Il termine “autopoiesi” è stato coniato nel 1980 dai biologi cileni Humberto Maturana e Francisco Varela a partire dalla parola greca “αὐτό” (se stesso) e “ποίησις” (creazione). Un sistema autopoietico è in grado di ridefinire continuamente se stesso, sostenendosi e riproducendosi al proprio interno. Può quindi essere rappresentato come una rete di processi di creazione, trasformazione e distruzione di componenti che, interagendo fra loro, rinforzano e rigenerano all’infinito il medesimo apparato: il dominio di esistenza di un sistema di questo tipo coincide con il dominio tipologico delle sue componenti.

Il ruolo dell’ambiente esterno

Secondo il biologo e naturalista Charles Darwin, l’autopoiesi descrive un processo evolutivo in cui l’ambiente esterno influenza le qualità di un organismo ma non ne determina lo stato: i geni forniscono i valori parametrici che possono produrre forme diverse, ma non rappresentano le dinamiche in campo evolutivo; le influenze ambientali ed ereditarie agiscono sul campo generativo per stabilizzare o selezionare particolari soluzioni che danno vita ad un altrettanto specifica morfologia. Esiste un confine preciso fra l’assetto organizzativo interno e l’ambiente circostante, sebbene gli scambi di energia e materia fra sistemi autopoietici e ambiente siano costanti. Ciò significa che il sistema è in grado di discriminare tra cause interne e cause esterne: l’autopoiesi riguarda esclusivamente la produzione degli elementi che garantiscono la sopravvivenza del sistema. I connotati che avrebbero indotto il declino del sistema possono, o determinarne effettivamente la morte o rinforzarne i funzionamenti attivando una specifica resistenza. Maturana e Varela affermano inoltre che una tale “chiusura operativa” non ha né particolari input né output: il sistema è, a partire dai suoi elementi di base non ulteriormente scomponibili e/o convertibili, totalmente determinato dalle proprie strutture e completamente autonomo dall’ambiente esterno.

L’essere umano: una cellula multipotente

L’individuo stabilisce la propria identità in contrasto con l’ambiente esterno determinando le regole di transizione della propria grammatica interna: è sia un sistema aperto, sia un sistema chiuso dal punto di vista organizzativo-strutturale. In altri termini, esso scambia informazioni e interagisce con l’ambiente (fisico ma soprattutto sociale, culturale e politico), ma la progettazione interna delle relazioni fra obiettivi e stati d’animo non è in alcun modo predeterminata, in quanto nella produzione e trasformazione dei fattori cognitivi ed emotivi, sui quali si basa l’intero processo decisionale, l’individuo fa essenzialmente riferimento a se stesso ed alla rappresentazione che col passare del tempo ha elaborato della propria persona. I cambiamenti decisionali nascono come semplici stimoli esterni (ora storici e sistemici, ora informazioni descrittive tipiche di un contesto) ma sono poi elaborati dalla struttura cognitiva-affettiva. Tali percezioni non si possono quindi considerare una rappresentazione oggettiva della realtà esterna ma occorre intenderli come la creazione continua di nuove relazioni della struttura interna dell’individuo: la relazione causa-effetto non opera tra eventi ed eventi (tra informazione oggettiva e comportamenti), ma tra percezioni (elaborazioni puramente arbitrarie) e comportamenti.

Il sistema cognitivo intelligente

In definitiva, le strategie d’azione sono determinate dalla personale visione che un individuo ha della realtà, la quale a sua volta viene “specificata” attraverso il processo di organizzazione autopoietica dagli schemi affettivi e di apprendimento. Non a caso un sistema cognitivo può essere definito intelligente se, con azioni svolte dagli effettori, riesce a tradurre in simboli (segni, linguaggi e modelli) la propria esperienza, attuando descrizioni formali (trasmissibili tramite un comportamento linguistico, così che entrino, a loro volta, a far parte dell’ambiente consentendo nuovi accoppiamenti strutturali) con cui arricchire all’infinito i propri contenuti mentali. Ne deriva quindi che una condizione necessaria e sufficiente perché un sistema cognitivo sia definito intelligente è che esso sia autopoietico ovvero in grado di sviluppare un comportamento comunicativo formale con il quale costruire rappresentazioni del mondo utilizzando segni convenzionalmente accettati come significativi e porre in essere una relazione con altri sistemi sviluppati.

Tra mente e corpo

Le reti autopoietiche, pur essendo chiuse, non sono statiche e immutabili. L’autopoiesi è un’organizzazione circolare, ossia è composta da anelli di retroazione dove ciascun componente è allo stesso tempo causa ed effetto di tutti gli altri. Pertanto, una variazione nell’interazione fra due componenti, genera una trasformazione della rete stessa. L’autopoiesi dunque, adattando la propria struttura a seguito delle sollecitazioni esterne, rappresenta la “plasticità” di un organismo. Questo meccanismo dimostra che una determinata informazione viene interpretata e rappresentata mediante il processo di astrazione cognitiva fino a modificare le relazioni di circolarità causale che uniscono le componenti del sistema, andando così a definire l’interessamento per un determinato contesto sociale. Maturala e Varela inoltre, affermano che l’informazione non è prestabilita come un ordine intrinseco, ma come un ordine emergente delle stesse attività cognitive: la cognizione è l’avvenimento congiunto di un mondo e di uno spirito a partire dalla storia delle diverse azioni che porta a termine un essere nel mondo. Il centro del processo cognitivo non è solo la mente ma la mente dentro al corpo.

Giulia Marra

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