Il carcere rappresenta e ha sempre rappresentato uno dei contesti più emblematici della tensione tra norma e devianza, controllo e agency, disumanizzazione e possibilità di risignificazione. A maggior ragione nei regimi penitenziari più restrittivi, come il 41-bis, in cui i meccanismi di isolamento, deprivazione sensoriale e sospensione dei diritti costruiscono forme sofisticate — e spesso invisibili — di annullamento identitario. Questa tipologia di contesto si presta molto bene all’approccio della “sociologia della sopravvivenza”, faro concettuale di una interessante conversazione con Charlie Barnao, docente e ricercatore dell’Università di Palermo. In particolare egli si occupa del ruolo della sociologia qualitativa all’interno delle istituzioni totali, dall’osservazione partecipante alle implicazioni etiche della ricerca “interna”.
Cosa è la sociologia della sopravvivenza?
In questa intervista il professor Charlie Barnao riflette sulle potenzialità euristiche della Sociologia della sopravvivenza, disciplina da lui sviluppata a partire da un’esperienza pluriennale di insegnamento universitario all’interno del sistema carcerario italiano.
Attraverso la lente dell’osservazione partecipante, viene analizzato il ruolo dell’etnografo nei contesti altamente vulnerabili, la centralità del coinvolgimento corporeo e sensoriale e l’ambivalenza etica delle relazioni di campo, in particolare nei casi in cui l’oggetto della ricerca si sovrappone all’esperienza dell’autonarrazione criminale. Un contributo prezioso per ripensare criticamente i confini tra devianza, soggettività e possibilità trasformative.
Il lavoro del professor Barnao ruota attorno a un’idea precisa: la sopravvivenza non è solo resistenza passiva, ma presuppone la capacità attiva di riorganizzare la propria identità anche nei contesti più estremi. Una prospettiva che trova applicazione concreta nel sistema penitenziario italiano, e in particolare nel regime del 41-bis, dove l’annientamento della soggettività sembra essere parte strutturale della pena. Ma com’è nato questo approccio, e in che modo ha preso forma all’interno del carcere?
Charlie Barnao – «Forse possiamo iniziare dal punto di vista di come è nata questa esperienza in carcere, perché nasce proprio dalla sociologia della sopravvivenza. Diversi anni fa ebbi l’idea di portare il mio insegnamento all’interno del carcere di Catanzaro, che aveva una convenzione con l’Università della stessa città. Questo perché alcuni detenuti del carcere avevano chiesto di iscriversi al corso di Sociologia. Come accade purtroppo per moltissimi studenti detenuti, non viene loro riconosciuto appieno il diritto allo studio: raramente vengono attivati dei corsi all’interno delle carceri. Così, spesso, i detenuti si iscrivono ai corsi di laurea ma poi devono presentarsi agli esami da esterni».
Sociologia della sopravvivenza in carcere
«Decisi quindi di portare direttamente dentro il carcere il mio insegnamento ufficiale di Sociologia della sopravvivenza, che già tenevo all’esterno. Questo corso ha per oggetto lo studio delle strategie di sopravvivenza in condizioni di vita estreme. Normalmente il corso si fonda su alcune ricerche che ho condotto in ambiti legati alla marginalità urbana estrema. Negli anni, svolgendo indagini in contesti come la vita di strada o la prostituzione, mi sono reso conto che le persone che vivono tali situazioni sviluppano qualità straordinarie di sopravvivenza. Sono in grado di mettere in atto strategie selettive particolarmente raffinate. Da qui l’idea di dedicare un intero corso a queste dinamiche».
«Quando ho portato il corso in carcere, l’impostazione era quella che seguivo abitualmente, ovvero fondata su tre direttrici principali: sopravvivenza nell’ambito della vita di strada, sopravvivenza nel contesto della prostituzione (sia dal punto di vista fisico sia psicologico), e infine sopravvivenza in contesti di guerra, violenza e tortura, con un’attenzione particolare alla militarizzazione. Appena ho iniziato a trattare questi temi in carcere, mi sono trovato davanti a un pubblico davvero peculiare: tutti i detenuti appartenevano al circuito di Alta Sicurezza, molti dei quali avevano già scontato decenni di reclusione. Di fatto, erano loro i veri esperti di sopravvivenza».
