La povertà è tutt’altro che un fenomeno semplice e uniforme: al contrario, si palesa piuttosto come piena di sfaccettature e ben più sfuggente di quanto non si possa credere. Le sue manifestazioni dipendono infatti dal contesto storico e sociale contingente, cosicché ai fini della sua vera comprensione occorre prendere in considerazione le esperienze reali dei poveri. Ci si deve quindi interrogare certamente sugli aspetti materiali che fanno di un individuo un povero e successivamente, andando oltre i soliti parametri, guardare alle sensazioni, alle percezioni e alle relazioni sociali che sperimenta il povero nei confronti della società e viceversa.

Lo studio della povertà

Tradizionalmente si distingue tra la povertà assoluta e la povertà relativa. Mentre con la prima si intende la miseria, cioè quel tipo di povertà che si rivela sempre identico nel tempo e nello spazio perché contrassegnato da una deprivazione materiale talmente critica da mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa del povero. Per povertà relativa si intende invece proprio quella povertà variabile e mutevole, in quanto correlata ad un certo ambiente specifico: si tratta dunque di una povertà basata sulle aspettative sociali, ossia sui criteri condivisi dalla società e impiegati per discernere tra chi è normale e chi è invece povero. In sintesi, la povertà assoluta di per sé non spiega poi molto di questo fenomeno, laddove per capire meglio la povertà bisognerebbe riferirsi alla povertà relativa, ossia alle aspettative sociali e alle esperienze vissute dai poveri.

La povertà tradizionale

Con questa tipologia si intende la tipica configurazione che ha assunto la povertà durante tutta la storia e fino agli anni Cinquanta del Novecento, ma che sussiste ancora nei Paesi in via di sviluppo e nelle regioni periferiche delle nazioni ricche, seppure in misura ovviamente minore e non così rilevante da paragonarla a quella delle generazioni passate o a quella del Terzo Mondo. Appare come una povertà diffusa nella maggioranza della popolazione o almeno in una parte cospicua di essa, quindi è una condizione estremamente comune: la gente è povera semplicemente perché povera è la società nella sua totalità. Essere poveri in quei contesti è così del tutto normale, se non scontato. È proprio per questo motivo che la povertà non è percepita dalle aspettative della società come qualcosa di deviante, di strano o di cui vergognarsi e di conseguenza non provoca alcuna marginalizzazione degli individui che ne sono toccati. In definitiva, si tratta di una povertà integrata, dal momento che i poveri partecipano al pari di tutti gli altri alla vita sociale, dunque non può essere vista come povertà vera e propria. Soltanto i “reietti sociali” (come i nullatenenti e i delinquenti), versando in una povertà assoluta, sono considerati veramente poveri, mentre la popolazione è caratterizzata semplicemente da uno stile di vita modesto e non consumistico, perché vive in un’epoca in cui la Rivoluzione Industriale e la società di massa non si sono ancora dispiegate o al massimo si sono sviluppate in dimensioni ridotte, oppure vive in Paesi o in regioni poco dinamiche dei giorni nostri che stentano a modernizzarsi in tempi di globalizzazione. Contadini, operai poco specializzati, disoccupati e casalinghe sono le figure più comuni di quel tipo di società.

La povertà contemporanea

La povertà ha assunto una forma inedita a partire dalla seconda metà del secolo scorso, perché da allora è inserita nella società opulenta dei consumi di massa. Si parla a tal proposito proprio di povertà residuale, perché i poveri sono ora una fascia ristretta e soprattutto marginale in due sensi: innanzitutto, perché non sono che una netta minoranza numerica in una società dove quantitativamente spadroneggia la classe media; in secondo luogo perché non partecipano più alla vita sociale. Sono diventati quindi dei residui umani che vivono defilati. La loro povertà è ancora più relativa poiché, sempre in base alle aspettative sociali, non sono dei grandi consumatori, tuttavia riescono a soddisfare i loro bisogni essenziali grazie allo Stato sociale, il che spiega la loro invisibilità. Infatti, non sono più dei “devianti” chiaramente distinguibili, bensì delle persone a prima vista normali ma che in realtà non intrattengono relazioni sociali significative con nessuno: il povero non è più parte integrante di una comunità omogenea e povera essa stessa, ma è sempre di più un individuo solo e sperduto.

Le tendenze in atto negli ultimi due decenni sembrano tuttavia preludere ad un ritorno della povertà integrata, in particolare a causa della diffusione dei cosiddetti lavoratori poveri, formula vaga e sfuocata per designare in verità nientedimeno che gli esclusi contemporanei, ovvero coloro i quali non possono trarre dal proprio lavoro una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia. Comparso nei Paesi anglosassoni durante gli anni Ottanta e diffusosi nel decennio successivo anche in Europa, questo fenomeno è letteralmente deflagrato con la recente crisi.

Stefano Ghilardi

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