La vicenda di Charlie Gard sta scuotendo l’opinione pubblica internazionale. È lecito che uno Stato, un tribunale, delle autorità pubbliche decidano di sospendere le cure mettendo fine alla vita seppur breve di un essere umano contro la volontà dei genitori? A chi spetta la decisione in questo caso? Viviamo indubbiamente in un’epoca di transizione, un’epoca che, sotto l’apparente liquidità sociale, cela rapporti di potere e conflitti che costituiscono una sfida se non per il politico, indaffarato ormai col trovare legittimazione al proprio insufficiente operato, per ogni singolo soggetto dotato di coscienza.

Mens sana in corpore sano

La famiglia Gard
La famiglia Gard

Nei precedenti contributi sul biocapitalismo e sullo psicocapitalismo sono stati descritti gli sviluppi di questa epoca e l’invasione del mercato nella sfera personale e intima, sia corporea che emozionale. Tra le due guerre mondiali abbiamo assistito a una forte crescita della spesa pubblica – attuata dalle stesse dittature europee che hanno ferito il nostro continente nella prima metà dello scorso secolo – e nel dopo guerra, e l’istituzione delle casse di previdenza e sanità pubblica, istituita nel nostro Paese in un primo momento dal fascismo sotto forma di assicurazione sociale (mutua), in un secondo momento trasformata in servizio sanitario universale.

La salute e la vita sono a questo punto sanciti come diritti, ma nel contempo anche come doveri. Lo Stato e le sue articolazioni garantiscono le cure e pretendono dal cittadino l’attenzione alla salute e all’igiene, per la propria e l’altrui tutela. L’obbligo dei vaccini debella numerose malattie infettive, mentre la psichiatria – a metà tra salute e controllo sociale – si trasforma da produttrice di stigma e marginalizzazione sociale a agenzia di inclusione e riabilitazione per mezzo di una profonda autocritica e legislazioni innovative – settore in cui l’Italia ha primeggiato e fatto scuola.

È questo il momento della diffusione delle scienze psicologiche e della diversificazione dei paradigmi psicoterapeutici. Il benessere è sempre più un diritto ma anche un dovere. Il Paese ha bisogno di manodopera efficiente e la crescita economica può garantire buone prestazioni previdenziali per chi non è più in grado di garantire la massima efficienza. Ma tutto ciò non poteva durare a lungo, e alla fine dello scorso secolo qualcosa inizia a cambiare.

La fine dell’età d’oro

Questo trend venne rallentato e infine invertito contraendo così occupazione, spesa pubblica e crescita economica (le tre cose sono collegate). Tale processo si accelera in concomitanza alla nascita della moneta comune europea, costruita su fondamenta monetariste e ordoliberaliste, ed è appoggiato e legittimato da una propaganda ideologica inflazione-fobica, deficit-fobica in favore delle privatizzazioni. La legittimazione avviene identificando i provvedimenti regressivi – tra cui una poco costituzionale diminuzione della progressività fiscale – con concetti come progresso e modernità, con connotazione positiva e considerati come ineluttabili così come il ricorso alla shock economy.

Il diritto alla salute

I tagli al welfare state

L’Unione Europea stabilisce un tasso minimo di disoccupazione per non turbare il valore della moneta, e quello imposto all’Italia è abbastanza alto – non più sacche di manodopera di riserva ma marginalità cronicizzate non necessitano più di accudimento e cure, non dovendo più servire al sistema produttivo. Si decide quindi di tagliare la spesa sanitaria, creando altri disoccupati e notevoli congestioni nel Sistema Sanitario Nazionale, diminuendo quindi anche l’aspettativa di vita.

Ora il corpo, la mente e il loro benessere non sono più garantiti e controllati dallo Stato. Essi divengono un lusso per chi se li può permettere. Le polizze assicurative per la salute, un tempo senza senso, iniziano ad essere prese in considerazione anche nel vecchio continente. Molti paesi europei tornano a un sistema di mutua – i servizi vengono garantiti solo a chi paga i contributi – con conseguente americanizzazione del sistema. Potremmo pensare che ad una diminuzione dei diritti corrisponda anche una diminuzione dei doveri, ma non è così.

Il velo di Maya

I sistemi sanitari e l’interesse pubblico infatti non svaniscono, vengono semplicemente privatizzati. Così il corpo e la mente non tornano ad essere gestiti dalla persona, ma tendono sempre di più ad essere oggetto di transazioni economiche – assicurazioni, business dei gameti, traffico di organi, uteri in affitto.

“Libertà” di curarsi

Il corpo da statale non torna ad essere individuale, ma diviene privato, in quanto oggetto di possibili trasferimenti a terzi e transazioni economiche anche per mezzo di intermediari professionali (società private). Di conseguenza, ciò che prima era considerato diritto ora si presenta come “libertà” (ma spesso i due termini si confondono), un diritto a cui si accede solo per capacità economica. Ma i doveri non vengono alleggeriti. Il diritto all’eutanasia, così tanto pubblicizzato, non cela forse una mancanza di interesse a tenere in vita gli improduttivi con costosi sistemi e terapie? Il velo di Maya si squarcia improvvisamente di fronte al tragico vissuto dei signori Gard, e noi vediamo per un attimo la realtà per ciò che è, dietro alla coltre opaca che disegna scenari di progresso, libertà e tutela della persona.

Riflettere sulla bioetica è oggi sempre più importante per lo scienziato sociale di qualsiasi orientamento e qualsiasi ramo del sapere sociologico.

Barbara Lattanzi

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