Partire per poi ritornare. Questa espressione spesso rimanda alla moltitudine di individui e di gruppi che si lasciano alle spalle la propria casa e la propria terra, le proprie radici culturali e quindi, una parte della propria identità, con il fine di conseguire un progetto personale, per motivi di studio, o semplicemente per necessità. Affinché il viaggio possa cominciare, e non rimanere solo un sogno nel cassetto, occorrono almeno due fattori: il primo di questi è la necessità di andare via, ovvero l’insieme delle cause che spingono ad allontanarsi dal luogo d’appartenenza; il secondo elemento chiave è una sorta di richiamo verso un altro luogo, ossia quell’insieme di opportunità di studio, lavoro, qualità della vita e quant’altro che spingono a stabilirsi in un determinato luogo.

Perchè i giovani se ne vanno?

Specializzazione della disoccupazione
Specializzazione della disoccupazione

Quali sono le cause che spingono i giovani italiani a separarsi dalla propria terra? Occorre precisare che la maggior parte dei giovani italiani che emigrano sono laureati. É ragionevole pensare che il mito della scuola e dell’universitá, accanto a quello della meritocrazia e dell’occupazione, abbiano ampiamente tradito le aspettative di una grande parte della popolazione giovanile dagli anni ’80 in poi. Miti e aspettative alimentate dalla stessa scuola e dalle famiglie, in concomitanza con un rigurgito classista diffuso che ha dissuaso le nuove generazioni dall’avvicinarsi ai mestieri e all’artigianato. Di fatto le Istituzioni italiane e la societá civile non sono state efficienti nella programmazione occupazionale della miriade di esperti e professionisti qualificati in università e istituti.

Va bene tutto, basta che non sia Italia
Va bene tutto, basta che non sia Italia

Il nuovo mito imperante in questi anni è proprio “partire per poi ritornare”, per migliorare il proprio Paese, per riportare ricchezza e crescita. Il punto è: seppure queste mete e questi miti fossero condivisi dalla popolazione emigrante, con quale legittimità la societá chiede a queste persone di ritornare per riportare ricchezza e crescita? Chi parte, lo fa senza aiuti da parte dello Stato, della scuola, o di altre Istituzioni che dovrebbero provvedere a questo tipo di  dinamiche. Si mette in viaggio senza sapere bene quante e quali cose alle quali era abituato verranno a mancare, e quanto quella mancanza sarà forte. Dal non parlare più la propria lingua al non riconoscere il significato di diversi momenti sociali, da una sorta di resistenza culturale personale al doversi lasciar andare alla cultura dominante che lo ospita.

Lo shock culturale e le sue conseguenze

Sapori, colori e odori, insieme a molte sensazioni che pervadevano ogni giorno la vita di un individuo o di una comunità, scompaiono all’improvviso. I volti di parenti e amici, di vicini e conoscenti si fissano in una fotografia mentale. Non solo i volti, ma anche il carattere, l’identitá, e altre qualità attribuite a quelle persone vengono fissate, congelate, come se niente in quel luogo natío stesse cambiando. Impressioni che possono cambiare solo ritornando per qualche giorno, di solito nelle feste comandate, per riassumere con tutta fretta gli avvenimenti ai quali non si fu presenti.

L'unica soluzione sembrerebbe essere quella di lasciare l'Italia
L’unica soluzione sembrerebbe essere quella di lasciare l’Italia

In questo panorama introduciamo il concetto di shock culturale, elaborato dalla ricercatrice Cora Du Bois nel 1951 per spiegare la sensazione dell’antropologo nel relazionarsi a nuove e distanti culture. Concetto ripreso poi da un altro antropologo, Kalervo Oberg, il quale allarga il significato di shock culturale a tutti coloro che viaggiano per un lungo periodo all’estero. Per Oberg infatti l’individuo affetto da shock culturale può trovare difficoltà nel decidere quando e se compiere o meno gesti comuni quali stringere la mano, chiedere un consiglio, fissare un appuntamento, accettare o meno un invito, prendere sul serio o meno un’affermazione o in che modo reagire ad altre situazioni simili che, in un contesto culturale familiare, risulterebbero facilmente superabili. Successivamente la persona manifesta una sorta di “rifiuto” o “rigetto” verso il nuovo ambiente, seguiti da una fase di “regressione” durante la quale viene dato un valore spropositato al luogo di origine, del quale vengono ricordate soltanto le situazioni piacevoli.

Le fasi dello shock culturale

La nuova frontiera dell'emigrazione: lo shock culturale
La nuova frontiera dell’emigrazione: lo shock culturale

All’arrivo e per vari mesi, aumenta un senso di meraviglia e curiositá verso la nuova cultura, che puó essere idealizzata. In una fase successiva le difficoltá rappresentate dall’adattento alla nuova cultura possono far scemare quella meraviglia iniziale; l’inizio di una fase anomica puó portare a comportamenti fuori luogo in segno di autodifesa, atti ad alleviare il disagio. In un terzo momento l’individuo diviene consapevole della propria situazione e tende ad approcciarsi alla cultura del paese ospitante con positivitá e senso di superioritá verso gli abitanti locali. L’ultima fase é rappresentata da un pieno adattamento: l’individuo si sente parte di quella cultura e apprezza le sue qualitá ed elementi identitari. Giunti a questo punto, il paese ospitante diventerá casa propria e si guarderá ad esso con nostalgia nel caso di una nuova partenza, o di un ritorno in patria.

Partire per poi ritornare

Sembrerebbe quindi che ogni difficoltá sia stata superata dall’emigrante che ha passato qualche anno all’estero. Purtroppo non é cosí. Chi ha lasciato il proprio paese, in un contesto di difficoltá sociale ed anomia diffusa, giunge in una nuova nazione dove affronterá un’altra situazione anomica, ma se é partito per tornare, cosa troverá al suo ritorno? Jennifer Huff introduce il concetto di shock culturale inverso, ovvero il ripercorrere le stesse fasi descritte da Oberg, ma al ritorno nel luogo di provenienza. Da quanto analizzato ne esce fuori un quadro complesso, di persone che vivono per qualche tempo come onde che si infrangono ad ogni arrivo, e ad ogni partenza.

Non resta così che augurare un buon viaggio e un sereno rientro a tutti coloro che partono per poi ritornare.

René Verneau

Print Friendly, PDF & Email