è predeterminata da alcunché; non c’è una classificazione giusta e potremmo immaginare, alla domanda ipotetica posta all’inizio, una qualunque post codifica fra queste tre, o altre ancora:

Come potete notare la prima serie di risposte è sostanzialmente una scala ordinale sull’intensità del sentimento di accoglienza; la seconda riguarda più le cause e le soluzioni del problema mentre la terza ha forti connotazioni identitarie ed etniche. È possibile che tutte queste risposte siano presenti, in questa o altra forma, nei nostri questionari, e che noi possiamo quindi post codificare in qualunque dei tre modi presentati e in diversi altri ancora. Con la conseguenza che l’informazione che alla fine trarremo dai dati sarà molto differente (e, ancora una volta, guidata dal pensiero e dalle scelte del ricercatore!).

Naturalmente non c’è una regola, e non c’è modo per dire che una di queste soluzioni sia sbagliata. Sono percorsi semantici differenti e compresenti, che rivelano alla fine più cose del ricercatore che degli intervistati. L’unica guida che il ricercatore può avere, mentre cerca di liberarsi dai propri cliché, sono le ipotesi della ricerca o – in caso di ricerca valutativa – il mandato ricevuto e le domande valutative concordate col committente.

Capite comunque che le domande chiuse non risparmiano il ricercatore da questo imbarazzo. Semplicemente, nelle chiuse, la pre-codifica vien data come ovvia e rende meno visibile il problema, specie se la redazione delle domande e delle risposte non è stata fatta accuratamente, per esempio utilizzando il paradigma lazarsfeldiano di cui abbiamo già parlato.

Ancora una volta: è il nostro pensiero che orienta la ricerca. Come porre una domanda e come codificare le risposte (pre o post, poco cambia) riflette le nostre logiche e la nostra visione dell’oggetto di studio.

Claudio Bezzi

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