Aleandro si è ammazzato a 16 anni, non sopportava più le prese in giro legate alla sua presunta omosessualità. Marianna, 12 anni, si è lanciata da una finestra, perché “la vita fa schifo”. “Quanti rischi e quali mostri può creare Internet” afferma il padre di Carolina, 14enne suicida, in seguito alla divulgazione di un filmato in cui i suoi aguzzini, tra cui il fidanzatino, la facevano ubriacare, per poi violentarla. Il 30enne Michele ha lasciato una lettera di addio, stanco del precariato e della sua (e nostra) generazione senza prospettive. Un uomo di 54 anni perde il lavoro, si dà fuoco nell’auto e chiede scusa alla famiglia. Antonella, 39 anni e con problemi di depressione, ha ucciso i suoi figli e tentato il suicidio. Tiziana, 31enne, si è impiccata per la vergogna. Fabiano ha scelto di andare a morire volontariamente in Svizzera. “Farla finita” prescinde dall’età, dal sesso e dalla classe sociale d’appartenenza. Queste sono solo alcune delle numerose vite spezzate. Vite spezzate da chi e da cosa?

I motivi di un gesto estremo

In Italia, i decessi per suicidio risultano essere 3.935 di cui il 37% nella fascia 45-64 anni, il 35% con oltre 65 anni, il 23%  tra i 25 e i 44 anni e il 5% con meno di 24 anni; gli uomini rappresentano il 77,9% e le donne il 22,1% (Fonte: Istat 2015). Spesso leggo notizie di suicidi o tentati suicidi da parte di ragazzini bullizzati e stigmatizzati perché gay, non avvenenti, con handicap psico-fisici oppure video a sfondo sessuale vengono pubblicati in rete con la vittima drogata dal branco o per vendetta di un ex-fidanzato. Altre volte, i protagonisti disperati sono adulti, padri di famiglia che perdono il posto di lavoro o imprenditori sull’orlo del fallimento. Altre ancora, le cause sono da ricercarsi nei pettegolezzi e nelle dicerie negative, nel non trovare un proprio posto nel mondo, nelle malattie e nello stremo nell’assistere un familiare disabile. Infine c’è chi sceglie l’eutanasia come atto ultimo in nome della propria dignità. Con la recentissima entrata in vigore della legge sul biotestamento, si è fatto un piccolo passo in avanti: preventivamente si può scegliere se avvalersi o meno di determinate cure; l’alternativa è lasciarsi morire. Chissà se, un giorno, si otterrà la conquista della legalità dell’eutanasia. È un argomento controverso che vede l’ascesa in campo di diverse istituzioni, tra cui la Chiesa. Pensare che sino al Concilio Vaticano II (1962-1965), il funerale veniva vietato ai suicidi, seppelliti in terra sconsacrata. Il tema del suicidio è da sempre presente anche nella letteratura: ad esempio, nell’Inferno dantesco, i violenti contro se stessi venivano trasformati in alberi e sterpi, lacerati dalle Arpie, perché, seguendo la legge del contrappasso, in vita avevano rifiutato il loro corpo.

Le tipologie di suicidio

Secondo Èmile Durkheim (1897), il suicidio è un problema morale che nasce tra la componente naturale-individualistica di un soggetto, l’ambito sociale e la relativa integrazione. “È la costituzione morale della società a fissare ad ogni istante il contingente delle morti volontarie” (Durkheim, 1897). Il sociologo francese lo definisce come patologia sociale, ossia, un fatto sociale patologico non è altro che lo scostamento dalle condizioni medie di esistenza. Attraverso un approccio deduttivo, ha individuato le cause principali che spingono ad un gesto estremo: un livello di regolazione (normativo) e un livello di integrazione (coesione) troppo alti o troppo bassi possono risultare dannosi per la società. Inoltre egli ha delineato tre tipi di suicidio.

1. Suicidio altruistico: in cui l’individuo avverte regole, valori morali e gruppo d’appartenenza come fattori più importanti della sua stessa esistenza. Avviene per soddisfare un imperativo sociale. Esempi: il kamikaze, il comandante che non abbandona la nave che sta per affondare, il rituale del Sati (pratica indiana in cui le vedove s’immolavano sulla pira del marito defunto; definito suicidio altruistico obbligatorio), la morte prevista da sette mistiche (suicidio altruistico assoluto o mistico).
2. Suicidio anomico: anomia significa assenza di regole; può verificarsi durante una crisi o un boom economico, quando le rappresentazioni sociali subiscono drastici cambiamenti, ovvero la società non è più in grado di offrire norme morali coerenti e ben strutturate. Il rischio maggiore consiste nel non possedere più valori da interiorizzare.
3. Suicidio egoistico: diffuso nelle società in cui i membri sono obbligati ad essere liberi, o meglio, l’io individuale prevale su quello sociale, a causa di un’integrazione relazionale debole.

Il ruolo della società

Durkheim già aveva analizzato gli aspetti patologici delle società moderne, aspetti più che mai contemporanei: diminuzione della coesione sociale, precarietà indotta da rapidi mutamenti, mancanza di senso di reciprocità tra gli individui, conflitti pubblici e sociali, crisi economiche. In fondo, non è la società, attraverso certi suoi meccanismi spietati ad indurre il suicidio? Non dovrebbe essere il welfare state a farsi carico dei problemi dei cittadini, trovando soluzioni efficaci? E la legge non dovrebbe tutelare concretamente le persone in materia di privacy, diritto all’oblio e social network? Evidentemente qualcosa non funziona. Concludo con le ultime parole di Michele (Fonte: Messaggero Veneto): “Non è questo il mondo che doveva essermi consegnato […]. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere la felicità, non si può pretendere un ambiente stabile. […] È un incubo di problemi, privo di identità, di garanzie, privo di punti di riferimento e privo, ormai, anche di prospettive.[…] Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità”.

Arianna Caccia

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