La disabilità è un argomento controverso nonché emblematico del nostro sistema paese. Il fenomeno dei falsi invalidi è utile per stare dentro questo ragionamento, specie se ci si interroga sull’inefficienza e sull’inadeguatezza del welfare, incapace oramai di soddisfare i bisogni reali delle persone. Direbbe il sociologo Anderson che il Welfare State, cosi come è conosciuto, nasce in risposta ad una società di tipo fordista basata, cioè, sull’istituzione familiare. Tuttavia oggi la donna è emancipata e lavora, la famiglia non riesce più a garantire la sua funzione di ammortizzatore sociale e dunque vi è la necessità di pensare ad un welfare capace di interpretare nuove esigenze e nuovi diritti.

I principi della Vita Indipendente (Convenzione Onu) rappresentano un tentativo di stare al passo con le trasformazione sociali, intuendo il limite di alcune definizioni che sono il frutto di precisi retaggi culturali e di approcci tipicamente assistenzialistici. La pietas che caratterizza ancora il sistema di cura delle persone con disabilità (le istituzioni totali, RSA e RSD) ostacola la visione moderna dell’assistenza indiretta capace di formare consapevolezza e autonomia nel gestire pratiche di vita quotidiana. Tale tipo di disagio è indotto dall’incapacità di costruire una città che sia inclusiva e pienamente accessibile a tutti i cittadini, a prescindere dalla diversità e dall’appartenenza a determinate categorie sociali.

Il tentativo opposto dovrebbe partire dal pieno riconoscimento dei diritti, garantendo  prima di tutto l’indipendenza delle persone con disabilità. La convenzione Onu è già un gran passo perché propone un superamento dell’attuale approccio assistenziale e si dirige verso un sistema concreto di pari opportunità: l’obiettivo generale è quello di abbandonare i vecchi modelli culturali di tipo deterministici e strutturare efficacemente un approccio mainstream capace di inquadrare la disabilità come una risorsa per lo sviluppo del territorio e non come un limite. Nello specifico, la convenzione Onu è una legge quadro rispetto all’art. 2 e all’art. 4 della Costituzione – riconducibile, dunque, ai principi dell’inviolabilità della libertà dell’uomo, di manifestare il proprio pensiero e di professare una propria religione, di crearsi una famiglia e di avere un lavoro – che garantisce una specificità antropologico-sociale delle persone disabili. Riprendendo il manifesto di intenti pubblicato dall’Enil Italia si può cosi affermare: “il disabile deve poter autodeterminare la propria vita secondo i principi della Costituzione, al pari di una persona normodotata”. Invece, decidere che la pensione di invalidità sia produttrice di reddito – il dibattito odierno è concentrato sulla recente sentenza del Tar di Roma che ha stabilito l’infondatezza dei parametri dell’Isee al cospetto dei diritti umani e universali – impedisce, di fatto, al disabile di creare una famiglia, di trovare un lavoro e quindi di tendere, a conti fatti, alla vita indipendente.

Per farla breve, è necessario interrogarsi su nuove forme di inclusione sociale, su interventi mirati e su politiche sociali attive per migliorare le condizioni della vita dei cittadini e dare avvio, in definitiva, ad un nuovo welfare incentrato sulle persone e calato nei territori.

Flora Frate

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