Nella società moderna il capitale economico rappresenta per gli stati nazionali la capacità e la possibilità di azione nel proprio territorio: rappresenta lavoro, scuole e sanità. Ma se nel 1867 ne “Il capitale” di Karl Marx e nella società che descriveva, il capitalismo aveva una dimensione industriale, oggi, nella società post-industriale – pur restando presente questa forma – ne sono nate delle altre del tutto nuove, alcune addirittura slegate da quella primaria e che ora dominano l’economia odierna. Su tutti il capitalismo finanziario.

Un’economia ormai finanziarizzata

Oggi il motore del capitalismo moderno è il settore finanziario. Il motivo di tale successo è semplice: mentre nella rete manifatturiera si accumula capitale investendo denaro nell’acquisto e nella lavorazione di beni per trarne un profitto dalla vendita, il finanzcapitalismo (tramite i suoi operatori) investe, fa circolare denaro sui mercati finanziari internazionali allo scopo di produrre immediatamente una somma maggiore di denaro rispetto quella iniziale, senza però produrre nulla di materiale. Quindi a partire dagli anni ’80 l’economia mondiale ha subito un processo di finanziarizzazione in cui anche le nuove tecnologie e le nuove forme di comunicazione hanno svolto un ruolo molto rilevante. Accade spesso che aziende, industrie e corporazioni guadagnino maggiormente dalle attività speculative in borsa di quanto non facciano nella produzione e vendita dei loro prodotti. Un dato è molto indicativo: già nel 2007 gli attivi finanziari superavano il PIL mondiale di ben 4 volte. Inoltre, di tutte le ricchezze monetarie mondiali, quelle in forma liquida o concreta rappresentano il 2/3% mentre la restante parte rappresenta il denaro “virtuale” che circola nei mercati borsistici di tutto il mondo. Intorno a questo tema possono nascere molti quesiti: come è avvenuto tutto ciò? Come lavora la macchina finanziaria e soprattutto quali sono gli effetti di questo fenomeno?

La macchina finanziaria

Luciano Gallino, durante la sua carriera, si era dedicato molto allo studio e alla critica di questo tema su cui scrisse diverse opere. “Un simile successo non è dovuto a un’economia che con le sue innovazioni ha travolto la politica, bensì ad una politica che ha identificato i propri fini con quelli dell’economia finanziaria adoperandosi per favorirne l’ascesa. In tal modo ha abdicato al proprio compito di incivilire governando l’economia”. Così scriveva il sociologo italiano criticando l’ideologia neoliberale. Durante la seconda metà del ‘900 infatti si è verificato processo di deregolazione di molte attività speculative e finanziare (oggi si parla addirittura di finanza ombra) che ha reso difficile un controllo giuridico e legale da parte degli Stati su banche, società e aziende di investimento, nonché ha impossibilitato una limitazione all’ingigantimento dei loro guadagni (tutt’ora difficilmente quantificabili).

Una sempre maggiore complessità

Un’ulteriore caratteristica che definisce il finanzcapitalismo è la sua crescente complessità. L’uso di calcolatori informatici, dei computer e nuove formule ha permesso la creazione e la repentina crescita e diffusione di prodotti finanziari quali derivati strutturati, obbligazioni, certificati di protezione, in cui si declinano credito e debito, che hanno raggiunto una complessità tale che di alcuni è addirittura difficile stabilirne il reale rischio o la sicurezza di solvibiltà. Ma ciò ha comportato anche una certa fragilità dei mercati, come testimoniano le recenti e molteplici crisi: quella del 2007, del 2003, del 1987, o del 1997, a cui i governi hanno dovuto di volta in volta far fronte per cercare soluzioni o arginarne gli effetti, in quanto, dato la grande dipendenza dal settore finanziario, avrebbero compromesso l’intera società. Traders e broker possono infatti muovere alla velocità di un click ingenti quantità di denaro, anche superiori a quelli di un intera nazione con effetti spesso disastrosi per quest’ultime.

Regolarizzare il finanzcapitalismo

Il professore però ci ha lasciato in eredità anche delle possibili soluzioni per ovviare ai difetti strutturali di questo sistema e “democratizzare la globalizzazione”. Innanzitutto il restauro dovrebbe riguardare la complessità, le dimensioni e le ricadute sulla reale politica e economia mondiale del sistema, con una riduzione di questi costi che sia possibile di nuovo governarlo. In parte sono già state istituite delle Commissioni Internazionali che si occupano o meglio che cercano di occuparsi del problema, ma il vero cambiamento come sempre dovrebbe partire dai cittadini. “Cittadini informati possono incoraggiare il dibattito politico, promuovere la trasparenza dei governi e una maggiore responsabilità di questi verso i cittadini stessi. In modo da sostenere nuove forme di razionalità e di azione”.

Valerio Adolini

Print Friendly, PDF & Email