«Tuttavia, si sono appassionati molto agli argomenti trattati e hanno iniziato a studiare con grande serietà, dando vita a percorsi di formazione particolarmente virtuosi. Tre persone si sono laureate con me in Sociologia della sopravvivenza, tutte e tre con 110 e lode. Per le loro tesi di laurea hanno utilizzato proprio i concetti sviluppati nel corso.»
Violenza e tortura
In particolare, il professore racconta di come alcuni studenti si sono coinvolti profondamente nella parte del corso dedicata alla guerra e alla tortura. All’interno del modulo dedicato alla violenza istituzionale, una parte centrale del corso è rivolta all’analisi delle cosiddette pratiche di tortura senza contatto.
C.B. – «Si tratta di una tipologia di tortura particolarmente insidiosa, teorizzata a partire da una formalizzazione in nove categorie distinte, sviluppate da una documentazione e manualistica desecretata e osservata soprattutto nei contesti democratici contemporanei. Queste tecniche si fondano sulle più recenti acquisizioni nel campo della psicologia e si strutturano intorno a dispositivi non fisici di annientamento soggettivo: la deprivazione sensoriale, la sofferenza autoindotta e il disorientamento percettivo. Il tratto distintivo di queste pratiche è la loro efficacia nel produrre danni profondi all’identità del soggetto, pur senza lasciare segni visibili sul corpo — aggirando così i vincoli giuridici internazionali che vietano esplicitamente l’uso della tortura».
«Quando ho illustrato queste tecniche — tratte dai manuali CIA desecretati alla fine degli anni Novanta — diversi studenti detenuti mi hanno raccontato che le avevano vissute sulla propria pelle durante il periodo di detenzione, in particolare nei regimi più duri come il 41-bis. Da qui, progressivamente, si è sviluppato un percorso: all’inizio il mio era un impegno esclusivamente didattico, ma per poter seguire queste persone nel loro lavoro di tesi ho dovuto documentarmi anche sulla letteratura specifica relativa al carcere. Nel frattempo, loro mi trasmettevano una quantità enorme di informazioni, che hanno finito per trasformarmi: da semplice docente sono diventato anche un ricercatore. E proprio grazie a queste informazioni ho deciso di avviare un progetto di ricerca.»
La tortura senza contatto in carcere
Come anticipavamo sopra, le principali categorie delle tecniche di tortura cosiddetta senza contatto trovano una loro sistematizzazione teorica all’interno della manualistica prodotta dagli apparati dell’intelligence statunitense, in particolare dalla Central Intelligence Agency (CIA). Si tratta di una documentazione tecnica elaborata da esperti nel corso di un arco temporale che va dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, in pieno contesto di Guerra Fredda, quando l’attenzione per le forme di controllo psicologico e coercizione non violenta era particolarmente elevata. Questa manualistica, inizialmente classificata come materiale riservato, è stata progressivamente desecretata a partire dalla fine degli anni Novanta, consentendo così alla comunità scientifica di analizzarne in modo critico le implicazioni etiche, giuridiche e operative.

I contenuti di questi documenti descrivono con estrema precisione tecniche sofisticate di manipolazione sensoriale e cognitiva, destinate a disgregare l’identità del soggetto senza ricorrere alla violenza fisica esplicita e si configurano oggi come una fonte primaria per lo studio della tortura in contesti istituzionali contemporanei. In questi manuali – spiega il professore – si distinguono due principali categorie di tecniche di tortura senza contatto che vedremo di seguito.
Le tecniche di disorientamento
L’obiettivo di queste pratiche è disorientare psicologicamente l’individuo, fargli perdere ogni punto di riferimento e indurlo a una regressione della propria personalità. Questo può essere ottenuto, ad esempio, tramite:
- Isolamento estremo relazionale: la privazione del contatto umano per giorni, settimane, o addirittura anni, può generare gravi forme di disorientamento e regressione.
