Etichettata, derisa e compatita dai giovani e non solo, la subcultura Emo rappresenta uno dei movimenti più analizzati, dibattuti e difficili da spiegare degli ultimi tempi. Ma perché questo fenomeno è diventato così tanto temuto dalla società e in particolare dagli adulti?

La nascita del genere musicale Emocore

La subcultura Emo affonda le sue radici nella scena punk che si sviluppò nell’area di Washington DC verso la metà degli anni Ottanta. La parola “Emo”, infatti, iniziò ad essere usata dalle band come abbreviazione di emotional hardcore (o emocore), per definire una variante più sensibile e mitigata di quei suoni rabbiosi e duri tipici dell’hardcore punk. Infatti, diversamente dal genere hardcore che emerse come forma di espressione contro la cattiva gestione economica, l’inflazione e la cultura del potere abbracciata da Reagan, l’emocore si distinse sin dai suoi esordi come un genere totalmente apolitico e concentrato principalmente sulle emozioni.

La musica Emo

Straight Edge, vero e proprio stile di vita
Straight Edge, vero e proprio stile di vita

I primi gruppi emocore furono gli Embrace e i Rites of Spring ma il massimo esponente di questo nuovo movimento fu Ian MacKaye, il cantante dei Minor Threat, un gruppo che nonostante la breve carriera durata dal 1980 al 1983 ebbe una grandissima influenza all’interno della scena, tanto da essere considerato persino rivoluzionario. Inconsapevoli di aver dato vita ad un vero e proprio fenomeno, i Minor Threat furono portavoce di uno stile di vita volto all’astinenza dal consumo di alcol, tabacco, droghe e dal sesso occasionale: Straight edge (sXe) diventò così il titolo di una delle loro canzoni più famose e soprattutto un vero e proprio simbolo addirittura da tatuare sul proprio corpo come una dichiarazione indelebile al resto del mondo.

Nonostante ciò, il movimento si sviluppò come subcultura solo nei primi anni Novanta quando i media e l’industria musicale iniziarono a diffondere il termine Emo etichettando proprio quel rock più introspettivo ascoltato dai più giovani.

Il look Emo

Il caratteristico look Emo
Il caratteristico look Emo

Gli adolescenti tra i 14 e i 18 anni che si sentivano incompresi, soli e distanti dagli schemi imposti dalla cultura dominante e vicini al genere emocore iniziarono a sentire il bisogno di dare voce alle proprie emozioni in maniera autentica e libera. In particolare i ragazzi, sempre più stanchi di dover rispettare i modelli di mascolinità voluti dalla società mainstream, decisero di esprimersi attraverso uno stile androgino. Così il look maschile e femminile degli Emo si fece intercambiabile: il colorito indistintamente pallido, i capelli fino alle spalle o dal taglio spiky, portati con un ciuffo sempre lungo e piastrato per nascondere uno o entrambi gli occhi, l’eyeliner nero per rendersi sessualmente ambigui. Lo stile mai avulso dai trend del momento e consistente in t-shirt delle band preferite, pantaloni rigorosamente skinny, scarpe Vans o Converse li ha resi agli occhi dei loro coetanei dei poser vanitosi e ossessionati dalla loro stessa immagine, confermando dunque quella convinzione di esclusione, incomprensione e vittimismo che aveva originato il movimento.

La libertà sul web e le chat Emo

Gli Emo trovarono così un modo alternativo di espressione, un mondo virtuale dove poter essere completamente se stessi senza svelare la propria identità, senza giudizi, etichettamenti e vergogna. Myspace e i forum online come Emoforum.org, diventarono così un luogo sicuro di condivisione di emozioni, problemi, sentimenti difficili da esprimere apertamente; ma proprio la pubblicazione di messaggi depressi e volti all’eliminazione del dolore tramite atti di suicidio quasi sempre annunciati (ma quasi mai portati a termine), ha stuzzicato l’attenzione dei media suscitando allarmismo e disapprovazione verso una subcultura ormai associata all’autolesionismo.

La pericolosità degli stereotipi

The Black Parade dei My Chemical Romance
The Black Parade dei My Chemical Romance

Quando nel 2001, dopo l’attentato dell’11 settembre, gli Jimmy Eat World pubblicarono l’album Bleed American, la subcultura Emo ormai era diventata un fenomeno internazionale. Quei fatti provocarono nella cultura americana uno stato di incertezza mista a tristezza, al punto che anche le altre band formatisi in quell’anno scrissero canzoni sempre più cupe e malinconiche. Fu così che il gruppo dei My Chemical Romance diventò l’obiettivo di tutte le crociate organizzate in UK contro gli Emo. Il motivo di tale odio fu causato dalla morte di una loro fan di tredici anni avvenuta a Londra nel 2008 un paio di anni dopo la pubblicazione di The Black Parade, un album intriso di elementi dark e necrofili.

L’etichettamento e l’identificazione

Gli atti di violenza fisica e verbale contro gli Emo aumentarono in maniera così esponenziale che nel 2013 la Polizia della Greater Manchester nel Regno Unito decise di varare un regolamento per punire ogni forma di discriminazione contro le subculture, ritenendole alla pari delle offese attuate per motivi di razza, religione, disabilità o orientamento sessuale. Nonostante ciò gli stereotipi si moltiplicarono e l’idea che la parola emo fosse l’abbreviazione di emoglobina o emorragia non fece altro che diffondere l’identificazione di una pratica quale il cutting alla subcultura stessa. Seppure gli Emo non siano di certo estranei al tagliuzzarsi gli arti per far defluire le proprie emozioni attraverso il sangue, diverse ricerche hanno dimostrato che in realtà questi gesti di autolesionismo non sono altro che un mezzo di espressione molto diffuso tra loro ma anche tra i coetanei per attirare l’attenzione o infrangere le regole. Però si sa, quando le subculture nascono da un processo di etichettamento, il senso di identificazione è inevitabile e non è più possibile fare marcia indietro nemmeno nell’immaginario comune.

Universo subculture

1) Subculture e nuove tribù: l’esigenza di distinguersi
2) Teddy Boys: tra voglia di distinguersi e violenza
3) I rave party: quando la musica diventa estasi
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Alice Porracchio

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