L’avvento delle tecnologie digitali ha trasformato radicalmente le pratiche sociali, specialmente tra gli adolescenti. La vita quotidiana dei giovani si svolge oggi in parte significativa nello spazio digitale, dove la comunicazione è istantanea e perenne; la socializzazione avviene spesso tramite social network, chat, e piattaforme di gaming, soprattutto tra i giovanissimi. Tuttavia, questa pervasività nel cyberspazio espone anche a fenomeni devianti, come il cyberbullismo, che costituisce una delle forme più insidiose di violenza giovanile nel mondo virtuale. Nella presente riflessione si prova ad analizzare il cyberbullismo da un punto di vista sociologico e forense, adottando la “Teoria delle Attività Routinarie” (Routine Activity Theory, RAT) di Cohen e Felson (1979) come chiave interpretativa. Questo approccio combina strumenti della criminologia, della sociologia digitale e dell’informatica forense, con l’obiettivo di comprendere i meccanismi del cyberbullismo e proporre strategie di prevenzione e intervento.
Crimonologia e sociologia per l’analisi del cyberbullismo
Luciano Floridi ha messo in guardia sull’inesistenza di una separazione tra vita online e offline e ha coniato il termine onlife, riferendosi anche alla dimensione giovanile. Il pioniere degli studi sul bullismo è lo psicologo scandinavo Dan Olweus, il quale ha definito il bullismo come “un atto aggressivo condotto da un individuo su un altro, ripetuto nel tempo, con il fine di sminuirlo e di provocare una violenza fisica e psicologica”. Le ricerche sociali si sono interessate dell’intricato rapporto tra vittima e carnefice, spesso labile e da riconoscersi in delicate fasi delle socializzazioni primarie e secondarie, in cui se si scava a fondo si riconoscono pari vulnerabilità e sofferenze. In questo periodo storico, di sistematica digitalizzazione o, meglio, renderizzazione della vita sociale, per dirla con Zuboff, i giovani sono esposti agli attacchi e costretti a subire le insidie legate ai dati e alle loro vite personali.

Ma prima di proseguire è importante fare una distinzione. Il cyberbullismo si distingue dal bullismo tradizionale per alcune caratteristiche peculiari: avviene in uno spazio virtuale, è potenzialmente incessante (24/7), e spesso si realizza in modo anonimo, rendendo difficile comprendere le motivazioni dell’attacco o riconoscere i soggetti. Secondo l’ISTAT (2022), circa il 20% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni ha subito almeno un episodio di cyberbullismo, un dato in crescita rispetto al passato. Dati allarmanti che vanno a inquadrarsi in uno scenario già complesso delle scuole.
Il Cyberbullismo dal punto di vista sociologico
Dal punto di vista sociologico, il cyberbullismo è strettamente connesso a dinamiche di potere, sopraffazione, identità e relazioni sociali. Come sostiene Erving Goffman richiamando la teoria dell’interazione simbolica, l’individuo costruisce la propria identità anche attraverso l’immagine proiettata agli altri. I feed di instagram mostrano un racconto, i giovani si esprimono attraverso brevi video sui social, raccontando una storia significativa per loro che può essere riprodotta e manipolata. Il cyberbullismo mina tale costruzione, esponendo pubblicamente la vittima al giudizio e all’umiliazione. Olweus ricordava che spesso la vittima è vulnerabile e non possiede gli strumenti per fronteggiare emotivamente l’attacco. Un caso recente e mediale che ha saputo raccontare bene questi episodi è l’acclamata serie Adolescence su Netflix.
Il sociologo Manuel Castells (2000) ha parlato di “società in rete” per indicare come le relazioni sociali contemporanee si sviluppino in una struttura decentrata, fluida e globale. In questo contesto, le aggressioni non si limitano a uno spazio scolastico ma possono raggiungere una platea vastissima, amplificando l’impatto psicologico sulle vittime. Va considerato anche un aspetto informatico di altissimo rilievo: non si sparisce mai realmente da internet. Le memorie tendono a conservare sempre parte del dato e anche i post digitali subiscono lo stesso percorso. Si aggiunge anche la pervasività e l’ignoto legato all’Intelligenza Artificiale, strumento di forza ed enormi debolezze se non mediate dalla presenza di una solida costruzione del sé e dell’educazione.
La Teoria delle attività routinarie applicata al Cyberbullismo
La Teoria delle Attività Routinarie propone che un reato si verifica quando convergono tre elementi:
- Un autore motivato. Questo è spesso un pari, che agisce per vendetta, noia o desiderio di dominanza;
- Un bersaglio adatto, altresì un giovane che espone pubblicamente contenuti personali, mostrando vulnerabilità;
- L’assenza di un guardiano capace che può riguardare la mancanza di controllo parentale, l’insufficienza di regole scolastiche o la debolezza degli algoritmi di moderazione delle piattaforme.
