Per lifelong learning si intende quel processo di apprendimento duraturo e permanente caratteristico del mondo lavorativo del XXI secolo. Per capire meglio questo recente modello occorre fare una breve digressione.

L’apprendimento culturale cumulativo

"Una volta che si smette di imparare, si inizia a morire"
“Una volta che si smette di imparare, si inizia a morire”

L’acquisizione di conoscenze e competenze risulta essere l’obiettivo e la risorsa principale atta a garantire la propria sopravvivenza e quella delle future generazioni. L’evoluzione naturale ha comportato notevoli modifiche nel ramo dei primati dai quali discendiamo in quanto esseri umani; basti pensare alle capacità proprie dell’essere umano alla nascita. Punto di debolezza della nostra specie all’origine è la mancanza di armi naturali e la totale dipendenza dagli adulti. Questa debolezza diventerà, attraverso la socializzazione e la crescita dell’individuo, un notevole punto di forza, trasformando l’esemplare adulto in un dominatore della natura, o aspirante tale.

L’essere umano nasce incompleto, incapace e indifeso se paragonato ad altre specie animali. Il vero punto di forza è rappresentato, biologicamente, dalla flessibilità delle fontanelle craniche, le quali permettono al cranio e al cervello di espandersi per anni dopo la nascita. Ciò predispone l’essere umano ad una notevole creazione di sinapsi e, importante per il tema trattato, una grande capacità di apprendimento. L’apprendimento, svincolato dalla precarietà della trasmissione orale, si solidifica nella cultura scritta, che rende possibile una maggiore stratificazione di conoscenze destinata a perdurare nei millenni.

La spinta evolutiva culturale

"Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre"
“Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre”

Se l’educazione e l’istruzione sono state per migliaia di anni lo strumento per creare membri adulti della società a partire dai bambini, assistiamo nella nostra epoca a una importante spinta evolutiva sul piano culturale. Secondo i dati Istat nel 1950 solo l’1% degli italiani erano in possesso di una laurea e l’età media della popolazione all’epoca si attestava intorno ai 47 anni; nel 2001 il 7,1% degli italiani è in possesso di un diploma di laurea, mentre l’età media della popolazione oscilla intorno agli 54 anni. Considerando questi dati, possiamo dedurre che sebbene l’età media sia aumentata di poco, il numero di laureati si è moltiplicato sette volte. Perché?

L’ideologia della concorrenza

Il benessere economico sperimentato agli inizi degli anni ’80 ha consentito agli italiani un progressivo allontanamento dal settore primario e secondario, complice anche un nascente classismo verso chi viveva di un mestiere classico. L’avvento della globalizzazione, con le sue delocalizzazioni produttive, frantumazione dei contratti sociali e welfare state, hanno portato all’inizio di una escalation concorrenziale lavorativa sulla base di titoli e competenze acquisite. L’ideologia imperante dello studio ha portato ad un boom di iscrizioni a vecchi e nuovi corsi di laurea, dottorati, master. Crescono e fioriscono le agenzie private di formazione professionale, le quali si fanno carico delle necessità di studenti acculturati ma impreparati dal punto di vista professionale.

La nascita del lifelong learning

Propaganda ed obiettivi del lifelong learning

Il lifelong learning entra nell’immaginario collettivo intorno al 2000 dopo il vertice del Consiglio Europeo di Lisbona. Durante il vertice, viene promosso un nuovo piano di istruzione e formazione, con il fine di integrare un numero sempre maggiore di persone e lavoratori. Crolla di fatto il paradigma degli anni ’60-’70 scuolalavoro, o scuolauniversitàlavoro. Gli effetti del cambiamento sono molteplici:

– si sminuisce il valore di una gran quantità di lauree;
– si moltiplica il numero dei corsi di laurea;
– si rendono i vari corsi di laurea compartimenti stagni che solo attraverso studiati e costosi corsi di formazione post-laurea possono essere attraversati;
– si creano corsi di formazione specifici che rendono inutili dal punto di vista concorrenziale il possesso di una laurea.

Virtù o debolezza?

Non si smette mai di imparare

La learning society che stiamo sperimentando racchiude in sé elementi virtuosi, quali la crescita delle competenze personali e la qualificazione dei lavoratori nella nuova era digitale, l’aumento della concorrenzialità e in generale dell’evoluzione culturale dell’intera società. L’aumento della concorrenzialità ha però valore solo in un tipo di società concorrenziale, dove viene assecondata la stessa ideologia capitalistica che ha portato allo stato attuale delle cose. Si costringe di fatto lo studente, l’inoccupato e il lavoratore a partecipare al lifelong learning, programma di formazione continua, spesso a proprie spese. Vengono ignorate o comunque ritenute insufficienti le competenze e le qualifiche acquisite in precedenza.

Il divario generazionale-culturale

L’elemento più debole della strategia del lifelong learning è purtroppo il contesto socio-lavorativo attuale: sebbene l’evoluzione della società sotto questi punti di vista appaia come un bene assoluto, nella realtà lavorativa che ci circonda è facile riscontrare una grande quantità di ruoli lavorativi del settore terziario ricoperti da persone che non sono in possesso di quelle numerose qualifiche ed esperienze pregresse che trenta anni fa non erano contemplate e che invece oggi sono richieste e domani saranno un must, tra cui le lingue straniere. L’ideologia della formazione e della concorrenza promosse nella società non sembra permeare vaste aree del terziario, limitando la crescita culturale e l’acquisizione di competenze necessarie ai vecchi lavoratori, ignorando la possibilità di rottamare gli stessi organici in favore di un ricambio generazionale volto alla competenza e all’efficienza.

Una società non sufficientemente predisposta alla mobilità sociale e al ricambio generazionale sta calpestando ed utilizzando strumentalmente la generazione X come un ponte tra il vecchio e il futuro.

René Verneau

Print Friendly