Origini filosofiche o scientifiche?

L’intelligenza artificiale usa programmi di ricerca scientifica al fine di riprodurre comportamenti umani, ritenuti intelligenti. Potrebbe sembrare strano ma già tra il 1600 e il 1700, filosofi illustri come Thomas Hobbes e G.W. Leibniz riscontrano un’importante similitudine: l’intelligenza umana è simile ai sistemi di calcolo usati nel mondo scientifico. Bisogna attendere però il lontano 1956, anno in cui l’intelligenza artificiale prende vita. Degli scienziati coraggiosi come M. Minsky, J. McCarthy, C. Shannon e N. Rochester mettono in pratica un progetto ambizioso: quello di ottenere una visione della realtà artificiale collegando una telecamera a un calcolatore.

La storia dell’IA

Charles Babbage
Charles Babbage

Nella creazione di macchine intelligenti, gli anni di maggior fioritura sono stati quelli intorno alla seconda guerra mondiale quando ricercatori statunitensi, inglesi e tedeschi hanno portato sul mercato nuovi tipi di calcolatori. Il principio base scientifico è sempre quello di riproporre l’intelligenza umana tramite strumenti artificiali. Charles Babbage è il matematico inglese costruttore della prima calcolatrice meccanica, agli inizi dell’800. In contemporanea allo sviluppo delle macchine (hardware) si creano anche i primi programmi intelligenti (software). Sempre nel 1956, Allen Newell, Cliff Shaw e Herbert A. Simon riproducono un programma in grado di dimostrare i 36 teoremi di logica espressi in “Principia Mathematica” di Russell e Whitehead. Il nome del programma è “Logic Theorist” e con esso i teoremi dei due matematici assumono una forma più semplice e più facile. Le macchine riescono a raggiungere l’obiettivo in forma più celere solo se le variabili in gioco vengono stabilite in modo chiaro fin dall’inizio; se si è “imprecisi” nel dare i comandi giusti, la macchina incontra grandi difficoltà, perché essa segue sempre il proprio “schema di elaborazione”.

Una vera intelligenza?

Il grande paradosso dell’intelligenza artificiale si consuma nel constatare che essa è capace di affrontare e risolvere compiti con un elevatissimo grado di difficoltà, però si perde in un bicchier d’acqua, perde di vista la semplicità e la banalità della vita. Ad esempio, per distinguere un essere umano da un robot, la macchina necessita di determinati parametri in grado di stabilire un dominio oggettivo di distinzione tra le due entità.

Concetta Padula

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