Ti piacciono le storie di re con mantelli di ermellino e cavalieri che caricano con la lancia? Allora siediti comodo, perché nel capitolo “L’imperialismo nella moderna monarchia assoluta” di Sociologia degli imperialismi, Joseph Schumpeter ci porta dritti nei palazzi dorati di sovrani come Luigi XIV e nei castelli ventosi dei Tudor. Qui l’imperialismo non è roba da banchieri in giacca e cravatta, ma da nobili con la spada in mano e caste militari che sognano medaglie e poemi epici. È un mondo di corone, campi di battaglia e ambizioni sfrenate, dove la guerra è un biglietto per la gloria – e pazienza se il popolo paga il conto. Schumpeter ci guida come un narratore scettico, con quel suo sorrisetto che sembra dire: “Vedete? Non è per il denaro, è per l’ego!”. Preparati a una passeggiata tra intrighi di corte e clangore di spade: questo è l’imperialismo delle corone.

L’imperialismo da Versailles a Buckingham palace

Immagina la scena: siamo alla corte di Versailles, Luigi XIV – il Re Sole – si guarda allo specchio, sistema la parrucca e decide che qualche metro di confine in più gli starebbe proprio bene. Fa un cenno, e via: eserciti marciano, cannoni sparano, e la nobiltà francese si lancia in guerra come se fosse una gara di prestigio. Razionalissimo, no? Mica tanto. Schumpeter lo sottolinea: questo imperialismo non nasce da un calcolo economico tipo “ci servono più patate dal Belgio”. È una faccenda di potere puro, radicata in strutture sociali vecchie come il mondo. Nella monarchia assoluta, il re comanda, i nobili eseguono, e la guerra è il loro sport preferito. Non si tratta di fare profitti, ma di far vedere chi è il più forte, il più grande, il più “re”. Pensa alle campagne di Luigi contro i Paesi Bassi: milioni di lire buttati in polvere da sparo per un pezzo di terra che, alla fine, serviva più alla sua vanità che al popolo francese.

imperialismo

E i Tudor? In Inghilterra, sotto Enrico VIII o Elisabetta I, la musica non cambia molto. I nobili sono una casta guerriera, cresciuta con l’idea che combattere sia il loro mestiere – e il loro biglietto per salire nella scala sociale. Schumpeter ci fa notare che queste monarchie assolute hanno un motore interno: una nobiltà che vive per la gloria e un re che deve tenerla occupata, altrimenti quelli iniziano a tramare nei castelli. La guerra diventa un modo per sfogare energie, per dare un senso a spade e armature che, altrimenti, arrugginirebbero. Prendi la battaglia di Agincourt (1415, ok, un po’ prima dei Tudor veri e propri): Enrico V vince contro i francesi, e i nobili inglesi tornano a casa coperti di onori. 

Ma a che serve, in termini pratici? Poco, se non a dire: “Siamo i migliori”. È quello che Schumpeter chiama “espansione priva di oggetto”: non c’è un obiettivo concreto, solo la sete di dominio.

… e il popolo paga!

Ora, chi paga tutto questo? Il popolo, ovviamente. Schumpeter lo dice chiaro: mentre re e nobili giocano a chi ha il regno più grosso, contadini e artigiani tirano fuori tasse e sudore. Spesso senza neanche capire perché. “Perché stiamo combattendo in Alsazia?” “Boh, lo vuole il re”. È un sistema che si regge su una mentalità antica, dove comandare è tutto e il resto viene dopo. Schumpeter insiste: questo imperialismo non ha niente a che fare col capitalismo moderno, come pensava Lenin. Lenin vedeva l’imperialismo come il frutto del capitalismo monopolistico, una corsa al profitto globale. Schumpeter ribatte: “Aspetta un attimo, guarda Luigi XIV o i Tudor. Qui non ci sono banche o fabbriche, solo corone e spade”. È una pulsione che viene da lontano, da società precapitalistiche dove il potere si misura in territori e sudditi, non in bilanci.

Ma c’è un colpo di scena. Mentre i re e i loro nobili si divertono a fare la guerra, sta nascendo una nuova forza: la borghesia. Questi mercanti, artigiani, banchieri in erba non amano le follie guerresche. Schumpeter lo spiega bene: la borghesia vuole pace, perché in pace si fanno affari. Guerra significa tasse alte, rotte commerciali bloccate, mercati in crisi – un disastro per chi vive di compravendita. Pensa a un mercante di Londra nel 1600: preferisce spedire lana in Olanda che finanziare un’altra spedizione contro la Spagna. Questa tensione è il seme di un cambiamento. La nobiltà e i re vedono la guerra come un fine; la borghesia la vede come un ostacolo. E Schumpeter usa questo contrasto per mostrarci che l’imperialismo non è una legge universale: dipende da chi comanda e da come è fatta la società.

La rivoluzione e la frenata all’imperialismo “per la gloria”

Poi arriva l’eccezione che cambia tutto: l’Inghilterra dopo il 1688. Schumpeter la cita come un caso unico. Dopo la Gloriosa Rivoluzione, il potere passa dai re ai Parlamenti, e il popolo – o almeno quella parte che conta, tipo i commercianti e i proprietari terrieri – mette un freno ai sovrani guerrafondai. Niente più monarchi assoluti che decidono da soli di invadere la Francia perché si sono svegliati di cattivo umore. Ora ci vuole il consenso, e gli inglesi, dice Schumpeter, non sono tipi da sacrifici per la gloria. Ricordi Disraeli e il suo slogan imperialista? Funzionava finché restava una chiacchiera; quando Chamberlain prova a fare sul serio, lo mandano a casa. In Inghilterra, il popolo e la borghesia dicono: “No, grazie, teniamoci i nostri soldi”. È una svolta che rende l’imperialismo meno “naturale” di quanto sembri.

Questo articolo è praticamente una passeggiata tra corone e campi di battaglia, con Schumpeter che ci fa da guida con quel suo tono da “ve l’avevo detto”. Ci mostra un imperialismo fatto di ego e spade, non di conti in banca. È un mondo lontano dal nostro 2025, ma le radici profonde che descrive fanno pensare. Oggi non abbiamo re Sole, ma capi di Stato che sbandierano potenza militare o aziende che colonizzano mercati. È poi così diverso? Schumpeter ci lascia con un dubbio: l’imperialismo sarà anche antico, ma non è mai morto.

Prossima tappa: “Imperialismo e capitalismo”. Mettiamo il capitalismo sotto i riflettori e chiediamo: è davvero il cattivo della storia? Spoiler: Schumpeter ha un’opinione diversa da Lenin, e non vede l’ora di spiegartela. Sarà un duello di idee, con un economista austriaco che smonta i miti con un ghigno.