Le fobie sociali possono essere studiate sotto diversi punti di vista: medico, sociologico e culturale. Non esiste un’univoca definizione, in quanto rappresentano un fenomeno complesso dove emergono ibridazioni tra diverse scienze ed esperienze soggettive. La prospettiva migliore che permette di analizzarle appieno è quella multidisciplinare.

Cosa sono le fobie sociali

Dal punto di vista medico-patologico, sono state definite per la prima volta nel 1980. L’ICD-10 (International Classification of Diseases, Classificazione Internazionale delle Malattie e dei problemi correlati proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) concorda con l’American Psychiatric Association sul fatto che le fobie sociali vengano diagnosticate in base alla presenza di alcuni criteri come marcata paura di una o diverse situazioni sociali, attacchi di panico, evitamento e riconoscimento dell’eccessività del timore. Il fobico avverte una paura persistente in cui è esposto all’osservazione altrui, temendo di venire deriso o messo in imbarazzo. Le situazioni sociali maggiormente temute possono variare notevolmente da soggetto a soggetto e concernono:

parlare in pubblico;
– mangiare, bere, scrivere o firmare in presenza di altre persone;
– presenziare ad eventi;
– guardare negli occhi la gente; iniziare una conversazione; essere presentati ad altre persone; fare o accettare complimenti; esprimere o difendere le proprie opinioni;
– incontrare persone sconosciute, del sesso opposto o da cui si è attratti;
– essere in spazi chiusi gremiti di gente;
– realizzare e ricevere telefonate; aprire la porta al suono del campanello;
– rivolgersi ad autorità o svolgere adempimenti burocratici;
– utilizzare i bagni pubblici;
– attività o gesti in cui è richiesta una qualsiasi performance.

La paura dei riflettori

Sicuramente il disagio causato dalle fobie tende a divenire cronico, comportando l’abbandono degli studi, la rinuncia a rivestire posizioni professionali esposte, il declinare inviti, sino a trovarsi confinati in contesti e rapporti chiaramente delineati, conosciuti e, soprattutto, controllabili: una sorta di fuga dalla quotidianità. I fobici sociali sono ossessionati dall’idea di essere costantemente sotto i riflettori del palcoscenico sociale (Goffman, 1971) in cui percepiscono la sensazione di un’incessante critica a loro rivolta. La conseguenza negativa più ovvia è l’impoverimento della vita di relazione e dell’inerente capitale sociale. Dal punto di vista sociologico, le fobie sociali si correlano a due spinte contrastanti: da un lato, la medicalizzazione della vita e dell’infelicità induce ad eliminare il disagio mediante l’utilizzo di farmaci, trovando una pillola efficace per ogni tipo di problema; dall’altro, la società dell’incertezza basata su frammentazione e fragilità aggrava i timori individuali e collettivi.

L’età dell’ansia

Lo storico inglese Eric Hobsbawm
Lo storico inglese Eric Hobsbawm

A tal proposito, esistono una serie di fattori e mutamenti socio-economici che hanno scatenato ulteriori fobie: si spazia dall’atavica paura dell’altro e del diverso sino all’Amazzonefobia, ossia il timore verso donne indipendenti, lontane dal concetto tradizionale di donna-custode del focolare domestico; la Dismorfofobia, semplificando, la paura di essere brutti; l’Atarassofobia, la paura di vivere senza stimoli; la Biofobia legata alla possibile morte del pianeta Terra; la Pauperofobia, la paura di apparire poveri; l’Islamofobia derivante da una data ben precisa, l’11 Settembre 2001. La definizione coniata da Eric Hobsbawm per descrivere la prima parte del Ventesimo secolo è quanto mai appropriata: “age of anxiety“, età dell’ansia, il secolo che egli definisce breve è l’età delle paure collettive. Le fobie non possiedono confini d’inclusione e di espansione: in questo senso, tutti potremmo divenire fobici sociali? Sta a noi non rimanere passivi agli eventi, contando su ciò che è certo: le nostre soggettività e specificità.

Arianna Caccia

Print Friendly, PDF & Email