- Deprivazione sensoriale: ovvero l’assenza, il controllo o la manipolazione degli stimoli sensoriali. Un esempio emblematico è l’uso delle celle bianche, interamente tinteggiate di bianco e continuamente ridipinte per evitare qualunque riferimento visivo. Questa tecnica fu già impiegata negli anni ’70 contro i militanti della RAF (Rote Armee Fraktion) in Germania, e su di essa esiste una vasta letteratura.
- Silenzio assoluto: celle completamente isolate acusticamente, in cui l’individuo non percepisce alcun suono proveniente dall’esterno.
Si tratta di pratiche operative documentate con precisione nella letteratura di settore, adottate nei contesti detentivi più severi.
Le tecniche della sofferenza autoinflitta
Tali tecniche si fondano sull’idea che, mentre l’individuo sottoposto a un’aggressione esterna tende a opporre resistenza, se il dolore viene percepito come conseguenza di una propria scelta o comportamento, la resistenza tende a diminuire. Il torturato si convince, almeno a livello psicologico, che il dolore sia autoinflitto, e quindi interiorizza il meccanismo di punizione.
C.B. – «Un esempio tipico è quello della posizione stressante: all’individuo viene ordinato di assumere una certa posizione (ad esempio, in piedi con le braccia sollevate e appoggiate a una parete). Inizialmente non prova dolore, ma dopo minuti — o ore, a seconda della posizione — inizia ad avvertirlo. Secondo questo schema, l’individuo tende a convincersi che il dolore sia conseguenza di una sua scelta (aver obbedito all’ordine), e quindi le sue difese psicologiche verso l’esterno si abbassano».
«Un’altra tecnica è l’induzione continua del senso di colpa. Anche in questo caso si tratta di una forma di sofferenza autoinflitta, ma di tipo psicologico. Il torturatore induce nel soggetto un senso di colpa tale da farlo sentire responsabile della propria condizione, spostando quindi la percezione della sofferenza dall’esterno all’interno. In sintesi, nel mio lavoro ho distinto due declinazioni della sofferenza autoinflitta: una fisica, come nel caso delle posizioni stressanti, e una psicologica, come quella indotta dal senso di colpa. Entrambe concorrono a ridurre le capacità di resistenza dell’individuo e a renderlo più manipolabile.»
L’osservazione partecipante per la sociologia della sopravvivenza
Assumere una posizione di osservazione “interna” all’interno di contesti ad alta vulnerabilità sociale, come quello carcerario, comporta inevitabilmente una serie di implicazioni complesse, tanto sul piano etico quanto su quello emotivo.
Nella ricerca qualitativa, e in particolare nell’osservazione partecipante, il coinvolgimento del ricercatore non è un fattore accessorio ma un presupposto metodologico: solo attraverso una prossimità reale, anche corporea e sensoriale, è possibile accedere al significato che l’altro attribuisce alla propria esperienza.
Tuttavia, quando l’oggetto di studio coincide con ambienti come il carcere — istituzione totale per eccellenza — questo coinvolgimento rischia di diventare anche esposizione. Le dinamiche di campo si intensificano, i confini tra comprensione e complicità si fanno più sottili, e le sfide identitarie ed emotive del ricercatore si moltiplicano. È in questa tensione costante tra distanza analitica e prossimità umana che prende forma la riflessione del professore.
L’aspetto qualitativo fondamentale per la sociologia della sopravvivenza è l’immedesimazione
C.B. «Mi riferisco a una tecnica estremamente qualitativa, il cui obiettivo è comprendere il punto di vista dell’altro, ovvero il significato che l’altro attribuisce alle proprie azioni. Questo, nel senso più autentico del termine, si realizza attraverso un processo di immedesimazione. Ma come si fa a immedesimarsi nell’altro? Avvicinandosi il più possibile a lui. Ecco perché, nel caso dell’osservazione partecipante — e più in generale nella ricerca qualitativa — il coinvolgimento non è qualcosa da evitare, come invece accade nella ricerca quantitativa, bensì qualcosa di necessario».
