L’importanza delle pratiche legate al consumo del cibo, e nello specifico quelle legate alla commensalità, sono ampiamente discusse nella letteratura sociologica e antropologica. Già la sociologia classica ha largamente studiato questo tema, e ne ha sottolineato l’importanza. Indispensabili in questo senso sono i contributi teorici di Comte, Fustel de Coulanges, Le Play, Durkheim, Spencer, Simmel, Tönnies. Generalmente il concetto di commensalità ci suggerisce un tipo di pratica legata all’idea che a tutti coloro che siedono allo stesso tavolo vengono serviti gli stessi cibi. Ma la letteratura storica ci insegna che questo non è l’unico modello di pratica commensale. Si possono distinguere vari tipi di pratiche di commensalismo, che cambiano da una società all’altra e nel corso del tempo. Gli invitati a un banchetto possono sedere tutti allo stesso tavolo e mangiare gli stessi cibi, come accade normalmente nell’Europa dal Seicento in poi; oppure, alle persone che siedono allo stesso tavolo, possono essere serviti cibi diversi in funzione della loro posizione nella scala sociale.

Diversi tipi di commensalismo

Banchetto classico, tipico esempio di aggregazione
Banchetto classico, tipico esempio di aggregazione

Al di là delle sue specifiche forme storiche, gli approcci funzionalisti ed evolutivi sottolineano però la diffusione universale del commensalismo, e la presenza di alcuni tratti ricorrenti. È il sistema di credenze che fa sì che il pasto possa essere condiviso con certe persone, secondo certe regole di comportamento e certe modalità, con altre persone secondo certe altre modalità, o che non possa affatto essere condiviso con altre persone ancora. L’antropologo francese Arnold van Gennep sottolinea come alla base dei riti sociali della maggior parte delle civiltà da lui studiate ci siano spesso delle pratiche che comportano lo scambio o il consumo di cibi. “La commensalità o rito del mangiare e di bere insieme (…) è chiaramente un rito di aggregazione, di unione propriamente materiale che si è denominato come un sacramento di comunione.” (van Gennep 1909, 25).

La prospettiva evoluzionista

Pierre van den Berghe  parte invece da una prospettiva evoluzionista per sottolineare l’universalità del commensalismo. Egli ha ricercato l’origine della pratica del commensalismo conducendo un’analisi comparata tra le abitudini sociali umane e quelle di altri animali. Il dato che appare immediatamente importante è che la pratica di condividere il cibo è comune alla maggior parte degli animali carnivori. In particolare, van den Berghe osserva come alcune specie – quali gli scimpanzé e i cànidi – si servano degli scambi di cibo per creare e mantenere dei legami sociali che vanno oltre i naturali vincoli di sangue. Secondo l’analisi di van den Berghe, il fatto che la pratica di condividere il cibo sia comune alla maggior parte degli animali carnivori dimostra quanto le radici di questo comportamento umano siano antiche e profonde e può servire a spiegarne la centralità ed universalità. “Non solo il cibo è il dono per eccellenza, ma è anche il dono che non può essere rifiutato senza offendere.” (van den Berghe 1984, 390). Più in generale la condivisione del cibo sembra svolgere una funzione di pacificazione e di socializzazione.

Il pasto come “atto sociale”

Il pasto diventa un atto sociale fondamentale
Il pasto diventa un atto sociale fondamentale

Anche se è spesso difficile percepire un proprio comportamento come appartenente a una dimensione rituale o attribuirgli un significato simbolico, bisogna riconoscere che le società industriali (come anche quelle post-moderne o quelle post-industriali) sono ricche di pratiche ritualizzate e cariche di valori simbolici, magari meno consapevoli. I comportamenti e le pratiche collegate al pasto svolgono un’importante funzione di strutturazione all’interno del gruppo che vi partecipa; le modalità con cui la tavola viene apparecchiata, i criteri con cui i commensali scelgono i posti intorno alla tavola imbandita, le modalità di conversazione, “creano la prossimità e la distanza: si sta seduti insieme ma in un modo che conforta la distanza e la gerarchia.” (Maffesoli 1985, 7). Il pasto diventa dunque un atto sociale fondamentale nella misura in cui ai commensali viene data la possibilità di sperimentare, di fare una specie di test di quello che sono i rapporti sociali all’interno del gruppo, o più in generale, all’interno della società a cui appartengono. L’accettazione delle regole imposte durante il pasto implica l’accettazione dei rapporti sociali e della gerarchia sociale tra i commensali anche quando il pasto sarà terminato. Come nella Grecia classica, quando per i banchetti a base di carne “l’animale sacrificato (…) veniva poi fatto a pezzi e mangiato nel corso di un banchetto rituale in cui ciascuno riceveva una parte di carne conforme al suo statuto nella Città. (…) La parte di carne che il cittadino riceve durante il banchetto sacrificale è letteralmente l’incarnazione del suo statuto politico e sociale.” (Fischler 1992, 112).

Il “nomadismo alimentare”

Mangiare davanti alla tv: ecco il nomadismo alimentare
Mangiare davanti alla tv: ecco il nomadismo alimentare

Jean-Pierre Corbeau, facendo riferimento alle società moderne, ha sottolineato il fatto che nella società industriale avanzata ci sia stata una rapida trasformazione di quelle pratiche di commensalismo che erano state a lungo considerate un esempio di pratiche estremamente stabili e resistenti al cambiamento. Il senso di appartenenza al gruppo, in particolare a quello familiare, “si afferma attraverso qualche rituale di commensalità che non suppone più necessariamente la riunione intorno alla tavola.” (Corbeau 1985, 111). Corbeau parla di una pratica di “nomadismo alimentare” osservabile su due distinti livelli. Un primo livello è quello relativo all’abitudine, in crescente diffusione, di consumare i pasti al di fuori della propria abitazione e del proprio gruppo familiare, in relazione a mutamenti negli orari di lavoro e a una diversa gestione del tempo libero; il secondo livello è invece riferito allo spazio privato, in cui il pasto non viene più necessariamente consumato in sala da pranzo o in cucina, alla presenza di tutti i membri della famiglia, ma piuttosto davanti alla televisione, magari in tempi diversi secondo le diverse necessità dei familiari. Questo cambiamento è espressione delle crescente individualizzazione data dal sistema neoliberista, che interpreta gli individui come “monadi iper-razionali“, e che in questo senso porta con se il rischio di destrutturare le più antiche pratiche sociali legate alla commensalità.

Rino Carfora

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