Secondo la definizione manualistica, l’ansia è considerata uno stato psichico di un individuo, prevalentemente cosciente, caratterizzato da una sensazione di intensa preoccupazione o paura, spesso infondata, relativa a uno stimolo ambientale specifico, associato ad una mancata risposta di adattamento da parte dell’organismo in una determinata situazione, che si esprime sotto forma di stress per l’individuo stesso.

La depressione, invece, è definita come un disturbo dell’umore, caratterizzato da uno o più episodi di umore depresso accompagnati principalmente da una bassa autostima e perdita di interesse nelle attività normalmente piacevoli.

Queste definizioni all’apparenza “perfette” sotto il punto di vista descrittivo, non rendono però giustizia a particolari status psicofisici, che molte persone sperimentano ogni giorno, legati ad una situazione di mancanza di sicurezza economica. Le parole ansia e depressione sono ormai entrate così profondamente nel linguaggio comune che si stenta ormai a riconoscerne la consistenza, fino a perderne spesso il vero significato: se hai l’ansia per un colloquio di lavoro o sei depresso perché non sei stato richiamato ad una selezione, è normale. Vale la pena specificare che l’ansia di non passare una selezione lavorativa non potrà mai essere paragonata all’ansia di non riuscire a costruirsi un futuro, una famiglia: così come la depressione di un colloquio andato male non è la stessa depressione di sentirsi inutili per la società, di effettuare un lavoro sotto o mal retribuito, di non avere una posizione lavorativa.

L’ansia come status sociale

Da stato psichico l’ansia diventa così status sociale, la carta di identità con cui ci si affaccia al mondo del lavoro; una condizione “globalizzata” comune alla maggior parte dei giovani, lo sgradevole retaggio che caratterizza una generazione eternamente preoccupata di non riuscire a ritagliarsi uno spazio nella società, timorosa di perdere il posto di lavoro e disposta a tutto pur di tenerselo stretto, perfino a sacrificare la propria autostima, a perdere interesse per il lavoro come fonte di soddisfazione personale.

Sono spesso i giovani neo laureati a sperimentare questo status, che dopo anni ed anni di sacrifici, si ritrovano a spedire molteplici curriculum senza ricevere alcuna risposta, o peggio ancora, ad essere contattati per colloqui in cui viene loro offerto un lavoro non in linea con le proprie competenze e sotto retribuito, spesso confinati in casa dei genitori, senza sapere come occupare le ore della giornata. Una realtà in cui la paura infondata caratteristica dell’ansia e la scarsa motivazione dovuta ad una bassa considerazione di sé stessi si concretizzano in un reale timore per un futuro incerto, opprimente, di inadeguatezza sociale.

Strategie negative

I sensi di colpa. Spesso la causa del fallimento nel cercare un lavoro viene attribuita ai propri comportamenti errati, al proprio carattere, alla propria personalità. Ragionamenti del tipo “Se gli altri trovano lavoro ed io no, allora non sono stato abbastanza bravo nel mostrare me stesso”, oppure “Non sono bravo ad adattarmi, per questo non mi vogliono”, “Sono io ad essere sbagliato”. Ci si attribuisce in questo modo un potere, un’influenza su quanto avviene ben superiore alla realtà, cercando una spiegazione al senso di impotenza di fronte a quanto sta avvenendo. A questo punto aumenta la perdita dell’autostima ed il senso di vergogna di fronte agli altri e a se stessi.

La rabbia. Dalla rabbia verso se stessi alla rabbia verso gli altri, questi sentimenti negativi necessitano di un canale di sfogo; cominciamo a guardare i nostri amici che trovano lavoro con sospetto, le loro esperienze diventano per noi una minaccia piuttosto che un’opportunità di crescita. Se la rabbia è direzionata verso noi stessi, cresce il rischio dell’autosabotaggio, con discorsi del tipo “È inutile, non ha alcun senso continuare a presentami per nuovi colloqui che ad ogni modo mi rifiuteranno sempre”. È il problema delle profezie che si autoavverano, che a breve termine ci preservano dalle frustrazioni di rifiuti ripetuti.

Negazione della realtà. Sensi di colpa e rabbia generano spesso una specie di “anestesia” alla gravità della situazione. Diminuiscono gli sforzi, complici la stanchezza ed il senso di frustrazione, nel cercare/creare un lavoro. In questa fase si rischia di minimizzare gli sforzi compiuti finora, in una sorta di autodifesa da una realtà opprimente, deludente. Frasi del tipo “Non fa niente”, “Ci riproverò più avanti”, “In fondo senza lavoro si sta meglio, ho più tempo per me stesso”, a breve termine possono richiamare una strategia di adattamento sana, ma con il passare del tempo impediscono di affrontare drasticamente i problemi, adottando le soluzioni che il contesto richiede.

Strategie positive

Riflettere sulle proprie capacità. Potrà sembrerà un eufemismo, ma il momento in cui si realizza che non si ha più nulla da perdere, in cui si tocca il fondo, è il momento giusto per tirare le carte in aria e risistemarle da capo. In questa fase nascono nuove strategie, nuovi impegni per il futuro, più concreti e realistici dei precedenti. Il primo passo consigliato è una riflessione strategica sulle capacità, conoscenze e competenze che si trovano già nelle nostre mani. È capitato almeno una volta nella vita di pensare “Se tutto va male, mi metto a cucinare torte o a fare l’uncinetto!”, “Mi apro un chiosco sulla spiaggia!”? Forse è il momento di rendere queste frasi lanciate al vento una realtà da toccare con mano. In questa fase si tratta di attivare le proprie risorse personali, che probabilmente possediamo già da tempo, ma sulle quali non ci eravamo mai soffermati a riflettere, o che neanche sapevamo di possedere, creando una semplice lista di ciò che più piace e sulle possibilità di perseguire quella strada; ne potrebbero uscire spunti interessanti.

Attivare risorse esterne. Una volta tirate in aria le carte e riorganizzati i propri pensieri, è il momento di lanciare un’occhiata all’esterno; se non è possibile attivare risorse sconosciute (un nuovo posto di lavoro, nuovi contatti) allora sarà bene soffermarsi sulle persone e relazioni che abbiamo già attivato nel passato, e per un motivo o per un altro, abbiamo perso di vista. In questa fase può essere utile una mappa delle relazioni per mettere su carta le proprie conoscenze relazionali, per capire quali agganci forse dimenticati da tempo possono creare nuovi agganci, nuove conoscenze.

Queste semplici ma pratiche strategie possono essere utili nel contenere preoccupazioni e sensi di colpa, allo scopo di delegittimare ansia e depressione come status sociali e reclamare, finalmente, la propria posizione nella società: una società che di certo non facilita le cose, ma se vista con occhi diverse, può renderle interessanti.

Dott.ssa Marina Benemeglio | Psicologa

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