I nostri sono tempi di indifferenza e disagio, non ancora definiti in modo abbastanza chiaro da consentire alla ragione e alla sensibilità individuale di reagire in maniera appropriata e funzionale. Invece di difficoltà precisabili in valori e minacce, c’è lo sconforto di un vago malessere, invece di problemi netti e concreti, c’è la sensazione oscura che qualcosa non va.
Di conseguenza, spesso non si è capaci di orientarsi verso il superamento attivo di questo malessere esistenziale e lo si subisce passivamente, in maniera anche inconsapevole. Siamo giunti in un epoca in cui non si può più ignorare il fatto che le certezze sulle quali l’essere umano è abituato ad appoggiare le basi della sua vita si stanno completamente sgretolando.

Venendo meno i grandi punti di riferimento religioso, economico, politico ed anche scientifico, i quali hanno sempre svolto la funzione di “collante sociale” attraverso la creazione di modelli culturali di riferimento, l’essere umano si trova a vivere momenti di profondo disequilibrio col suo contesto sociale. La grande confusione che ne deriva, nell’interpretare il proprio ambiente, crea quello che si può definire “disagio sociologico”[1], il quale determina una crisi esistenziale molto più profonda, con conseguente ricerca di soluzioni a livello soggettivo, non trovando più risposte in quel ventaglio di “opzioni” fornite dalle grandi narrazioni culturali ormai sempre più precarie.
Disagio: in bilico tra perenne insoddisfazione e costante inquietudine
Come sostiene il sociologo e filosofo tedesco G. Simmel, l’intensificazione degli stimoli, sia esterni che interni sull’individuo, genera un aumento della sua attività intellettuale, la quale non riesce a processarli tutti a causa della loro mole.
Per riuscire a sopravvivere in questo caos, l’essere umano impara a non reagire a tutto, l’atteggiamento blasè[2], infatti, indica la tendenza ad una certa indifferenza, la quale può direzionarsi in una pericolosa deriva, perché può portare ad una grande mancanza di attenzione non solo verso l’esterno, verso il proprio ambiente e gli altri, ma anche verso l’interno, verso se stessi.
Il bisogno umano di ritrovare una propria soggettività, si esprime, oggi quasi totalmente, nella ricerca sì di percorsi di crescita interiore, ma non per raggiungere un reale accrescimento emotivo e spirituale, bensì per “apparire” in maniera unica all’esterno, per essere un esempio da seguire anche.
Dal disagio al benessere spirituale
In questo modo, però, se non si trova la giusta strada, si vive nell’insoddisfazione perenne, oppure, ammesso che si riesca davvero a migliorare la propria condizione soggettiva e a sentirsi meglio, si resta comunque intrappolati nella continua inquietudine di ricercare ininterrottamente nuovi “spunti” di felicità, perché comunque la si fa dipendere da qualcosa che fa parte del contesto esterno. Si realizza, pertanto, una individuazione di tipo quantitativo e razionalmente calcolatore, piuttosto che una individuazione di tipo qualitativo e portatore di “essenza”.
Per poter fare fronte alle varie problematiche che possono scaturire da questa condizione esistenziale, perciò, è più che mai necessario dare valore anche al benessere spirituale, senza sminuirlo né etichettarlo. Esso, infatti, si rivolge a quella componente della persona in cui confluisce la sua autenticità più profonda, e il fatto che sempre più individui avvertano la necessità di riavvicinarsi a questa dimensione, ma non sempre sanno come fare, è uno dei sintomi dello squilibrio contemporaneo, sempre più evidente, tra l’individuo e il suo ambiente.
Sogni o Bi-sogni?
L’individuo è molto più connesso al suo ambiente esterno di quanto a volte possa immaginare e lo è a tal punto da esserne addirittura assorbito nel portare avanti la sua vita quotidiana, tanto dal finire per non ascoltare più nemmeno se stesso. Da un punto di vista sociologicamente rilevante, questa “simbiosi fagocitante” è spiegata molto bene da G. I. Gurdjeff, filosofo, scrittore e mistico di origine greco-armena.
Secondo il suo pensiero, l’essere umano è condizionato da automatismi psicologici ed esistenziali e il suo livello più alto di consapevolezza è il sonno o al massimo uno stato di veglia apparente in cui vive una vita prossima al sogno. Il sogno, l’immaginazione, sono aspetti molto belli, che in qualche modo aiutano l’essere umano ad “andare avanti”, abbiamo potuto sperimentarlo proprio grazie a una Pandemia improvvisa. Ma, se i sogni diventano dei rifugi troppo sicuri, se si trasformano in bi-sogni, possono diventare prigioni fatte di immobilismo, stagnazione e non-azione.

