Sembra che ciò che sta accadendo in Catalogna in questi giorni sia qualcosa di nuovo ed improvviso, qualcosa che sfugge alla comprensione immediata da parte della maggioranza delle persone. Il circo mediatico e quello politico hanno colto l’occasione per trattare l’argomento, mai affrontato prima al di fuori del territorio iberico, con superficialità e come se fosse un episodio nuovo, una burla o un capriccio.

Identità e appartenenza

Il nocciolo della questione può essere indicato come il senso di appartenenza ad una nazione, definita come una comunità, dove esistono e persistono usi e costumi caratteristici e condivisi, quali la lingua, la storia, tradizioni e cultura, nonché un governo e un’identità geografica. Il concetto di nazione può abbracciare o contrastare quello di stato, inteso come ordinamento giuridico sovrastante e dominante verso tutti i soggetti che vivono al suo cospetto. Un’entità intesa come detentrice di strutture politiche ed amministrative e che detiene il potere sovrano sul territorio entro i confini geografici stabiliti.

Le comunità immaginate

Benedict Anderson

Risulta opportuno a questo punto citare gli studi e le teorie di Benedict Anderson, sociologo irlandese con formazione in filosofia politica, il quale introduce il concetto di comunità immaginate. Nel suo saggio “Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism”, l’autore, a partire dai conflitti inter-etnici nelle guerre tra Vietnam e Cambogia, e tra Vietnam e Cina, arriva a definire la nazione non come una entità naturale pre-esistente alle dinamiche sociali, ma al contrario come il prodotto di processi culturali e concettuali, dalla produzione di simboli e tradizioni, nonché dalla creazione di una memoria collettiva e da ricordi condivisi. Anderson va a quindi ad evidenziare il processo di costruzione sociale ed antropologico, che sia questo originato da componenti artificiose o spontanee/casuali, identificando nella sovrapposizione delle lingue il fulcro della questione. La necessità dell’acquisizione di questa chiave di lettura diventa imprescindibile quando si tratta di interpretare un fenomeno come quello catalano.

Referendum

La richiesta e dichiarazione di indipendenza non è frutto di un insensato nazionalismo ma, al contrario, è la risposta ad esso. In primo luogo, il referendum di indipendenza catalano è stato un esempio magistrale di democrazia, dove il popolo, trasversalmente a tutti i partiti politici rappresentanti, ha promosso e partecipato in massa alle votazioni. Per timore della brutale repressione, promessa e mantenuta dal governo centrale spagnolo, alle urne si sono creati dei presidi per evitare l’aggressione delle forze di polizia centrale. Il governo centrale, per l’occasione, ha dispiegato migliaia di agenti della Policia Nacional e della Guardia Civil, corpo paramilitare creato dal dittatore Franco e che, dopo la transizione democratica, viene bandito dal territorio catalano (la Catalunya creerà un corpo di polizia a parte, i Mossos d’Esquadra). Durante le manifestazioni e le votazioni, anche alcuni deputati catalani e rappresentanti politici locali sono stati arrestati. Da parte di Mariano Rajoy e del re Felipe VI, si inaspriscono le minacce verso gli organizzatori del referendum e verso i vertici del corpo di polizia autonomo (questi ultimi non hanno ubbidito al governo centrale) per la chiamata a processo per i reati di sobillazione e tradimento.

La repressione spagnola

Le immagini registrate dalle telecamere all’interno e all’esterno delle urne (registrare agenti di polizia è punibile con multe o carcere) mostrano chiaramente la barbarie compiuta dalle forze di polizie ancora fedeli al culto di Franco, trascinando, pestando e malmenando per lo più anziani e donne. Un gruppo di osservatori britannici ha dichiarato di consegnare al tribunale dell’Aja il materiale raccolto, con il fine di denunciare la violazione dei diritti umani. A proposito della metodologia e dell’ideologia dominante, va sottolineato che il fascismo in Spagna non è mai stato condannato, che non esistono reati di apologia del fascismo, così come non sono vietati i suoi simboli e le sue manifestazioni. I vecchi gerarchi e reggenti non sono stati espulsi dalla società spagnola, al contrario sono stati membri attivi nella fase successiva alla dittatura chiamata Transizione, andando poi a ricoprire ruoli prestigiosi ed importanti all’interno delle istituzioni politiche ed economiche.

Traumi nella memoria collettiva

La Catalogna, come anche altre regioni della penisola iberica, è stata teatro della guerra civile spagnola. Lì sono stati consumati tra i più gravi crimini di guerra e i più esacerbati conflitti. La resistenza era condotta dai movimenti anarchici, molto numerosi ed influenti, dai movimenti comunisti e dalle brigate internazionali. Con la fine della guerra civile, e l’ascesa al potere del fascismo e del generale Franco, la lingua catalana viene bandita e punita con il carcere, mentre la resistenza viene perseguitata. Ben pochi si salvarono, la sorte dei dissidenti era quella di essere fucilati o imprigionati, vennero compiuti stupri di massa sulla popolazione, coloro i quali tentarono la fuga in Francia attraverso i monti Pirenei, vennero colpiti alle spalle da mitragliatrici e cecchini a pochi passi dal confine. Tra loro i più grandi pensatori ed artisti spagnoli del XX secolo. Tutto questo per ribadire il concetto della memoria collettiva che lì si è formata, una memoria collettiva segnata dalla repressione in epoca moderna ed in seguito in epoca contemporanea.

Il sentimento nazionale

Negli ultimi quindici anni, a seguito della repressione politica nei confronti degli indipendentisti catalani e dello sfruttamento delle risorse ed imprese locali, lo stesso sentimento indipendentista è cresciuto dal 13,6% al 29% nel 2012, fino ad arrivare al 45% nel 2014, con il rifiuto da parte del governo di rivalutare il rapporto pressione fiscale/investimenti nella regione. Visto il trend, è ragionevole presumere che dopo l’invasione dei corpi di polizia del governo centrale, un richiamo traumatico al ricordo dei giorni della guerra civile, questo sentimento sia cresciuto in maniera considerevole, considerando anche i circa 800 feriti durante gli scontri. Nel Manifesto di indipendenza catalano è prevista l’abolizione della monarchia e l’instaurazione della repubblica, l’autonomia di governo, l’autogestione delle risorse e del sistema fiscale, alti standard di politiche sociali, il riconoscimento della lingua catalana, la revisione ed abolizione delle leggi ispirate ai vecchi modelli franchisti. Nulla di improvvisato, dunque, e nessun capriccio. Per un approfondimento, si rimanda al link sottostante, breve documentario di 8 minuti sulla questione catalana in lingua spagnola.

 

René Verneau

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