Ti sei mai chiesto perché certi paesi sembrano non riuscire a stare fermi? Tipo, devono sempre conquistare qualcosa, allargarsi, fare i prepotenti col vicino? Oggi entriamo nel cuore di Sociologia degli imperialismi, il primo dei due saggi bomba di Joseph Schumpeter che stiamo sviscerando in questa rubrica. E partiamo dal capitolo iniziale, “Il problema”, dove Schumpeter ci piazza davanti una verità semplice ma che ti fa storcere il naso: l’imperialismo non è solo una questione di interessi pratici, di quelli che capisci al volo, tipo “mi serve quel pezzo di terra per il grano” o “quel fiume mi fa comodo per il commercio”. No, spesso è una specie di fissazione, una voglia di espandersi che non si ferma neanche quando, a conti fatti, non conviene più. È questo il succo del secondo articolo di “Schumpeter per tutti”: preparati, perché non è la solita solfa da talk show.

La pulsione alla conquista come base per l’imperialismo

Immagina due tribù che si menano per un giacimento di sale o una riserva di caccia. Ok, lì il motivo è chiaro: survival of the fittest, roba da documentario. O pensa al Piemonte nel 1848, che si dà da fare per unire l’Italia: c’è un interesse concreto, politico, confessabile. Schumpeter dice: “Fin qui, tutto bene, ci arrivo anch’io”. Ma poi ci sono casi che non tornano. Uno Stato che attacca, vince, si prende tutto… e poi ricomincia? Come se la vittoria non bastasse mai? Ecco, qui entra in gioco quella che lui chiama una “disposizione priva di oggetto”. Sembra un parolone da filosofo, ma è più semplice di quanto pensi: è una pulsione a conquistare per il gusto di farlo, non per un obiettivo preciso e sensato. È un “plus ultra” – vai oltre, sempre oltre – che spinge popoli e classi a non accontentarsi, anche quando il bottino è scarso o i costi superano i guadagni.

Non è roba da poco, e Schumpeter non ci lascia con le mani in mano: ci porta a spasso nella storia per dimostrarlo. Pensa agli antichi Egizi, che marciavano su mezza Africa per il prestigio più che per il grano. O ai Romani, che non si fermavano mai, anche quando le legioni erano stremate e le province ribelli. Passa al Medioevo, con gli imperatori tedeschi che sognavano di rifare l’Impero Romano, o al colonialismo inglese dell’800, con Union Jack piantate ovunque, spesso senza un vero perché economico. Non è una novità del capitalismo, come pensava Lenin (te lo ricordi dall’Articolo 1, no? Quello del “taglio delle cedole”). Schumpeter insiste: questa smania viene da lontano, da prima che i soldi e le fabbriche dominassero il mondo. È quasi psicologica, una febbre che prende certi popoli in certi momenti.

La vittoria che alimenta l’aggressività

E qui arriva il twist: questa aggressività non si spegne con una vittoria. Anzi, si autoalimenta. Vinci una guerra, ti gasi, ne vuoi un’altra. È come un fuoco che non si spegne da solo, ma cerca sempre nuova legna. Schumpeter lo dice chiaro: “La storia ci presenta popoli e classi che vogliono l’espansione per l’espansione, la lotta per la lotta, la vittoria per la vittoria”. Non è una questione di “ho bisogno di quel porto” o “devo schiacciare quel rivale per stare tranquillo”. No, è una corsa senza meta, dove il successo non è il premio finale, ma il carburante per andare avanti. Pensa a un videogame infinito: ogni livello superato ti fa venir voglia del prossimo, anche se sei stanco morto.

imperialismo colonialismo

Ma aspetta, non fraintendere. Schumpeter non sta dicendo che ogni guerra sia imperialismo puro. Se uno Stato si difende o lotta per qualcosa di concreto – tipo l’accesso al mare perché è strangolato dai dazi – non è la stessa cosa. L’imperialismo, per lui, è quando l’aggressività va oltre il buonsenso, quando diventa un fine in sé. È quel momento in cui dici: “Ok, ma perché stanno ancora combattendo?”. E la risposta non è nei libri di economia, ma in qualcosa di più profondo, quasi irrazionale. Non a caso, nel testo originale parla di “egemonia” e “dominio mondiale”: termini che senti ancora oggi, no?

L’imperialismo è sempre dietro l’angolo

Ti porto un esempio che Schumpeter cita nel capitolo: pensa a un’aristocrazia di piantatori che spinge il governo a occupare una base per la tratta degli schiavi. C’è un interesse, sì, ma è di una classe ristretta, non di tutto il popolo. E spesso, dice lui, nemmeno quelli che ci guadagnano davvero sono i primi a volerlo: sono i politici, i militari, gli intellettuali con manie di grandezza a soffiare sul fuoco. La gente comune? Di solito preferirebbe starsene in pace. Questo è un punto che tornerà spesso: l’imperialismo non è una cosa che piace a tutti, ma basta un gruppetto con la bava alla bocca per farlo decollare.

E oggi? Nel 2025, con droni, cyberattacchi e corse allo spazio, questa pulsione “priva di oggetto” è sparita o si è solo travestita? Non ti spoilero troppo, ma pensaci: quando senti di superpotenze che si sfidano per un’isoletta in mezzo al nulla o per un pezzo di cielo sopra i satelliti, non ti viene il dubbio che Schumpeter ci abbia visto lungo? Ne riparleremo più avanti, promesso.

Oltre le banali spiegazioni

Questo articolo è il tuo biglietto per entrare nella testa di Schumpeter. Niente slogan facili tipo “l’imperialismo è il male” o “tutto colpa dei ricchi”. È un invito a guardare oltre le spiegazioni banali, a chiederti perché certi Stati e certe classi non si fermano mai. Nel prossimo pezzo – Quando l’imperialismo diventa uno slogan elettorale, segnatelo! – vedremo come l’imperialismo diventa un trucco da campagna elettorale, una specie di specchietto per le allodole. Disraeli e i conservatori inglesi ci faranno da guida. Pronto a scoprire come si vende la conquista al popolo? Ci vediamo là!

Riferimenti