Per dispersione urbana si intende la diffusione orizzontale di una città fino a formare un agglomerato dalla scarsa densità abitativa, che si espande fagocitando progressivamente aree periurbane un tempo rurali e destinate all’uso agricolo. Il fenomeno, di matrice americana poiché si è sparso a macchia d’olio al debutto dello scorso secolo in una fase di irripetibile sviluppo economico, è tornato alla ribalta negli ultimi decenni per una serie di ragioni.

Le cause di una rinnovata espansione

Le condizioni oggi propizie alla dispersione urbana costituiscono un quadro alquanto composito. Innanzitutto, gli stessi fenomeni economici contemporanei incoraggiano un tale sviluppo: la terziarizzazione dell’economia ha smantellato gli assetti della città fordista, alimentata dalla grande industria e tendente ad accentrare le attività produttive e quindi gli abitanti medesimi, per compiere un’autentica rivoluzione urbana, imperniata sulla città post-fordista. Si distende una città dove le imprese, che producono soprattutto servizi e si fanno di dimensioni ridotte, non possono sostenere costi esorbitanti e perciò riducono i costi trasferendosi nelle province, dove i prezzi degli immobili sono meno onerosi, mentre in centro permangono i grandi potentati economici e le istituzioni.

Oltre al decentramento delle attività produttive, incidono notevolmente anche le dinamiche socio-culturali. Il costo della vita ormai astronomico per larghe fasce sociali, l’insicurezza, l’inquinamento e il sovraffollamento rendono sempre meno attraente la città, dove la qualità della vita segna un costante peggioramento a detrimento delle classi medio-basse, le quali aspirano pertanto a fuggire dalla metropoli per trovare insediamenti che non decurtino il loro reddito e dove poter condurre uno stile di vita migliore. Tuttavia, l’emorragia degli abitanti che si registra nelle città è frequentemente più naturale che coatta, perché inevitabilmente deve seguire a ruota quella delle imprese.

Una spirale antisociale

A livello sociale, le ripercussioni a lungo termine della dispersione urbana dovrebbero destare non poche preoccupazioni. Viene a delinearsi infatti un’autentica spirale antisociale, a cominciare dalla sua tipologia urbana per eccellenza, ossia il sobborgo: guardando alla tradizionale dicotomia tra società e comunità, il sobborgo non recupera né la città (espressione della prima), che anzi vuole rifuggire, né tantomeno il paese (espressione della seconda). Dopotutto, la dispersione urbana al contempo mortifica quel flusso di cultura, innovazioni e scambi sociali che incarna la città, fonte del mutamento sociale, senza nondimeno ricreare la dimensione fiduciaria, socialmente coesa e omogenea tipica del paese, depositario dell’ordine sociale.

La dispersione urbana determina una privatizzazione della città, impoverendone le relazioni umane e il capitale sociale, e una frammentazione della società: si formano infatti quartieri socialmente uniformi, perché destinati soltanto a determinati ceti, ai quali sono di conseguenza unicamente accessibili.  Il sobborgo esclude per sua natura i diversi, che siano criminali, stranieri, gruppi etnici o classi sociali inferiori, preferendo un completo livellamento sociale dei residenti. Al proliferare dei sobborghi, i quali sono il rifugio della classe media, è inoltre speculare la formazione ineluttabile di nuovi ghetti, i quali sono invece la prigione della classi popolari. Non manca chi, adottando certamente una visione catastrofista, ritiene che in futuro le città diventeranno degli enormi ghetti: nel ristretto centro vivranno le classi alte, mentre nella periferia-ghetto vivranno le classi popolari. Invece, per mantenere il suo stile di vita, la classe media si stanzierà nei sobborghi attigui alla metropoli.

La dispersione urbana in Europa e in Italia

La dispersione urbana coinvolge pressoché tutti i continenti del mondo: dal Nord al Sud del globo. È il risultato di uno sviluppo celere e ineguale, che comporta da un lato la rapida formazione di una classe media comunque minoritaria e che si stabilisce in quartieri nuovi, alle porte della città, e dall’altro un afflusso oceanico di migrazioni dalle zone più povere del Paese, che continua a registrare una popolazione per la maggior parte povera. Il fenomeno è invece fievole in Europa, dove le diseguaglianze sociali sono meno accentuate che nel resto del mondo, sebbene in crescita.

In Italia, la dispersione urbana è dovuta a ragioni storiche: il Bel Paese è costellato di città e borghi antichi, che a loro volta hanno favorito uno sviluppo incentrato sulla piccola e media impresa. Da sempre soprannominato come “Il Paese delle cento città”, le metropoli sono poche e nessuna città si impone sulle altre, mentre si susseguono città di medie dimensioni e dalla lunga storia, ognuna delle quali portatrice di una sua specifica identità e dotata di un suo centro storico. L’Italia, culla della civiltà comunale, è sempre stata densamente popolata. Ciononostante, proprio le città e i borghi di più antica tradizione accusano oggigiorno uno spopolamento a favore di nuovi insediamenti abitativi simili ai sobborghi, impoverendo il tessuto urbano italiano. Fortunatamente, certe derive della dispersione urbana affiorate in altre aree del pianeta, come le comunità fortificate con tutte le loro recinzioni e quelle frenetiche ronde di quartiere, sono ancora assenti, in Italia come in tutto il Vecchio Continente.

Stefano Ghilardi

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