Jane Jacobs era un’autrice e urbanista molto appassionata. Dopo aver visitato l’area del Greenwich Village vi si trasferisce da Brooklyn, ed è allora che nasce il suo interesse per le comunità urbane. Nel 1944 si sposa e si trasferisce in Hudson Street. Durante la sua attività di scrittrice per la rivista Architectural Forum, inizia a criticare i piani di riqualificazione urbana dall’alto. È un’attivista e fautrice di una visione della città basata sulla comunità. Nel 2007 la Rockefeller Foundation istituisce in suo onore la Jane Jacobs Medal per premiare i visionari urbani i cui interventi sulla città di New York seguono i suoi esempi.

Comunità e sicurezza

Jane Jacobs ha dedicato la sua vita professionale a formulare una peculiare visione della città, soffermandosi sull’esame dei fattori che decretano il successo della comunità. L’analisi si fonda sull’osservazione della vita urbana nel quartiere newyorkese di West Greenwich Village, dove visse per oltre trent’anni. Jacobs si dichiarò contraria agli interventi su larga scala che ebbero luogo a New York negli anni Sessanta sotto la guida del pianificatore urbano, suo acerrimo nemico, Howard Moses, e che prevedevano progetti di risanamento e l’erezione di grattacieli. Al centro della visione si colloca l’idea che la vita urbana dovrebbe essere un’avventura ricca e vitale che consente alle persone di interagire in ambienti densi di stimoli. Il caos è preferito all’ordine, camminare al guidare, la diversità all’uniformità. Secondo Jacobs, le comunità urbane sono entità organiche – ecosistemi complessi e integrati – ai quali dovrebbe essere lasciata la possibilità di svilupparsi e cambiare senza sottostare ai grandiosi progetti dei cosiddetti esperti e tecnocrati. I migliori giudici di come dovrebbe essere una città – e come dovrebbe evolvere – sono i suoi stessi abitanti. Jacobs sostiene che le comunità urbane godono di una posizione privilegiata per comprendere come funziona la proprio città, poiché sono le loro interazioni a creare e ad alimentare la vita urbana.

Il balletto sul marciapiede

La struttura di una città è un fattore cruciale per la vita di una comunità urbana, e i marciapiedi sono elementi di primaria importanza. Le strade dove vivono le persone dovrebbero essere una fitta rete di marciapiedi intersecanti che consentono alle persone di incontrarsi, imbattersi casualmente l’una nell’altra, conversare e conoscersi. È questo ciò che la sociologia chiama il “balletto del marciapiede“, una serie complessa di incontri, che di fatto arricchiscono gli individui aiutandoli a familiarizzare con i vicini e il vicinato. Anche la diversità e un uso eterogeneo dello spazio dovrebbero essere, secondo Jacobs, fattori chiave della struttura urbana. Gli elementi commerciali, imprenditoriali e residenziali non dovrebbero essere separati, ma sorgere l’uno accanto all’altro per favorire l’integrazione degli abitanti. È inoltre auspicabile una diversità di edifici vecchi e nuovi, e dovrebbe essere l’interazione delle persone a determinare il loro (ri)utilizzo. Infine, le comunità urbane prosperano in luoghi dove vivono, lavorano e interagiscono un gran numero di individui. Nella prospettiva di Jacobs, questi spazi ad alta densità – sebbene non sovraffollati – sono fucine di creatività e vitalità e garantiscono la sicurezza, poiché l’alta densità si traduce in più “occhi sulla strada”: commercianti e residenti che conoscono la zona e provvedono a una forma naturale di sorveglianza.

Gianni Broggi

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