Che si tratti di passione, hobby o mania di protagonismo estemporanea, essere un Cosplayer significa abbracciare un lifestyle, riconoscersi in una comunità dai confini permeabili e attuare una serie di pratiche distintive in grado di generare un senso unitario di appartenenza. Ma che cosa vuol dire fare cosplaying? Quali sono le origini di questo fenomeno?

La nascita del Cosplaying

Il Cosplaying nacque nel Nord America sul finire degli anni ’30 quando gli appassionati di fantascienza incominciarono a prendere parte alle sci-fi convention. In quel periodo, infatti, attorno a tali eventi si sviluppò un movimento che, via via crescente, iniziò ad attirare sempre più adepti al punto che qualcuno cominciò a percorrere decine di chilometri pur di incontrare altri fan e condividere con loro la stessa passione.

La svolta: dagli Stati Uniti al Giappone

Nel 1939, durante l’ormai nota convention Worldcon, due avventori, Forest J. Ackerman e l’amico Myrtle Douglas, si presentarono per la prima volta indossando dei costumi futuristici che ovviamente per l’originalità, la straordinarietà e la manifattura non fecero altro che attirare le attenzioni di tutti, addetti ai lavori e non. Così da quel momento in avanti il “gioco del travestimento” diventò una vera e propria tradizione, fino a trasformarsi in una gara con tanto di giuria e premio alla creazione migliore. Il termine Cosplay, composto da “costume + play” e usato per indicare la pratica del travestirsi, venne coniato però solo a posteriori e per la precisione nel 1984 da Nobuyuki Takahashi, un reporter giapponese che rimase letteralmente esterrefatto e folgorato dai costumi esibiti durante l’edizione di quell’anno del Worldcon di Los Angeles.

Il Giappone, in effetti, vide esplodere il successo attorno ai manga, agli anime (l’animazione nipponica) e alle serie televisive come Corazzata spaziale Yamato e Mobile Suite Gundam tardivamente, verso la fine degli anni ’70, quando dalla semplice collezione di testi di riferimento, i fan cominciarono a produrre materiale amatoriale parallelo, fanzine e fumetti concentrati sulle storie dei propri idoli e a partecipare sempre più regolarmente alle fiere, come il frequentatissimo e tanto atteso Kominetto di Tokyo. Nel corso di queste manifestazioni il travestimento si fece via via popolare, fino ad essere considerato un rito essenziale per poter entrare davvero nei panni dei propri beniamini.

Il travestimento tra atti di sartoria e confronto collettivo

I Cosplayer, in genere di età compresa tra i 15 e i 35 anni, sono persone che vivono della loro passione. Dedicano il loro tempo libero a questo hobby e intrecciano spesso rapporti online con gli altri Cosplayer, in chat o sui forum, per scambiare consigli, suggerimenti e feedback utili a perfezionare i costumi che verranno sottoposti al voto di una giuria, composta per lo più da esperti del settore, redattori di fanzine, fumettisti e Cosplayer pro, i professionisti del travestimento.

Il concorso, non sempre presente durante tutte le convention, prevede diverse fasi tra cui la raccolta di tutte le iscrizioni, la presentazione che solitamente indica il nome della serie, del fumetto o del gioco da cui è stato tratto il personaggio portato in scena, la sfilata. Dopo l’esibizione sul palco, durante la quale il concorrente può scegliere anche di recitare una battuta o cantare una canzone coerente con la rappresentazione del proprio idolo, avviene la votazione e la premiazione dei vincitori, distinti per categoria come il miglior singolo e il miglior gruppo.

Certamente la somiglianza fisica gioca un ruolo decisivo ma a decretare il vincitore è il costume, specie se cucito a mano, personalmente e con l’aggiunta di qualche dettaglio di spicco. Eppure che si travesta prima di entrare alla fiera, che entri in borghese e si cambi nei bagni, che reciti il proprio personaggio in mezzo al pubblico o che si faccia solo dei selfie, il vero cosplayer non concorre e fa parte di questa subcultura a prescindere dalle gare.

Cosplay: vera subcultura?

Il rito della preparazione, il gioco del travestimento, le interazioni virtuali e la recitazione si possono considerare a tutti gli effetti delle pratiche in grado di generare un fenomeno di aggregazione e distinzione attorno alla stessa passione. Sebbene non si oppongano in modo aperto alla cultura mainstream, durante le fiere i Cosplayer si appropriano di uno “spazio altro”, abbattendo le regole quotidiane, capovolgendo ogni forma di stratificazione sociale e lasciandosi andare alla più libera espressione personale.

Certo, a differenza dei Teddy boys, dei Mods, degli Emo o dei Punk, che hanno fatto del loro stile il principale tratto distintivo di identificazione e riconoscimento, per i Cosplayer il costume è un semplice mezzo che disinibisce, abbassa le barriere e consente di interagire più facilmente come succede a Carnevale. Il “qui ed ora” della fiera dunque diviene un’occasione per fuggire dalla quotidianità, rendendo reale qualcosa che esiste solo nel mondo della fantasia o è confinato nella virtualità come i rapporti sociali nati in chat. Ma si sa, quando la scena si ingrandisce, quando l’attenzione dei media si aguzza attorno a certi fenomeni, nulla può essere più considerato autentico ed esclusivo e la subcultura non diventa altro che una nuova moda da seguire.

Alice Porracchio

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