L’uomo, inoltre, si rinchiude inconsapevolmente in una gabbia invisibile vivendo immerso nel suo ambiente, mosso da pregiudizi, stereotipi, etichette che lo accompagnano già dalla nascita, a partire dal suo stesso nome e che si rinforzano attraverso la socializzazione, prima all’interno della famiglia, poi attraverso l’educazione e poi in tutti gli altri contesti di vita.
La metafora della carrozza per una visione olistica dell’essere umano
Per spiegare la condizione umana, Gurdjeff utilizza la metafora della carrozza, per la quale l’uomo conduce un’esistenza in balìa di pensieri ed emozioni, col risultato di vivere una vita in cui non è mai pienamente appagato. L’abitacolo della carrozza rappresenta il Corpo Fisico come macchina biologica, i cavalli rappresentano le emozioni contenute nel Corpo Astrale.
Esse trainano la vita sia con le loro manifestazioni più belle sia con le loro vibrazioni più basse, come ad esempio la rabbia o la paura che attualmente ci stanno totalmente intrappolando. Sono tutte vibrazioni che influenzano la carrozza, collegata ai cavalli attraverso le stanghe laterali, che rappresentano il collegamento del corpo con le emozioni, col conseguente condizionamento. Il cocchiere rappresenta la mente pensante, propria del Corpo Spirituale che dovrebbe guidare i cavalli.

Mente ed emozioni parlano due linguaggi diversi, perciò il cocchiere dovrebbe imparare attraverso le redini, a guidare i cavalli dando loro degli input e delle informazioni precise. Dovrebbe essere anche allo stesso tempo assertivo ma non rigido nel capire quale linguaggio gli permette di entrare in comunicazione coi cavalli, cosa unisce la mente alle emozioni. Il cocchiere, molte volte, non è davvero presente, nemmeno si cura dei cavalli, perso nei suoi pensieri e nelle sue fantasticherie. Si concentra nel passato o nel futuro e procede secondo un pilota automatico, accorgendosi delle emozioni solo quando in qualche modo strabordano.
Disagio: corpo, mente ed emozioni
Se Corpo, Mente ed Emozioni, quindi non sono in connessione armonica, è facile capire che si genera una sorta di caos, che va ad amplificare quella confusione connessa al disagio sociologico di non sapere come comportarsi all’interno del proprio ambiente. Il quarto elemento, che è il più importante è il passeggero, il padrone della carrozza che da le indicazioni al cocchiere attraverso la sua voce. La “Voce del Padrone”, perciò, rappresenta la Coscienza, l’Anima corrispondente al Corpo Esoterico, che sa quale è la giusta strada da prendere e le scelte migliori da compiere e le può comunicare alla mente.
Il Lavoro su di Sé deve, perciò, iniziare dalla mente, che deve dunque essere attenta, presente a se stessa, per sentire la Voce del Padrone. Spesso, però, essa è persa nei suoi pensieri, nel suo “sonno di veglia” e addirittura può anche essere ignara dell’esistenza di un padrone da ascoltare. Per riuscire ad udirne la Voce, è necessario che l’uomo si svegli dal suo torpore ed impari a comprendere questo linguaggio attraverso quell’apertura di Coscienza che gli permette di capire che Corpo, Emozioni e Mente sono subordinati a un Sé Superiore, ovvero all’Anima.
Perché la vita non va come vogliamo?
Questo, però, non è sufficiente, infatti il cocchiere deve imparare anche a curare, nutrire e guidare i cavalli e deve mantenere in buone condizioni la carrozza, affinchè possa affrontare il viaggio in maniera efficiente e secondo le indicazioni del suo passeggero. Se la mente è subordinata alle istruzioni dell’Anima, anche le emozioni saranno più gestibili e il nostro corpo può procedere nel mondo con maggiore consapevolezza, riuscendo ad affrontare meglio le turbolenze della vita e sviluppando la capacità di ritrovare sempre la giusta direzione, nonostante le avversità.
“Quando ci chiediamo “perché la vita non va come voglio io?”, dobbiamo osservare se questo “Io” di cui parliamo si riferisce alla Mente, ovvero al cocchiere o all’Anima, cioè al padrone”[3].
