Il termine neurosociologia fu utilizzato la prima volta nei primi anni Settanta del XX secolo in seguito a risultati di uno studio effettuato dal famoso neurochirurgo Joseph E. Bogen (1926-2005) e dal sociologo Warren D. Tenhouten. Bogen, insieme al collega Vogel, fu colui che eseguì i primi interventi di divisione del cervello (split brain). Questo tipo di operazione, in seguito, permise al neuropsicologo Roger Sperry e alla sua equipe di studiare le differenti funzioni degli emisferi cerebrali dell’uomo come mai si era potuto fare fino ad allora. Tornando a Bogen, in uno studio descritto come “rapporto sulla lateralizzazione emisferica” basato su un’indagine demografica e sulle scoperte di Sperry, fecero emergere delle sostanziali differenze nell’utilizzo degli emisferi cerebrali tra soggetti appartenenti a culture diverse nonché tra uomini e donne. Dai risultati di questo studio ha avuto ufficialmente inizio la storia della neurosociologia.

La situazione attuale

La neurosociologia è un campo di ricerca ancora nuovo e da sviluppare. Il comportamento umano non può essere affrontato solo dagli psicologi, in quanto per sviluppare le neuroscienze sociali in modo efficace è necessario l’apporto di tutte le scienze sociali, tra cui la sociologia. La neurosociologia ha tutte le potenzialità per essere una disciplina di carattere pratico, uno strumento che, nelle mani di sociologi che operano in ambito clinico, degli psicologi, dei pedagogisti, degli educatori e dei formatori, può fare la differenza nell’attività professionale che essi svolgono con le persone, che siano esse pazienti, utenti o studenti.

Un’opportunità per i sociologi

Joseph E. Bogen
Joseph E. Bogen

Ma a cosa serve la neurosociologia? A questa domanda occorre dare una risposta di carattere operativo per due motivi. Il primo è che è fondamentale l’applicazione delle neuroscienze negli ambiti di competenza del sociologo e degli altri professionisti che si occupano delle persone. Il secondo motivo riguarda la conoscenza del funzionamento del cervello umano, che offre innumerevoli spunti di riflessione, di risoluzione di problematiche e di miglioramento delle prestazioni professionali. La neurosociologia, vista come neuroscienza, ha la caratteristica principale di essere scienza applicata. Infatti, essa studia come impiegare il sapere e i risultati della ricerca della neurobiologia e delle sue branche, nelle questioni di carattere sociale, al fine di perfezionare teorie microsociologiche ovvero elaborarne di nuove. Il livello “micro” della sociologia è fondato sull’osservazione diretta piuttosto che sull’analisi statistica che caratterizza il livello “macro”. La microsociologia, infatti, studia le interazioni e le relazioni umane su scala ridotta, cioè quelle tipiche di piccoli gruppi come la famiglia, la coppia e il gruppo dei pari. La neuro sociologia, pertanto, può essere considerata come branca delle neuroscienze che studia le interazioni sociali e la socializzazione in rapporto alle strutture e alle funzioni del sistema nervoso. Da questo studio nascono e si perfezionano metodi e strategie di intervento negli ambiti dell’educazione, del disagio sociale, della devianza, della criminalità, dell’integrazione e della cooperazione.

Guardare oltre il cervello

Ogni essere umano è un “sistema biologico” singolo che si lega ad altri sistemi biologici singoli per vivere e sopravvivere. La neurosociologia dovrebbe estendere il proprio ambito di studio all’intero sistema nervoso e non solo al cervello. Questa puntualizzazione si rende necessaria poiché alcuni autori del campo della neurosociologia descrivono, nei lori testi, le strutture e le funzioni cerebrali ma non il resto del sistema nervoso. In questo modo, si rischia di ridurre il campo dell’analisi neurosociologica perché si considera solo una parte del “sistema biologico-sociale”, cioè il cervello. Un esempio che suffraga questa tesi sono le scoperte compiute sul sistema nervoso del cuore. Infatti, il cuore non è solo una pompa meccanica ma un organo dotato di un proprio sistema nervoso di circa 40mila neuroni, capace di fare ciò che fa il nostro cervello, cioè percepire, apprendere ed elaborare le informazioni. Infatti, il cervello del cuore, come è stato definito, può gestire autonomamente le funzioni cardiache indipendentemente dal sistema nervoso centrale.

Gianni Broggi

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