Numerose unioni di fatto sono costituite da famiglie ricomposte, ossia da famiglie complesse, di tipo nuovo, costituite da uno o entrambi i partner con anteriori esperienze di unione e dai loro eventuali figli, anche di unioni precedenti. Una prima caratteristica da registrare è che si tratta di famiglie piuttosto fragili, ancor più di quello che sono diventate oggi le famiglie coniugali, che peraltro non brillano per solidità e durata in rapporto ad un passato ancora recente.

Famiglia o famiglie?

In Francia, Inghilterra e Scandinavia, cioè nei Paesi dove queste unioni sono più diffuse, il tasso di separazione nelle famiglie di fatto e in quelle ricomposte è alquanto più elevato rispetto a quello delle “normali” famiglie coniugali. Bisogna usare qualche cautela nell’interpretare questi dati, in quanto le differenze osservate possono essere dovute anche a caratteristiche intrinseche di queste famiglie: chi sta in un’unione di fatto o forma una famiglia composta dopo un divorzio o una separazione, ha caratteristiche e orientamenti personali particolari, tipicamente correlati ad una maggiore propensione alla rottura di unione. Attraverso una sorta di preselezione della popolazione, quelli che formano un’unione senza sposarsi sono infatti persone che più spesso hanno un elevato grado d’istruzione e appartengono ai ceti sociali più elevati. Ciò non impedisce che molte unioni di fatto siano stabili e assicurino una vita familiare di qualità ai loro componenti.

Genitori per tutta la vita

Per quanto riguarda i rapporti all’interno delle famiglie complesse, soprattutto in casi di compresenza di bambini che sono nati nell’unione attuale e in quelle precedenti, i dati di ricerca che si stanno accumulando in questi ultimi anni indicano una pluralità di assetti e di soluzioni, specie per quanto attiene al mantenimento, o meno, di relazioni con il genitore o i genitori naturali affidatari che sono presenti nella nuova costellazione familiare. Nei paesi in cui queste situazioni sono più diffuse, uno dei problemi essenziali è risultato essere il ruolo, la posizione e la funzione da una parte del genitore naturale che non convive, dall’altra parte e specularmente del partner del genitore biologico convivente. Sino ad ora, la maggior parte delle legislazioni non sembra avere compiuto passi significativi verso il riconoscimento del cosiddetto “genitore sociale”, come è stato chiamato con una definizione suggestiva il partner del genitore biologico che attivamente assuma nei confronti del figlio del convivente un ruolo ed una funzione paterna o materna.

Le responsabilità dei genitori

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito da diversi anni i servizi sociali e la legislazione si orientano nel senso di recuperare i genitori naturali alle loro responsabilità. In questi paesi infatti, più che in altri di analogo livello di sviluppo, sono relativamente numerosi i bambini che nascono da ragazze madri, spesso molto giovani. Si configura quindi un vero e proprio problema sociale rispetto al quale la responsabilizzazione dei padri è considerata un obiettivo prioritario. Il primo obiettivo è quello di coinvolgere il padre biologico perché mantenga i propri figli anche se non vivono con loro, e questo vale per i partner di ragazze madri, ma anche per i più numerosi padri separati o divorziati. Almeno in questi paesi si registra quindi la tendenza ad assegnare ai genitori naturali un ruolo maggiore che in passato, rimediando ad orientamenti giudiziari che in passato non avevano fatto nulla per facilitare l’assunzione o il mantenimento del ruolo di genitore.

Legami di sangue o di tempo?

Mentre ci sono ormai numerosissime associazioni che mirano ad assicurare diritti e doveri a questi padri che rifiutano di considerarsi ex genitori, per converso è stata sinora alquanto trascurata la posizione e il ruolo della persona che vive con i bambini pur non essendo il loro padre biologico. Per la maggior parte delle legislazioni, questo soggetto (che naturalmente in un certo numero di casi può anche essere la partner del padre biologico) è un perfetto estraneo, non ha nessun diritto e dovere, nessun legame riconosciuto legalmente con un bambino che biologicamente non è suo figlio, eppure ha svolto e continua a svolgere, magari fin dalla più tenera età, il ruolo di genitore, magari perché il genitore biologico è assente dall’orizzonte sociale ed affettivo del bambino.

In mancanza di un consenso emergente e data la complessità delle situazioni qui evidenziate, forse non è opportuno invocare nuove leggi: può essere necessario un periodo, anche prolungato, di attesa sino a quando dalla coscienza sociale non emergeranno orientamenti più chiari e condivisi. Non sarà un processo breve: i casi singoli sono molto diversificati tra loro e la disparità delle situazioni che si possono prospettare non aiuta a far emergere una linea interpretativa capace di raccogliere vasto consenso. In questo campo c’è ancora molto da decidere e costruire.

Gianni Broggi

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