Svegliarsi, per diventare autenticamente umani
La degenerazione del blasè simmeliano, in questo modo, può essere recuperata a vantaggio dell’essere umano, perché quell’atteggiamento di indifferenza, può essere trasformato in un “giusto mezzo”, in una giusta distanza tra l’essere eccessivamente concentrati su di sé (con rischio di solipsismo!) e l’essere completamente diluiti nel contesto esterno. L’atteggiamento blasé, infatti, non deve essere considerato patologico, ma un meccanismo di difesa, messo in atto dal soggetto nei riguardi delle aggressioni provenienti dall’ambiente esterno.
Un meccanismo al quale vengono riconosciuti anche risultati positivi, infatti solo così è possibile organizzare da un lato un minimo di libertà e di crescita, e dall’altro, forme accettabili di socializzazione[4]. Nel diventare più consapevole di se stesso quotidianamente, l’uomo può trovare un nuovo modo di vivere arricchendo le proprie esperienze concrete e le percezioni della propria coscienza, passando dall’essere come un automa all’essere autenticamente umano.
Disagio e consapevolezza di sé
Per fare questo, è necessario che si svegli e si ricordi di Sé nel mentre che agisce nel mondo, quindi si tratta di un lavoro che va fatto in maniera attiva, mentre si porta avanti la propria quotidianità e in maniera creativa, poiché si co-costruisce la propria dimensione spirituale proprio come si farebbe con un qualunque altro progetto di vita.

L’evoluzione della Consapevolezza di Sé, quindi, nella capacità di ricoprire un ruolo esternamente, ma senza identificarvisi eccessivamente, deve abbracciare anche la dimensione spirituale, per conoscersi in senso organico e non in maniera meramente riflessiva, per questo la sociologia non può ignorarla, se davvero vuole contribuire a trovare una risposta al disagio soggettivo.
Inoltre, come evoluzione, è anche un processo cosciente in quanto per svegliarci dobbiamo capire che pensiamo di essere ciò che siamo, ma è tutta una proiezione dei luoghi comuni della nostra cultura e di quegli accadimenti che chiamiamo storia. Siamo troppo stemperati nella vita ipermoderna e non riusciamo a decodificarne i paradossi, nella nostra personalità confluisce tutto ciò che ci viene sovrapposto dalla società e dai suoi modelli e non riusciamo a renderci conto che il contesto ci orienta anche nelle nostre luci e nelle nostre ombre.
Ci “progettiamo per inerzia” credendo di lavorare realmente su noi stessi.
Il mondo esterno, fagocitandoci, ci insegna a vivere nel contesto del Sapere e del fare piuttosto che in quello dell’ Essere e noi glielo permettiamo perché non siamo in grado di osservarci e di osservarlo davvero. L’osservazione, che rappresenta uno degli strumenti principali per la pratica di noi sociologi è, dunque, fondamentale, infatti, solo osservando come reagiamo al mondo fuori da noi possiamo iniziare ad uscire dalla nostra meccanicità e scegliere le modalità con cui vivere in equilibrio con il nostro ambiente[5].
Lo scenario di vita attuale ci sta ponendo di fronte a un’occasione di risveglio ma anche a un dualismo. Da una parte abbiamo una società della paura, dell’ansia, della precarietà e dell’antagonismo mentre dall’altra parte abbiamo una società della speranza, della condivisione, del reinventarsi e del migliorarsi. Possiamo scegliere di continuare sulla strada della lamentela, concentrandoci su ciò che non va, rimpiangendo una normalità che non tornerà più, oppure possiamo scegliere di aprirci alla curiosità, coltivando nuovi interessi e lavorando per nutrire la nostra essenza.
Tu che stai leggendo, a quale società vuoi appartenere?
Federica Ucci
Riferimenti bibliografici
[1] M. Corsale, 2010, Sociologia clinica e terapia sociale, Franco Angeli.
[2] G. Simmel, 1995, Le metropoli e la vita dello spirito, P. Jedlowsky (a cura di), Armando Editore, Roma.
[3] P. D. Ouspensky, 1976, Frammenti di un insegnamento sconosciuto” Casa Editrice L’ Astrolabio.
[4] G. Simmel, 1995, Op. Cit.
[5] G. I. Gurdjeff, 2002, Vedute sul mondo reale, Gurdjieff parla ai suoi allievi, 1917-31, traduzione di igor Legati, Neri Pozza Editore.


































