In Francia l’obsolescenza programmata è reato: il 22 luglio 2015 il Senato ha adottato in via definitiva la legge sulla transizione energetica che comprende differenti interventi su diversi settori. Programmare la “fine” degli oggetti per alimentare il mercato è diventato quindi punibile con 2 anni di prigione e 300mila euro di multa. Da questo provvedimento legislativo si sviluppa la nostra riflessione riguardo l’eticità che concerne la breve vita di oggetti, specie gioiellini tecnologici, di larga diffusione. Fino a che punto si tratta di una logica di mercato e quando invece diventa un ricatto morale?

Le caratteristiche dell’obsolescenza programmata

L’obsolescenza si gioca su tre aspetti essenziali: scarsa qualità dei materiali, avvento di aggiornamenti del sistema ed incidenza della psicologia del marketing. Raggiunto il numero massimo di ore di lavoro stabilite, il prodotto in questione smette di funzionare, in modi differenti ideati da coloro che lo hanno progettato. Esistono però software in grado di resettare tali valori e dare nuova vita al sistema (ma questo nessuno ce lo dirà mai). Per quanto riguarda gli aggiornamenti di sistema, che da un lato rappresentano un vantaggio dal punto di vista funzionale, a causa di una richiesta sempre maggiore di risorse, rendono sempre più inutilizzabili i sistemi operativi. Spesso i nuovi aggiornamenti risultano incompatibili con dispositivi volutamente classificati come obsoleti. Innegabile infine è il ruolo della pubblicità pensata a tavolino, per rendere appetibile il prodotto e far leva su meccanismi per lo più inconsci, che rendono desiderabile un qualcosa della quale potremmo tranquillamente fare a meno e che all’improvviso ci appare indispensabile (almeno fino alla prossima trovata geniale). Ma chi è che muove i fili di questo oleato meccanismo che sembra fare gli interessi di tutti, escluso il consumatore?

Gli attori dell’obsolescenza

Come abbiamo visto, il pubblicitario contribuisce all’oscillazione della domanda: senza la forte spinta degli spot o della comunicazione mass mediale, il fulmineo meccanismo produzione-consumo-produzione subirebbe una notevole battuta d’arresto. Anche i produttori, spinti da interessi economici, dribblano spesso i limiti etici. Così come i pubblicitari, anche le aziende dovrebbero impegnarsi a operare in maniera etica all’interno della propria politica aziendale. La Commissione europea la definisce come “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali“. Attraverso le strategie, spesso messe in atto dai reparti marketing, il consumatore diviene burattino dell’obsolescenza, rendendosi complice di un meccanismo legalizzato ma non del tutto limpido. Attraverso l’auto-educazione possibile grazie all’informazione digitalizzata, il consumatore potrebbe rimparare a discernere la reale utilità dei prodotti, anche in relazione al contesto in cui vengono ideati e al loro impatto ambientale.

Dalla Francia all’UE: i provvedimenti attuati

Se quella della Francia potrebbe apparire una misura estrema, bisogna sapere che anche l’Unione Europea ha preso posizione in merito. I commissari del mercato interno chiedono alla Commissione di considerare una “etichetta europea volontaria” che copra in particolare la durata del prodotto, le caratteristiche ecologiche e di aggiornamento in relazione al progresso tecnologico. L’UE non aveva mai preso una posizione globale sulla durata dei prodotti ma ora afferma che “è nell’interesse dei produttori combattere l’obsolescenza precoce dei prodotti, ma è anche a beneficio dei consumatori e dei lavoratori e risparmia risorse“. Appare chiaro quanto in quest’ambito i confini tra morale, mercato, etica di produzione e di consumo siano veramente labili, perciò in attesa di una linea legislativa più marcata e globale non ci resta che correre ai ripari collegando più spesso la spina del caro vecchio buon senso, che non dovrebbe mai (almeno lui) essere vittima di obsolescenza, tanto meno di quella programmata.

Roberta Cricelli

Print Friendly, PDF & Email