Kim Kardashian nella sua attività preferita: il selfie
Kim Kardashian nella sua attività preferita: il selfie

Nel marzo del 2014 il Pew Research Center (istituto statunitense con sede a Washington che fornisce informazioni su problemi sociali) ha annunciato che più di un quarto degli americani ha condiviso un selfie online. Inoltre non sorprende che la pratica di fotografare se stessi e la sua relativa  condivisione attraverso i social media sia più comune tra i ‘Millennials‘ (ovvero i giovani nati dagli anni ’80 fino al 2000, su per giù). Degli appartenenti a questa fascia, infatti, più di uno su due ha condiviso un selfie, mentre “solamente” uno su quattro degli individui appartenenti alla  generazione X (individui che sono nati tra il 1960 e i primi anni ’80) ne ha condiviso uno. Questa pratica è diventata ormai di portata globale e di uso comune. La prova della sua natura mainstream è evidente in altri aspetti della nostra cultura. Nel 2013 la parola “selfie” è stata aggiunta all’Oxford English Dictionary, ma è anche stata proclamata Word of the Year. Dalla fine di gennaio 2014 il video musicale di “#Selfie” dei Chainsmokers è stato visto su YouTube oltre 250 milioni di volte. La regina del selfie, Kim Kardashian, ha pubblicato nel 2015 una raccolta dei suoi autoscatti su carta stampata formato libro, intitolato Selfish (egoista). A questo punto la domanda sorge spontanea: come mai si sono diffusi i selfie? Dal punto di vista sociologico ci sono varie spiegazioni alla questione.

Le tecnologie ci forzano

Marcuse parla di razionalità tecnologica
Marcuse parla di razionalità tecnologica

In poche parole, la tecnologia fisica e digitale lo rende possibile, così lo facciamo. L’idea che le strutture tecnologiche, il mondo sociale e le nostre vite siano in stretta connessione è un argomento sociologico vecchio come Marx, ed è stato ripetutamente preso in analisi da teorici e ricercatori che hanno studiato e tracciato l’evoluzione delle tecnologie della comunicazione. Gli artisti hanno creato autoritratti per millenni, partendo dai dipinti e arrivando alle fotografie. Cosa c’è di nuovo in un selfie? Il progresso tecnologico ha liberato l’autoritratto dal mondo dell’arte e lo ha consegnato alle masse.

Ora queste tecnologie digitali che consentono l’atto del selfie sono una forma di razionalità tecnologica, termine coniato dal teorico critico Herbert Marcuse nel suo libro One-Dimensional Man. Le tecnologie esercitano una razionalità propria che plasma le nostre vite. La fotografia digitale, le camere frontali, le piattaforme  social e le comunicazioni wireless generano una serie di aspettative e norme che si infondono nella nostra cultura. Lo possiamo fare e di conseguenza lo facciamo, ma allo stesso tempo lo facciamo anche perché la nostra cultura se lo aspetta da noi.




Le identità sono diventate digitali

Le identità sono oramai totalmente digitali
Le identità sono oramai totalmente digitali

Noi non siamo esseri isolati, noi siamo esseri sociali che vivono in società, e come tali le nostre vite sono caratterizzate essenzialmente dalle relazioni sociali con altre persone, istituzioni e strutture sociali. Essendo foto pensate per essere condivise, i selfie sono atti sociali non individuali. Questo, e tutto ciò che è connesso ai social media in generale, fanno parte di quello che i sociologi David Snow e Leon Anderson descrivono come “identity work“,  ossia tutte quelle azioni che facciamo quotidianamente per apparire agli altri così come vogliamo essere visti. Lontano dall’essere dei processi strettamente innati, la creazione e l’espressione dell’identità sono state a lungo interpretate dai sociologi come un processo sociale. I selfie che scattiamo e condividiamo sono progettati per presentare una particolare immagine di noi e, di conseguenza, per determinare l’impressione che gli altri hanno di noi.

Il famoso sociologo Erving Goffman nel suo libro “La vita quotidiana come rappresentazione” descrive ciò come un processo di “impression management” (letteralmente “gestione dell’impressione”). Questo concetto fa riferimento all’idea di ciò che gli altri si aspettano da noi e di conseguenza la nostra volontà di fare buona impressione sugli altri.

Il meme ci costringe

Il famoso meme di Barack Obama
Il famoso meme di Barack Obama

Nel suo libro “Il gene egoista”, il biologo evoluzionista Richard Dawkins ha fornito una definizione del meme che è diventata estremamente importante per la sociologia, le scienze della comunicazione e i cultural studies. Dawkins ha descritto il meme come un’unità base dell’evoluzione culturale umana analoga al gene, unità base dell’evoluzione biologica, in base all’idea che il meccanismo di replica, mutazione e selezione si verifichi anche in ambito culturale. Al giorno d’oggi i memi abbondano su Internet (spesso usati in maniera goliardica) e sono diventati una vera e propria forma di comunicazione attraverso i principali social network come Facebook, Twitter e Instagram. Questi sono densamente carichi di significato simbolico e quindi si replicano rapidamente. In questo senso il selfie si potrebbe definire il meme per antonomasi; attualmente il selfie è allo stesso tempo un costrutto culturale e una forma di comunicazione che si è largamente diffuso nella nostra vita quotidiana, assumendo in questo modo un significato sociale sempre più importante.

Rino Carfora

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