Che derivi da khaver, una parola del gergo yiddish olandese con il significato di “amico”, o dal termine inglese gab, che per chiacchierata intende l’elemento vocal introdotto nelle tracce musicali, Gabber è il nome sia di un sottogenere della techno derivante dalla hardcore, sia di una subcultura giovanile sorta in Europa negli anni ’90. Le basi del movimento si trovano ancora una volta in Inghilterra all’interno della scena rave, ma nascita e diffusione avvennero in Olanda, curiosamente allo stadio. Chi sono quindi i Gabber? Esiste davvero un legame tra la musica e la tifoseria?

Quando da un nomignolo nasce uno stile di vita

Il Roxy, noto locale di Amsterdam
Il Roxy, noto locale di Amsterdam

Sul finire degli anni Ottanta, quando il movimento rave inglese arrivò ad Amsterdam con party denominati “London comes to Amsterdam”, la musica Acid House si diffuse a macchia d’olio divenendo popolare in tutta l’Olanda. In quel primo periodo, le feste vennero prese letteralmente d’assalto, al punto che nacquero dei sottogruppi rivali di adepti, alcuni convinti di essere lo zoccolo duro originario del movimento, altri di essere gli unici ad aver realmente capito il vero spirito delle feste. Così, non appena l’opinione pubblica etichettò i raver come dei drogati in cerca di sballo, accadde un fatto che come una goccia fece traboccare il vaso. Una sera un raver si recò al Roxy, un club molto esclusivo di Amsterdam, e il buttafuori lo mandò via dicendogli una frase che sarebbe diventata un manifesto: “No, gabber, you can’t come in here”. Da quell’episodio si sviluppò un intero movimento che fece proprio dello stile sportivo uno dei più importanti elementi di identificazione distintiva.

La musica degli hooligans

Il brano che divenne vero e proprio inno della cultura Gabber
Il brano che divenne vero e proprio inno della cultura Gabber

La musica Gabber nacque sul finire degli anni Ottanta, ma fu molto più che un semplice sottogenere: fu un vero e proprio simbolo di opposizione. Che si trattasse di antagonismo regionale o di lotta proletaria giovanile contro quelli della capitale, il suono di Rotterdam – con un ritmo più incalzante e dei suoni più potenti – si fece portavoce di un movimento di opposizione alla scena house di Amsterdam, considerata più snobby e molle. E proprio tra gli hooligans del Feyenoord Rotterdam, la squadra calcistica rivale numero uno dell’Ajax di Amsterdam, la musica gabber raggiunse il maggiore successo. Negli anni Novanta, infatti, la famigerata curva “De Kuip” si riempì di raver in modalità after party, pronti a tifare la loro squadra carichi di adrenalina e anche degli effetti delle sostanze consumate durante la notte. Così nel 1992, quando DJ Paul Elstak, uno dei padri della musica hardcore, incise la traccia “Amsterdam, waar lech dat dan?” (“Amsterdam, dove sta?”) su un disco la cui copertina ritraeva la torre Euromast di Rotterdam evidentemente sbronza e nell’atto di urinare sulla città di Amsterdam, gli hooligans non fecero altro che trasformare quel brano in un inno, spesso riproposto dal vivo a fine partita.

Lo stile sportivo: tra comodità e distinzione

Il look gabber: tute, bomber e scarpe da ginnastica
Il look gabber: tute, bomber e scarpe da ginnastica

La gabber entrò massicciamente nelle classifiche dei Paesi Bassi, tanto che dalla sua incredibile espansione nacquero le Merchandise labels, linee di abbigliamento firmate dalle case discografiche che nel frattempo erano diventate più di 2000 solo a Rotterdam. Lo stile di abbigliamento, consistente in tute da ginnastica e polo firmate Australian, Fila o Tacchini (poi anche Lonsdale o Fred Perry una volta influenzati dalla cultura British), scarpe Nike Air Max, bomber e cappellini coincideva tra i sessi, mentre l’unico elemento di differenza stava nella rasatura dei capelli: completa per i ragazzi, ai lati o alla nuca con le lunghezze raccolte in code o trecce per le ragazze. Il look insomma doveva essere comodo, soprattutto per ballare la hakken, una danza velocissima a base di scatti, passi e calci ad un pallone invisibile con tagliuzzamenti dell’aria fatti con le mani, tutto ad un ritmo compreso tra i 160 e i 220 BPM, che spesso richiedeva anche il sostegno di sostanze eccitanti come l’ecstasy o la speed.

Tra stereotipi e immagini politiche distorte

Lo slogan adottato per rispondere alle accuse di razzismo
Lo slogan adottato per rispondere alle accuse di razzismo

Confusi con gli Skinhead e spesso associati ad immagini negative legate all’uso massiccio di droghe, ad atti di violenza e razzismo, i Gabber in realtà non abbracciarono mai realmente un’ideologia politica. Per loro le feste, la musica, il gruppo erano semplicemente delle valvole di sfogo, capaci di far abbandonare i problemi quotidiani evadendo momentaneamente dalla realtà. Naturalmente i media non ne capirono lo spirito e così stigmatizzarono la subcultura al punto che gli stessi Gabber più vicini ai principi di amicizia e fratellanza, espressi dal loro stesso nome, decisero di abbandonare tutto alle minoranze più estremiste di destra, note come Lonsdalers nei Paesi Bassi o Gabberskin in Francia. Alcune etichette discografiche risposero alle accuse di razzismo, creando t-shirt e felpe con lo slogan United Hardcore Against Fascism and Racism, ma ormai il declino stava diventando inevitabile tant’è che nel 2010 i Gabber risultavano quasi totalmente scomparsi. Eppure i segni di questa subcultura sarebbero rimasti per sempre indelebili. D’altronde uno dei loro motti ha sempre suonato forte e chiaro: Hardcore ‘Til I Die!

Universo subculture

1) Subculture e nuove tribù: l’esigenza di distinguersi
2) Teddy Boys: tra voglia di distinguersi e violenza
3) I rave party: quando la musica diventa estasi
4) Rockers: live fast, die young
5) Gli Emo: una subcultura dall’etimologia confusa

Alice Porracchio

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