Nel pieno dell’era digitale, ci troviamo davanti a un cambiamento epocale nel rapporto tra essere umano, lavoro e tecnologia: l’automazione e l’intelligenza artificiale non rappresentano più scenari futuristici, ma realtà sempre più concrete che pongono interrogativi urgenti: quale sarà il ruolo dell’uomo nella società automatizzata? E soprattutto, siamo pronti a vivere senza lavorare?
Dal lavoro come identità alla robotizzazione impersonale
Un tempo, il lavoro era percepito come elemento fondante dell’identità personale e collettiva. Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ricorda come la fabbrica fosse considerata un luogo “materno”, in grado di generare senso di appartenenza e sicurezza. Oggi, invece, l’organizzazione del lavoro tradizionale è profondamente mutata. La robotizzazione è entrata nei grandi magazzini, negli impianti produttivi, nelle aziende, sostituendo progressivamente la presenza umana. Quella che era una struttura sociale protettiva si trasforma così in un sistema governato da logiche produttive impersonali, dove l’essere umano rischia di diventare un fattore accessorio.
Una trasformazione già annunciata?
Il timore che le macchine potessero sostituire l’uomo risale alla seconda rivoluzione industriale. Allora, la diffusione delle macchine provocò timori analoghi, ma fu compensata dalla creazione di nuove professioni, spesso di tipo cognitivo. Oggi, però, ci troviamo in una situazione ben più complessa: le stesse professioni cognitive sono sempre più soggette a sostituzione da parte dell’intelligenza artificiale.
Secondo studi del Word Economic Forum, entro la fine del 2025, raggiungendo l’apice nell’anno 2030, potrebbero essere automatizzati quasi un miliardo di posti di lavoro. E anche se altrettanti potrebbero essere creati, la loro natura sarà radicalmente diversa e non necessariamente accessibile a chi perderà i propri impieghi attuali.
Il potere opaco dell’algoritmo
Uno degli aspetti più inquietanti di questa trasformazione riguarda la gestione algoritmica del lavoro. I processi decisionali non sono più affidati all’interazione umana, ma a sistemi di calcolo automatizzati, spesso opachi, che attribuiscono incarichi, selezionano curricula e misurano la performance sulla base di indicatori invisibili ai lavoratori stessi.
Questa nuova forma di organizzazione comporta rischi concreti di discriminazione, poiché gli algoritmi, apparentemente neutri, sono progettati da esseri umani e riflettono inevitabilmente i loro pregiudizi. Ad esempio, un algoritmo per la selezione del personale può perpetuare bias di genere o razziali, escludendo interi gruppi dalla possibilità di accesso al lavoro.
La necessità di una “democraticizzazione algoritmica”
In questo contesto, si impone l’urgenza di una regolamentazione che garantisca trasparenza, equità e responsabilità nella gestione dei dati e degli algoritmi. Serve una vera e propria “democraticizzazione algoritmica” che tuteli i diritti dei lavoratori e assicuri l’accesso paritario alle opportunità occupazionali.
Non si tratta solo di una questione tecnica, ma profondamente politica: il lavoro non può essere affidato a sistemi che sfuggono al controllo democratico. Il lavoratore deve poter comprendere i criteri con cui viene valutato, selezionato o escluso.
L’automazione non riguarda solo le mansioni ripetitive
L’idea che solo i “colletti blu” siano minacciati dall’automazione è oggi superata. Anche i “colletti bianchi” e le professioni creative iniziano a essere sostituite da macchine intelligenti. Già nel 2017 è stato lanciato il “Moby Mart”, un supermercato automatizzato e senza personale. Allo stesso modo, app come “CureSkin” sono in grado di diagnosticare malattie della pelle, mettendo in discussione il ruolo di figure mediche specializzate come i dermatologi.
Questi esempi mostrano che nessuna categoria professionale è al sicuro: l’automazione si espande lungo tutta la filiera produttiva e dei servizi.
Un nuovo ruolo per i governi: garantire diritti e reddito
In un contesto di rapido cambiamento, il ruolo dei governi diventa cruciale. Le istituzioni dovrebbero assicurare un reddito minimo equo e universale, per evitare l’esclusione sociale e garantire una società più solida e resiliente.
Già oggi, i lavoratori delle piattaforme digitali vivono in una condizione di ambiguità giuridica: non sono né subordinati né autonomi, ma privi di tutele certe. Occorre riconoscere giuridicamente queste forme di lavoro e garantire diritti fondamentali, come la trasparenza nella gestione algoritmica, la parità di trattamento e la certezza del diritto.
Politiche innovative per un futuro inclusivo
Diverse proposte sono sul tavolo per affrontare le sfide dell’automazione. Tra queste, la redistribuzione del lavoro, reddito di inclusione, e strumenti di mobilità territoriale come il “relocation mobility voucher”, pensato per spostare i lavoratori verso aree con maggiori opportunità. L’economista Carl Frey propone incentivi fiscali per stimolare la creazione di nuove imprese e nuovi posti di lavoro, sottolineando che l’occupazione è strettamente legata agli investimenti in innovazione.
Rischio di una disoccupazione permanente?
Ma la vera sfida è anche culturale. Lo storico Yuval Noah Harari si chiede se siamo pronti a vivere in una società in cui molti saranno inoccupabili, privi di ruolo economico, politico o artistico. Una società, cioè, in cui il valore dell’individuo non è più legato al contributo produttivo. Questo scenario comporta una nuova forma di disuguaglianza, basata non solo sul reddito ma sulla capacità di adattarsi al cambiamento. Chi non possiede le competenze richieste dal nuovo mercato rischia l’esclusione totale.
Non possiamo restare spettatori
La trasformazione in atto richiede risposte urgenti. Non possiamo restare spettatori mentre il lavoro, così come lo abbiamo conosciuto, viene ridefinito da logiche algoritmiche e processi automatizzati. Serve una nuova visione sociale ed economica capace di garantire inclusione, diritti e dignità in un mondo dove le macchine saranno sempre più protagoniste.
Enrico Delle Donne
Riferimenti
- Crepet P., Prendetevi la Luna, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2023.
- Harari Y. N., Homo Deus. Breve Storia del Futuro, s.l., Bompiani, maggio 2017, prima edizione.
- Lavoro: la grande trasformazione. L’impatto sociale del cambiamento del lavoro tra evoluzioni storiche e prospettive globali, a cura di Enzo Mingione, Feltrinelli, novembre 2020.


































