19 luglio 1992. Quel giorno di 25 anni fa, alle 16:58 scoppia una bomba in via D’Amelio, a Palermo, uccidendo il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sento dal profondo che dovrei scrivere qualcosa per ricordare questo giorno, perché di fare memoria non si deve smettere mai. E sento che, questa volta, dovrei parlare di loro. Loro, che hanno sacrificato la vita per cercare di proteggere un grande magistrato; loro, che hanno scelto di non lasciare solo un uomo da tutti abbandonato; loro, così fieri della propria divisa. Sento che dovrei parlare degli agenti della scorta di Paolo Borsellino.

Emanuela Loi: il lavoro prima di tutto

Emanuela Loi
Emanuela Loi

Emanuela Loi, nata nel 1964 a Sestu, un paesino in provincia di Cagliari, fu la prima donna poliziotto morta in servizio. Prese un diploma magistrale ed entrò nella Polizia di Stato nel 1989. Fu trasferita a Palermo due anni dopo dove si stabilì presso il complesso delle Tre Torri destinato a poliziotti e carabinieri fuori sede. Le affidarono molti incarichi, tra i quali, i piantonamenti a Villa Pajno a casa dell’onorevole Sergio Mattarella, la scorta alla senatrice Pina Masaino e il piantonamento del boss Francesco Madonia. Nel giugno del 1992 venne affidata al magistrato Paolo Borsellino. Cercando notizie su Emanuela, mi sono imbattuta in una testimonianza di una sua collega e amica, l’ispettore capo di Palermo Claudia Cogoni. A metà luglio del 1992, ricorda l’ispettore, Emanuela aveva preso l’influenza ed era tornata qualche giorno a Sestu dai suoi genitori; voleva ritornare a Palermo il sabato 18 luglio. Sua madre le aveva detto: “Ma no, ma stai un altro giorno qui, riparti domani sera“. Emanuela era determinata, precisa e diligente nel suo lavoro. Decise di partire il 18 luglio e il 19 era di turno a scortare Paolo Borsellino. Quel mattino del 19 luglio 1992, si era alzata come tutte le mattine, felice di poter fare il lavoro che aveva da sempre desiderato. Aveva 24 anni, quando perse la vita, Emanuela.

Vincenzo Li Muli: la dedizione per la divisa

Vincenzo Li Muli
Vincenzo Li Muli

C’era anche un ragazzo tra la scorta. Vincenzo Li Muli. A parlarci di lui, è la famiglia, che con un nodo alla gola ricorda i suoi momenti privati e le sue passioni, come quella per la moto e le auto da corsa. Ci ricorda anche un Vincenzo bambino che adorava giocare a pallone e un Vincenzo adolescente con i suoi amori di ragazzo e infine, l’incontro con lei, la ragazza giusta, Vittoria, che avrebbe voluto sposare. Vincenzo desiderava da sempre diventare poliziotto e nel 1990 ci riuscì e fu assegnato alla Questura di Palermo nella primavera del 1992. I suoi famigliari ricordano che Vincenzo pianse davanti alle immagini dell’attentato di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Fu proprio in quell’istante, però, che decise di farsi assegnare alla scorta del giudice Borsellino. Aveva paura, certo, temeva che sarebbe potuto succedere anche a lui, temeva di dover lasciar questa vita un po’ troppo presto; pensava a Vittoria, ai suoi genitori, ai figli che avrebbe voluto avere. Ma la dedizione per la sua divisa e per suo lavoro come difensore dello Stato e della giustizia, per Vincenzo, era qualcosa di più. Sentiva che il suo posto era lì, a fianco del giudice Paolo Borsellino.

Walter Cosina: dall’Australia al fianco di Borsellino

Walter Cosina
Walter Cosina

A proteggere il giudice c’era anche l’agente Walter Eddie Cosina. Walter nacque a Norwood, in Australia, da una famiglia di origine triestina emigrata nel dopoguerra; a metà degli anni ’60 lui e la sua famiglia tornarono in Italia. Walter perse il padre a 21 anni ed entrò subito in Polizia: nel 1983 fu assegnato alla Digos; a partire dal 1990 entrò a far parte del nucleo anti sequestri e in seguito nella divisione anticrimine. Dopo la strage di Capaci, il Ministero degli Interni decise di intensificare le scorte ai magistrati e Walter accettò di prendere servizio a Palermo. Venne così assegnato a Paolo Borsellino. Il giorno della Strage di via D’Amelio Walter non avrebbe dovuto lavorare ma, per fare un favore ad un collega, decise di sostituirlo. Ci fu lui a fianco di Paolo Borsellino quella maledetta domenica.

Agostino Catalano: tre figli da accudire

Agostino Catalano
Agostino Catalano

Un altro nome, un altro ricordo. Agostino Catalano. Di lui purtroppo si sa molto poco, solo che era rimasto vedovo nel 1989. Sua moglie era malata di un tumore. Quando morì, lo lasciò solo con tre figli; per arrotondare, iniziò a lavorare come agente di scorta e nel 1999 si risposò. Il giorno della strage, Agostino fu chiamato per aumentare la scorta di Paolo Borsellino.

Claudio Traina: sulle orme del fratello

Claudio Traina
Claudio Traina

Infine Claudio Traina. Luciano Traina è stato un ispettore di Polizia prima di Milano e poi di Palermo. Aveva un fratello minore, Claudio, che decise di prendere le sue orme; stimava il fratello più grande e voleva diventare come lui. Dopo aver fatto il militare, Claudio, infatti entrò in polizia. Anche lui, in breve tempo venne trasferito a Palermo e nel 1990 decide di farsi assegnare all’ufficio scorte. Luciano racconta un aneddoto per ricordare suo fratello scomparso. Un’intera vita dentro un solo, minuscolo ricordo. È la mattina del 19 luglio 1992 e i due fratelli decidono di andare a pesca insieme, era una passione che condividevano. Quella mattina, era un momento per loro come tanti altri trascorsi insieme. Pescarono fino alle 12 perché alle 15 Claudio doveva rientrare in servizio. Tra le risate e i conti di che avesse pescato più pesci, si diedero appuntamento per la sera sessa. Volevano cenare insieme con la loro madre; alle 17, pochi minuti dopo la strage, Luciano ricevette la telefonata più brutta della sua vita. Accese la televisione e al telegiornale riuscì a vedere solo fumo e tra quel fumo c’era anche suo fratello Claudio.

Non tutti gli agenti di scorta sono morti quel giorno. L’unico sopravvissuto è l’agente Antonino Vullo, che oggi ha 52 anni. Quando gli chiedono di quel giorno lui racconta: “Era una bella giornata, ma man mano che ci avvicinavamo sembrava che diventasse scura. Il giudice è sceso dalla macchina e si è acceso una sigaretta. I ragazzi si sono messi a ventaglio intorno a lui per proteggerlo, come sempre. Sono entrati nel portone, poi… sono uscito dall’auto distrutta. Ho camminato e camminato. Ero disperato, vagavo. Gridavo. Ho sentito qualcosa sotto la scarpa. Mi sono chinato. Era un pezzo di piede. Mi sono svegliato in ospedale. Ogni volta, quando cade l’anniversario, sto malissimo”.

Io ti vorrei dire Antonio, ma anche ad Emanuela, a Vincenzo, a Walter, ad Agostino e a Claudio che anche noi, oggi, stiamo malissimo. Stiamo malissimo per quello che sono riusciti a fare.

Giulia Borsetto

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