«Nel caso della ricerca qualitativa, e in particolare dell’osservazione partecipante, il coinvolgimento è la condizione stessa per poter comprendere davvero l’altro. Senza coinvolgimento, non si può comprendere. Naturalmente, questo pone una questione etica importante: il coinvolgimento non è senza limiti. Ogni ricercatore deve imporsi dei limiti, che dipendono da sé e dall’oggetto della propria ricerca. Non sono limiti universali, ma personali, e vanno gestiti con consapevolezza. Nel mio approccio, proprio perché punto a un coinvolgimento il più possibile profondo, mi avvicino molto a quella che viene definita sociologia della carne: un approccio in cui il corpo e i sensi del ricercatore sono coinvolti pienamente. E questo è il contesto nel quale mi sono mosso nel lavoro in carcere.»
Caratteristiche strutturali e simboliche del carcere
Nel delineare le caratteristiche strutturali e simboliche del carcere, il professore insiste su un dato di fondo: si tratta di un’istituzione totale nel senso più pieno del termine, uno spazio rigidamente normato, in cui le possibilità di agency individuale risultano fortemente compresse.
Le carceri italiane, in particolare, rappresentano in molti casi ambienti estremi, in cui la sopravvivenza quotidiana diventa un esercizio faticoso e non scontato. Non si tratta di un’impressione soggettiva, ma di una condizione supportata da evidenze empiriche e riscontri documentati: i tassi di suicidio, ad esempio, risultano essere significativamente più alti rispetto alla popolazione esterna — secondo alcune stime, da 10 a 17 volte superiori — e anche tra il personale penitenziario, in particolare tra gli agenti di polizia, i livelli di disagio psichico e di suicidio raggiungono soglie allarmanti.

Per approfondire: “il carcere italiano al tempo del covid” di Elena Testi
Questi dati, presi nel loro insieme, restituiscono l’immagine di un ambiente istituzionale ad alta tossicità relazionale, che incide in profondità sulla salute mentale e sulla tenuta emotiva sia di chi è recluso sia di chi vi opera quotidianamente.
C. B. «Il mio avvicinamento al carcere, così totale, ha comportato inevitabilmente molti rischi e una forte esposizione, anche a livello etico. Tutte le questioni etiche tipiche dell’osservazione partecipante, in questi contesti estremi, si amplificano. Forse il caso limite, per quanto mi riguarda, è stato quello di uno studente detenuto, in fase di laurea, che stavo seguendo come relatore di tesi. Era una persona condannata per omicidio, considerato un killer della camorra. Detenuto in Alta Sicurezza, aveva scontato diversi anni al 41-bis. Aveva scelto di scrivere una auto-etnografia sulla sua esperienza nel corso di studi in carcere».
«A due mesi dalla discussione della tesi, mi comunicò la sua intenzione di raccontare — all’interno della tesi — anche tre omicidi per i quali non era mai stato indagato o perseguito. Lo fece. La tesi fu discussa regolarmente, e dopo la laurea venne acquisita dalla Procura di Napoli. Un mese fa è stato condannato all’ergastolo per quei fatti.»
Tensioni tra confini di ruoli
In un contesto tanto delicato, viene naturale interrogarsi su come sia stata affrontata una situazione così complessa che ha messo in tensione i confini tra ruolo accademico, responsabilità etica e vincoli istituzionali.
C.B. – «La prima cosa che ho fatto, appena ricevuta la sua dichiarazione, è stata interrogarmi sulla mia posizione sul campo. Chi ero in quel momento? Qual era il mio ruolo prioritario? Ero un ricercatore che stava ottenendo informazioni delicate? O ero il relatore della sua tesi? Ho scelto di mettere da parte la mia posizione di ricercatore e di concentrarmi esclusivamente sul mio ruolo di relatore».
La prima cosa che ho ritenuto fondamentale è stata assicurarmi che fosse pienamente consapevole delle conseguenze che le sue dichiarazioni potevano comportare. Abbiamo quindi avuto diversi colloqui: per me era essenziale capire se stesse facendo una scelta razionale, se fosse lucido, se sapesse davvero cosa significava scrivere quelle cose. Una volta verificato questo, il mio ruolo è tornato a essere quello di relatore: ho accompagnato lo studente al conseguimento del suo obiettivo.»
