Nella maggior parte dei Paesi europei, i disoccupati percepiscono un sussidio minimo per far fronte alle proprie esigenze di base, mentre lo Stato si impegna – per mezzo di uffici e agenzie – di favorire la ricerca del lavoro. Nel nostro Paese, al contrario, come altri particolarmente colpiti dalla crisi occupazionale, si è iniziato a parlare seriamente di questo tipo di welfare solo di recente, grazie ad alcune forze politiche di sinistra schierata o movimentiste. Malgrado l’evidente disagio di ampi strati di popolazione, ancora molti si oppongono a questo tipo di provvedimento, spiegandone l’inutilità ai fini della crescita, l’insostenibilità finanziaria, le conseguenze negative sulla voglia di lavorare o addirittura l’immoralità del reddito non legato al lavoro.

Le conseguenze sociali del reddito minimo

Il reddito minimo in Europa
Il reddito minimo in Europa

Per prima cosa questo attuerebbe una consistenza redistribuzione del reddito, trasferendo risorse alle classi meno abbienti  contrastando quindi l’indigenza crescente. In secondo luogo contribuirebbe ad alzare i salari – eccessivamente bassi nel nostro Paese – che dovrebbero essere consistentemente superiori al reddito di sussistenza. La conseguenza indiretta di ciò condurrebbe quindi a una crescita dei consumi con conseguente effetto positivo sulla ripresa economica.

Le uniche obiezioni, quindi, resterebbero l’insostenibilità economica (solo iniziale, perché la crescita economica porterebbe a una diminuzione del numero dei beneficiari e a un maggior gettito fiscale) e l’impossibilità di controllare un eventuale aumento del lavoro sommerso (lavoro nero).

Una nuova forma di reddito minimo

L'Italia è uno dei pochi Peasi europei senza reddito minimo
L’Italia è uno dei pochi Peasi europei senza reddito minimo

Ma veniamo a una recente proposta studiata per rendere più efficace e meno oneroso tale provvedimento. Si  tratta della carta di credito fiscale,  un mezzo che permetterebbe di erogare il reddito mensile non in contanti, ma in buoni da spendere (simili ai food stamps statunitensi ma spendibili in vari beni e servizi).  I buoni spesi darebbero luogo a un credito fiscale, rimborsabile al commerciante/prestatore di servizi all’atto del pagamento dei tributi. La transazione sarebbe quindi direttamente tra servizio/venditore e Stato e consisterebbe in uno sgravio fiscale corrispondente all’importo del prezzo del prodotto/servizio. Questo significherebbe un differimento dell’erogazione effettiva del reddito – lo Stato paga dopo qualche mese, all’atto della riscossione dei tributi per un bene o un servizio acquistato in precedenza. In economia post-keynesiana questo dà luogo a un moltiplicatore del reddito, come se la circolazione della moneta corrente fosse molto maggiore di quella effettivamente stampata. Il moltiplicatore del reddito ha un effetto fortissimo di stimolo alla crescita economica, con conseguente aumento dell’occupazione, del PIL e del gettito fiscale.

La discussione su questo deve essere ampia, il giudizio politico ovviamente sempre personale.

Barbara GV Lattanzi

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