La mia collaborazione con Sociologicamente avrà a che fare col metodo della ricerca sociale. Chi non mi conosce è bene che sappia che mi occupo di questo da… mi vergogno un po’ a dirlo… oltre quarant’anni. Ho iniziato a fare ricerca sociale da studente universitario; ho proseguito immediatamente dopo come neolaureato, poi come dipendente di istituti pubblici di ricerca e infine come libero professionista. Ho insegnato Metodologia della ricerca sociale a Trieste e a Campobasso (poco, mi sono stancato subito); ho fondato – con altri – la Società Italiana di Sociologia e l’Associazione Italiana di Valutazione, nelle quali ho ricoperto cariche importanti fin quando il mio spirito indisciplinato mi ha fatto preferire correre da solo. Ho insegnato metodi e tecniche di ricerca in innumerevoli corsi, master, seminari, scritto libri su tecniche di ricerca sociale e valutativa e, insomma, mangio pane e tecniche quotidianamente.

Ora cercherò di proporvi una serie di articoli su temi che spazieranno dall’epistemologia alla metodologia. Ci saranno, prima o poi, anche suggerimenti pratici, operativi, relativi alla tecniche, ma una certa pedanteria mi impone di prenderla alla lontana perché – come spiegherò più volte – le tecniche sono solo protesi. Ho sempre pensato, e detto molte volte, che la parte operativa della ricerca (quella che facciamo con tecniche e strumenti) non sia mai un problema; una scimmia bene addestrata potrebbe somministrare questionari e gestire focus group, e sono ironico solo a metà.

La ricerca sociale non è le tecniche

Ho scritto poco sopra: “le tecniche sono protesi”. Protesi, come gli occhiali che devo portare sul naso per correggere la rigidità del mio cristallino; protesi come un’automobile che mi fa arrivare lontano senza fatica, o come il computer col quale scrivo questo testo, che memorizza e organizza le mie parole con sicurezza e precisione. E di cosa sarebbero ‘protesi’ le tecniche? Pensateci un momento perché è veramente un punto fondamentale. Pensato? Trovata la soluzione? Ebbene, le tecniche sono protesi della nostra intelligenza, della nostra capacità logica, della nostra immaginazione sociologica o, se vi piace più un’immagine organica, diciamo: del nostro cervello.

Il fine del ricercatore

Il ricercatore ha un tema da indagare per un fine. Il fine del ricercatore può essere, per esempio, dare validità a una teoria; per il valutatore è verificare l’efficacia di una politica. Comunque sia, quello che alla fine produrrà sarà un testo che argomenterà una sua ipotesi (per esempio: questa politica è efficace in questo caso ma è soggetta a tali vincoli e corre tali altri rischi…). Cosa significa che il ricercatore “argomenta”? Significa che propone un ragionamento articolato basato su inferenze logiche che, a loro volta, sono supportate da evidenze empiriche. Non sono tali “evidenze” a costituirsi come argomenti; i dati non parlano da soli, le informazioni testuali nemmeno. È sempre il ricercatore che collega informazioni, dati, attori sociali, contesto eccetera e ne inferisce che quella politica ha funzionato oppure no (o che una determinata teoria è stata validata oppure no). C’è naturalmente una forte differenza fra scienze cosiddette “naturali” e scienze sociali, ma non ne parleremo ora. Quello che è certo è che ciò che argomenta il ricercatore si appoggia, si basa, trae forza da dati e informazioni raccolti con tecniche di ricerca.

Primati e focus group…

Il ricercatore esperto non usa quindi tecniche “a caso” (o, peggio: solo quelle che conosce) ma, esattamente, quelle tecniche che costruiranno il dato (il dato è sempre “costruito”, mai “trovato”) nel formato informativo che gli serve per costruire l’argomentazione nella maniera più efficace in quel dato caso, in quel contesto, per rispondere alle domande iniziali della ricerca. Tornando alla scimmia capace di somministrare questionari: il cuore della ricerca, la sua profonda complessità, risiede in tutto ciò che accade prima di scendere sul campo empirico. Il ricercatore deve impiegare tempo e sforzi nel disegnare la ricerca in maniera efficace, valida, rigorosa; deve immaginare soluzioni operative anche inedite e innovative. Questa è la parte creativa, intellettuale della ricerca; dopodiché possiamo ingaggiare la famosa scimmia.

In questa fase ideativa iniziale, in conclusione, mettiamo tutta la nostra intelligenza e competenza; è qui che giochiamo la nostra credibilità. Poi, certamente, se non avete scimmie a portata di mano, dovrete andare voi a somministrare questionari, condurre focus group e analizzare dati. Ma a quel punto avrete già giocato la vostra mano.

Approfondiremo con calma tutti questi punti nei prossimi articoli.
Se volete, potete scrivermi a claudio.bezzi@me.com. Non potrò rispondere a tutti personalmente ma terrò conto delle vostre richieste e opinioni nei prossimi articoli.

Claudio Bezzi

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