Il termine bioetica è formato da due parole, bios (vita) e etica (consuetudine). Il termine venne coniato nel 1970 dall’oncologo Van Reusselaer Potter nel saggio “Un ponte verso il futuro”. In questo saggio Potter evidenzia la necessità di creare una nuova disciplina che interagisse con la biomedicina. Potter affermava che la bioetica aveva il compito di essere quella nuova disciplina che combinasse la conoscenza biologica con la conoscenza del sistema dei valori umani, rivendicasse il pericolo per la sopravvivenza del nostro ecosistema, intervenisse nella divisione tra due saperi, quello scientifico e quello umanistico, e che quindi operasse la distinzione tra fattori biologici e valori etici.
Affermava l’occorrenza di una scienza, la bioetica, concepita come “scienza della sopravvivenza”. Questa sopravvivenza era garantita dall’unione di questi due saperi, appunto quello scientifico e quello umanistico.

Filosofia e biologia

Nel 1978 W.T. Reich, studioso e filosofo, tentò di definire la bioetica come studio sistematico delle dimensioni morali della scienze della vita e della salute. Scrisse e pubblicò l’enciclopedia della bioetica. A partire dagli anni ’90 la bioetica divenne un fenomeno culturale di importanza planetaria, essendo considerata da alcuni un ramo della filosofia morale, e da altri come una disciplina autonoma. La bioetica venne definita “un’area di ricerca” , che avvalendosi di una metodologia interdisciplinare, adottasse come oggetto lo studio sistematico della condotta umana nell’area della scienza della vita e della cura della salute, alla luce dei valori e dei principi morali della società.

È sicuramente un campo del sapere di natura interdisciplinare e molte competenze sono state coinvolte nei dibattiti più recenti. In Europa il primo centro di ricerca bioetica nasce in Spagna nel 1980 e, a seguire, ne vengono fondati altri in Belgio, in Francia, nei Paesi Bassi e in Italia.

Una metodologia interdisciplinare

La bioetica si avvale, oggi, di una metodologia interdisciplinare e multidisciplinare. Per affrontare i problemi di bioetica è necessario, infatti, ricorrere ad altre discipline, e alle loro competenze specifiche. Particolarmente stretto è il legame tra bioetica e filosofia. Un legame dovuto alla natura etica degli interventi umani nella biologia e al loro carattere esistenziale. La bioetica non può prescindere dalla filosofia.

Per M. Mori “Senza il contributo della filosofia, molto probabilmente la bioetica sarebbe rimasta una mera questione tecnica interna alle varie discipline”. Le finalità di questa disciplina sono legate alla ricerca di valori comuni che scienza, tecnologia, medicina e diritto devono rispettare. La bioetica è terreno di grande battaglia nel nostro secolo perché rappresenta l’area di conflitto tra valori, potenzialità umane, interessi economici e sociali.

Limiti inviolabili

Un punto in realtà è fermo: la tutela e il rispetto della dignità umana in cui si riconosce l’esistenza di un limite inviolabile oltre il quale non bisognerebbe spingersi. Sul piano normativo la bioetica è impegnata a identificare quell’insieme di diritti e doveri più generali nei quali si collocano le richieste etiche più proprie delle professioni che via via sono coinvolte. Ma nonostante esistano diverse forme di bioetica è possibile individuare due grandi modelli teorici in particolare. Si parla di bioetica cattolica e bioetica laica. Queste due bioetiche sono quelle che fanno parlare, coinvolgendo, tanto a livello nazionale e internazionale, la pubblica opinione.

Autonomia ed eteronomia

Il filosofo Eugenio Lecaldano, attivo nel campo della bioetica
Il filosofo Eugenio Lecaldano, attivo nel campo della bioetica

Secondo Eugenio Lecaldano l’etica non ha niente a che fare con l’eteronomia; l’etica ha a che fare con l’autonomia. Il che significa che quello che è giusto rispetto alla nascita, alla cura, alla morte, è qualcosa che riguarda le persone che sono direttamente coinvolte. Lecaldano afferma che “Noi siamo grilli parlanti che giudicano l’operato di altre nazioni”. L’Italia è fuori da gran parte della ricerca biologica, non ha brevetti, strutture e laboratori adatte alla ricerca e si limita ad esprimere giudizi su quello che fanno gli altri Paesi. Prosegue dicendo che “Il progresso ci porta di fronte a degli interrogativi a cui tutti noi, nel nostro piccolo, dobbiamo dare delle risposte. Non esiste una soluzione condivisa, ma è importante la formazione di una coscienza personale e consapevole“. E ancora: “La strada dell’etica non è quella in base alla quale le persone devono fondare la propria opinione su quelle già sostenute da qualcun altro”, insistendo sull’assoluta libertà che ogni individuo ha nel farsi le proprie idee, che non può essere violata da alcuna manipolazione culturale.

Cultura contro natura

Per Lecaldano non bisogna cadere nell’errore che il giusto può essere stabilito dall’autorità o da un libro, né bisogna cadere nell’illusione che la soluzione più conveniente sia quella di seguire la natura, dal momento che gli umani possono intervenire e correggerla. La bioetica è un settore in cui il linguaggio adottato è quello dei diritti e dell’autonomia.
Occorre però fare attenzione: avere il diritto non significa fare quello che si vuole, bensì avere diritti morali, affermare la propria libertà sulla base di certezze. Non esiste, secondo Lecaldano, una soluzione universalmente giusta.

Il professore pone numerosi interrogativi che stimolano ognuno a riflettere e a formulare una propria opinione attraverso l’informazione e lo studio. Ognuno deve decidere sulle questioni che lo riguardano, le persone hanno il dovere di riflettere e approfondire tali questioni.

Umberto Catanzariti

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