Il 18 marzo scorso il mondo della musica ha perso un’altra delle sue stelle più brillanti: l’indimenticabile “Chuck” Berry. Padre fondatore del rock’n’roll e uno dei più grandi chitarristi di sempre, Berry fu anche il primo a narrare le ribellioni giovanili, raccontando con le sue canzoni le storie di quegli adolescenti che, nel tentativo di cercare la libertà, lottavano contro i genitori e la morale dominante. La “musica del diavolo” diventò presto la colonna sonora preferita di una serie di movimenti sociali, una fra tutti quello dei Rocker.

I fatti di Hollister

Il biker con due birre in mano immortalato da Life
Il biker con due birre in mano immortalato da Life

Nel 1947 quando l’American Motorcycle Association organizzò in California il suo quarto motoraduno annuale, non aveva di certo immaginato che durante quel primo weekend di luglio ad Hollister si sarebbe scatenato l’inferno. La città di circa 4500 abitanti visse l’organizzazione del raduno come un’occasione di festa per ottenere visibilità e soprattutto un ritorno economico, ma il 3 luglio, quando iniziarono i festeggiamenti, gli abitanti dovettero ricredersi. Una folla di circa 4000 motociclisti, per lo più ex veterani di guerra in cerca di avventura, invase infatti la città a fronte di soli 7 uomini delle forze dell’ordine. Nonostante i tentativi di repressione e l’arresto del maggior numero possibile di ubriachi impegnati in atti di vandalismo, risse e gare in strada, la città fu liberata solo alla fine dell’adunata quando i motociclisti se ne andarono. La stampa ovviamente non perse l’occasione di raccontare quei fatti incredibili e così, quando la rivista Life pubblicò la foto di un biker in sella alla sua moto con due birre in mano, nacque la leggenda.

Il simbolo dei Onepercenters
Il simbolo dei Onepercenters

Nel frattempo l’A.M.A. prese immediatamente le distanze da quanto avvenuto dichiarando che il 99% dei propri motociclisti era composto da cittadini onesti, mentre solo l’1% da dissidenti. Gli Onepercenters, come si autodefinirono i bikers che sentirono il bisogno di opporsi alle noiose regole dell’A.M.A., decisero allora di contraddistinguersi fondando club outlaw che diventarono poi noti come quello degli Hells Angel. La moto, un bene di consumo facilmente ottenibile grazie alla maggiore disponibilità economica del Dopoguerra, divenne così un vero e proprio simbolo di distinzione ed espressione individualistica.

L’influenza delle icone anni Cinquanta

Il selvaggio, pietra miliare della subcultura rocker
Il selvaggio, pietra miliare della subcultura rocker

L’immagine del biker paffutello, con il cappello storto e la camicia aperta fino all’ombelico non piacque però ai motociclisti ribelli. Occorreva assolutamente un’idea per trasformare quel soggetto ubriaco in un’icona totalmente diversa. Il primo passo verso la creazione di un’immagine stilosa avvenne quando Frank Rooney scrisse dei fatti di Hollister in un racconto intitolato Cyclists Raid, una storia che colpì così tanto il regista e produttore hollywoodiano Stanley Kramer da volerne girare un film. Il selvaggio, pietra miliare della subcultura rocker, uscì nelle sale americane nel 1953 e da quel momento Marlon Brando nei panni di Johnny, il carismatico leader del Black Rebels Motorcycle Club, divenne un mito da imitare. Lo stesso James Dean rimase talmente folgorato dal look di Brando che iniziò ad acconciarsi come Johnny. L’interpretazione in Gioventù bruciata e soprattutto la tragica e prematura morte di Dean, resero il suo personaggio un altro modello da seguire, una figura romantica immortale in cui immedesimarsi, la personificazione di un vero e proprio motto: “live fast, die young”. Tra le icone da cui i bikers trassero ispirazione non mancò infine Elvis Presley. The King of the Rock’n’Roll, sebbene non fosse un personaggio di nicchia, diventò infatti una figura controculturale, un simbolo di quel genere musicale che si fece spazio nel mondo della musica tra i giovani e al di là delle segregazioni tra bianchi e neri.

La fuga dalla realtà oltre ogni limite

Il logo dei Mod
Il logo dei Mod

Se negli USA i giovani bikers si erano aggregati in bande, in UK la situazione fu più difficile, tant’è che Il selvaggio venne addirittura proibito fino al 1967 per evitare che gli adolescenti si immedesimassero nei personaggi ribelli. Nonostante le varie precauzioni, anche in Inghilterra i giovani iniziarono comunque ad investire i loro risparmi acquistando moto da usare come oggetto di intimidazione e virilità. Nacque così una subcultura su due ruote, in cerca di libertà dai legami familiari e lavorativi, all’insegna dell’avventura e del superamento dei limiti di velocità nelle corse da una stazione di servizio all’altra. Si soprannominarono Ton Up Boys (ton up è un’espressione che definisce il superamento delle 100 miglia orarie) o café-racers e difatti il nome Rocker fu assegnato solo in seguito dai Mod, i loro nemici numero uno, per distinguersene.

I Rocker e i Mod, spesso coinvolti in violente risse, si differenziarono tra loro per diversi aspetti sociali ed estetici: i primi erano figli della classe operaia, guidavano motociclette Triumph, vestivano giacche in pelle nera con toppe, borchie e simboli della morte, indossando occhiali da aviatore e foulard per ripararsi dalla polvere, con i capelli e la passione per il rock’n’roll; i Mod erano invece figli della classe media, preferivano gli scooter italiani, avevano uno stile più elegante ed ascoltavano jazz e rock. Il look dei Rocker diventò popolare al punto di influenzare i gruppi hard rock e punk rock degli anni Sessanta e Settanta, ma proprio in quel periodo la subcultura si disgregò trasformandosi sotto le influenze di due movimenti contrapposti: da un lato i pacifici hippy, dall’altro i bellicosi Hells Angels. Ma questo capitolo fa parte di un’altra storia.

Universo subculture

1) Subculture e nuove tribù: l’esigenza di distinguersi
2) Teddy Boys: tra voglia di distinguersi e violenza
3) I rave party: quando la musica diventa estasi

Alice Porracchio

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