Come dimostrato da Navarro e Jasinski (2012), la teoria si adatta bene all’ambiente digitale: più sono esposte le routine virtuali di un individuo (come orari di connessione, pagine visitate, contenuti postati), maggiori sono le opportunità per un aggressore. Alcune storie raccontate dalla cronaca mettono in guardia anche sui rischi legati al mondo del gaming in cui le chat virtuali sembrano essere un posto idoneo per adescare vittime.
L’Informatica forense come strumento di prevenzione giovanile
L’informatica forense gioca un ruolo cruciale sia nella prevenzione che nella repressione del cyberbullismo. Essa si occupa della raccolta, analisi e presentazione di prove digitali in contesti giudiziari. Alcuni degli strumenti più usati in ambito forense includono:
- Analisi dei log di accesso alle piattaforme e ai dispositivi,
- Recupero di dati cancellati da telefoni e computer,
- Tracciamento IP e identificazione di profili anonimi,
- Acquisizione forense di chat, messaggi e social network.
Nel caso del cyberbullismo, l’informatica forense può permettere di collegare un profilo fittizio a un utente reale, ricostruire la cronologia degli abusi e fornire prove in sede giudiziaria. L’informatica forense, in collaborazione con la polizia postale, è anche un deterrente importante: sapere che le azioni online sono tracciabili può ridurre il comportamento deviante, incidendo sul “calcolo razionale” dell’autore, come previsto dalla RAT.
Strategie sociologiche e pedagogiche di intervento
L’approccio integrato criminologico suggerisce alcune linee d’azione, richiamando la necessità e l’urgenza di un ruolo dell’educazione nella formazione dell’individuo:
- Educazione Digitale: formazione sistematica nelle scuole sull’etica digitale, la sicurezza informatica, e l’uso consapevole delle piattaforme. Molteplici scuole secondarie di primo e secondo grado si muovono su queste tematiche per la sensibilizzazione.
- Supervisione e “Guardiani Digitali”: genitori, insegnanti e algoritmi di intelligenza artificiale devono agire come “guardiani capaci”. Educare all’intelligenza emotiva e all’empatia, suggerendo l’ascolto attivo e la comprensione dell’altro.
- Collaborazione Interdisciplinare: psicologi, sociologi, informatici forensi e forze dell’ordine devono cooperare nella gestione dei casi.
- Legislazione e Tracciabilità: evoluzione delle leggi per riconoscere il cyberbullismo come reato perseguibile. L’etica e l’utilizzo degli strumenti della comunicazione è cruciale nello scenario attuale.
Il cyberbullismo non è solo una questione educativa, ma un fenomeno che incrocia dinamiche sociali, tecnologie digitali e devianza giovanile. L’approccio della Teoria delle Attività Routinarie, integrato con strumenti della sociologia e dell’informatica forense, può aiutare a comprenderne le dinamiche e sviluppare interventi efficaci. Solo un’azione combinata, che coinvolga educazione e tecnologia, può davvero proteggere i giovani nel mondo digitale.
Alessandra Volpe
Bibliografia
- Akgül, G. (2021). Routine Activities Theory in cyber victimization and cyberbullying experiences of Turkish adolescents. International Journal of School & Educational Psychology, 11(2), 135-144.
- Castells, M. (2000). The Rise of the Network Society. Oxford: Blackwell.
- Cohen, L. E., & Felson, M. (1979). Social Change and Crime Rate Trends: A Routine Activity Approach. American Sociological Review, 44(4), 588–608.
- Goffman, E. (1959). The Presentation of Self in Everyday Life. Garden City, NY: Doubleday.
- ISTAT. (2022). Rilevazione sul Bullismo e il Cyberbullismo tra i giovani in Italia.
- Navarro, J. N., & Jasinski, J. L. (2012). Going Cyber: Using Routine Activities Theory to Predict Cyberbullying Experiences. Sociological Spectrum, 32(1), 81–94.
- Tonioni, F. (2015). Adolescenti sempre connessi: nuove dipendenze e cyberbullismo. Roma: Giunti.
- Williams, F. P., & McShane, M. D. (2002). Criminology Theory. Prentice Hall.
- Zanero, S. (2016). Digital Forensics: metodi e strumenti per l’informatica investigativa. Apogeo.
- Zuboff, S. (2019). Il capitalismo della sorveglianza Luiss Press
- Olweus, D. (2007) Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono. Giunti Editore

