Fine pena: mai
Tra i nodi più rilevanti dal punto di vista giuridico e sociologico, vi è la questione del significato effettivo dell’ergastolo all’interno del sistema penale italiano. Al di là della definizione formale, si impone una riflessione su ciò che questa pena rappresenta in termini concreti: ci si interroga, cioè, se l’ergastolo corrisponda realmente a una condizione detentiva perpetua — una reclusione “fino alla morte” — oppure se, in determinate circostanze, possa prevedere percorsi di attenuazione o trasformazione.
Tale interrogativo non è solo tecnico-giuridico, ma coinvolge profondamente la rappresentazione simbolica della punizione, la funzione rieducativa della pena e i meccanismi di esclusione sociale attivati attraverso la classificazione di determinati soggetti come definitivamente irrecuperabili.
«In Italia esiste l’ergastolo semplice, e poi, per alcune fattispecie di reato particolarmente gravi, soprattutto legate alla criminalità organizzata, esiste l’ergastolo cosiddetto ostativo. Cosa significa? Che chi viene condannato a questo tipo di pena non può accedere ad alcun beneficio: niente sconti, niente permessi premio, niente misure alternative. Di fatto, si tratta di un ergastolo a vita, il cosiddetto “fine pena: mai”. In questo senso, si può dire che l’ergastolo ostativo ha una radice che affonda profondamente nella logica della tortura, perché si configura come una pena a carattere ricattatorio: soltanto se collabori con la giustizia, cioè se diventi collaboratore di giustizia, puoi uscire da questa condizione.»
Il ruolo delle etichette nella costruzione delle identità deviate
Nel dibattito criminologico e sociologico contemporaneo, una delle questioni centrali riguarda il ruolo delle etichette e delle classificazioni istituzionali nella costruzione delle identità deviate. Definire un individuo attraverso categorie come “detenuto”, “deviante” o “socialmente pericoloso” non è mai un atto neutro: al contrario, si inserisce all’interno di processi sistemici di esclusione sociale e di istituzionalizzazione della violenza, che contribuiscono a consolidare traiettorie di marginalizzazione.
«Dal punto di vista teorico, la mia visione si avvicina a quella dell’abolizionismo penale. Quello che posso dire, con cognizione di causa, è che le carceri che ho frequentato in questi otto anni — otto anni che insegno in carcere — non hanno, da un punto di vista strutturale, nulla di realmente rieducativo. Quando si parla di rieducazione, si fa riferimento a situazioni eccezionali, frutto di coincidenze fortuite e incroci straordinari: l’educatore particolarmente motivato, il direttore illuminato, agenti sensibili, un docente che porta dentro il carcere un’offerta formativa valida. Solo quando tutte queste condizioni si incontrano, può nascere qualcosa che assomiglia a un vero percorso di risocializzazione.Si tratta di eccezioni, non della regola. Nella normalità, il carcere non è pensato — né organizzato — per la rieducazione. È un ambiente tossico, che nella maggior parte dei casi fa male, sia a chi ci vive che a chi ci lavora.»
L’Aboliziolismo penale
L’abolizionismo penale è una corrente di pensiero teorica e politica che sostiene la necessità di eliminare il sistema penale – inteso come insieme di norme, istituzioni e pratiche coercitive (diritto penale, polizia, tribunali, carcere) – perché ritenuto strutturalmente ingiusto, diseguale e inefficace nella risoluzione dei conflitti sociali. Secondo questa visione, il sistema penale non serve a prevenire né a riparare i danni, ma piuttosto a mantenere rapporti di potere, colpendo in modo selettivo le fasce sociali più deboli (poveri, minoranze, marginalizzati), e producendo ulteriore violenza istituzionalizzata.
L’abolizionismo propone quindi di sostituire la logica della punizione con approcci basati sulla riparazione, sulla mediazione e sull’autodeterminazione delle persone coinvolte, sviluppando pratiche di giustizia non repressive che mettano al centro i bisogni delle vittime e le responsabilità degli autori.
All’interno del dibattito criminologico, emergono spesso posizioni teoriche radicalmente divergenti rispetto alla funzione della pena e alla possibilità di rieducazione. Da un lato, vi è chi sostiene con fermezza che, per determinati individui — soprattutto autori di crimini particolarmente efferati — l’unica risposta possibile sia una forma di esclusione penale permanente, fondata su logiche di neutralizzazione e contenimento. Una prospettiva che si ripropone con insistenza, anche in ambito accademico, e che trova riscontro in approcci di tipo securitario e retributivo.
Sorpavvivenza e studio in carcere: il caso della tesi autobiografica
Dall’altro lato, non mancano visioni più complesse e articolate, spesso sostenute da esperienze di ricerca o da testimonianze raccolte sul campo, che mettono in discussione la dicotomia tra colpevolezza assoluta e recupero impossibile, e che interrogano il ruolo delle istituzioni nel rafforzare — o al contrario, nel superare — i processi di esclusione e stigmatizzazione. In questo orizzonte teorico e morale, il posizionamento non è mai semplice né scontato, e interroga profondamente anche chi si occupa di formazione, studio e osservazione dei contesti carcerari.
C.B. – «Posso provare a rispondere tornando anche alla domanda a cui prima ho risposto solo parzialmente. Racconto il caso di Sergio Ferraro, uno degli studenti che si è laureato con me. Ex appartenente ai Casalesi, ha passato circa 24 anni in carcere, alcuni dei quali ininterrottamente. Si è laureato in Sociologia con una tesi sulla socializzazione in carcere e sulla socializzazione all’interno del clan. La sua riflessione ruota intorno al concetto di “due socializzazioni parallele”, perché sia il carcere sia il clan sono, a loro modo, istituzioni totali. Nel suo caso è particolarmente significativo il fatto che l’affiliazione al clan sia avvenuta durante la detenzione: un esito paradossale del processo di socializzazione carceraria».
«Attraverso il percorso autobiografico della tesi, Ferraro ha identificato alcune qualità personali — freddezza, capacità decisionale, carisma — che in passato erano state funzionali alla sua carriera criminale. Ma grazie all’approccio autoetnografico e non giudicante, ha potuto reinterpretarle alla luce del presente».
Reinvestire le qualità: una questione di sopravvivenza?
C.B. – «Oggi quelle stesse qualità vengono investite in modo diverso: le utilizza per coordinare gruppi di studio, per accompagnare altri detenuti nei percorsi scolastici, per promuovere attività collettive, perfino per organizzare gruppi di preghiera. La freddezza e la leadership che un tempo lo rendevano un punto di riferimento nel crimine, oggi sono le stesse risorse che lo rendono capace di guidare e sostenere gli altri all’interno del carcere».
«Questo per dire che sì, in alcuni casi, ciò che sembrava destinato solo alla distruzione può essere riconvertito. Ma perché accada, serve un contesto che lo permetta. E oggi, troppo spesso, quel contesto non c’è. Quindi, quello che poteva sembrare un approccio qualunque — e che invece è stato il vero punto di riferimento — cioè un approccio non giudicante, come dovrebbe sempre essere da parte dell’etnografo (e, nel caso specifico, dell’autoetnografo), gli ha permesso di non buttare via tutto ciò che era stato in passato — se mi è concesso usare questa espressione».
«In altre parole, non ha rinnegato in blocco la sua storia, ma ha compreso che alcune qualità della sua personalità, che un tempo aveva messo al servizio della criminalità, oggi possono essere utili per scopi ben diversi, decisamente più positivi. Qualità come la freddezza, la capacità di prendere decisioni rapide in situazioni complesse, il carisma, la leadership: tutte queste abilità, che lo avevano reso un punto di riferimento all’interno del clan, sono le stesse che oggi gli permettono, ad esempio, di aiutare altri detenuti a studiare, a organizzarsi, a portare avanti percorsi personali e collettivi di crescita.»
Riferimenti
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Sociologa Copywriter e Giornalista. Prediligo temi che hanno a che fare con l’inclusione e i diritti sociali. Scrivo anche di musica, new media e tecnologia.




































