Ho ben chiaro che un articolo di giornale non può essere scritto in prima persona, che non possono essere riportate considerazioni personali per cercare di essere quanto più possibili obiettivi ma, come per ogni cosa, ci sono sempre delle eccezioni: questa è una di quelle!
Ho sempre pensato che la sociologia fosse una scienza sociale che ti permette di osservare e vivere il quotidiano in tutte le sue sfaccettature. In un mondo che ci vuole sempre più performanti, sempre più tecnologici e, per alcuni aspetti, sempre più distanti, il potere delle parole e la forza della lettura possono rivoluzionare il mondo. Parole scritte a matita su un block notes regalato da una mia amica dal Vietnam, durante il viaggio di ritorno da Dijon post campionati Europei di danza delle mie ballerine. Si parla, ci si racconta.
Qualche giorno fa Emanuela mi ha inoltrato un link. L’ho aperto e, una volta letto, mi rendo conto che è riuscita a terminare il suo scritto. Il suo romanzo sta per essere pubblicato. Ho pensato subito alla sociologia della scrittura. È un campo di studio che mi piacerebbe approfondire poiché analizza la scrittura non solo come atto individuale ma come un vero e proprio fenomeno sociale, esaminando come essa sia influenzata e influenzi la struttura sociale, la cultura e i mezzi di comunicazione. Tale branca di studio si concentra sulla produzione, diffusione e ricezione dei testi, indagando i contesti sociali, economici e politici che plasmano la scrittura e il suo impatto sulle relazioni e la società. La sociologia della scrittura ci insegna che ogni testo non nasce mai nel vuoto. Esso è il frutto di relazioni, di contesti culturali e di voci che si intrecciano. Scrivere un romanzo significa dare forma a un’esperienza collettiva, trasformando la memoria e l’immaginario sociale in narrazione.
Ho pensato che Emanuela, come scrittrice emergente, ha bisogno di essere conosciuta e quale occasione migliore se non quella di farle un’intervista?
Come è nata la tua passione per la scrittura?
Credo sia nata quando ho cominciato a leggere da sola, intorno ai sette o otto anni. Non era solo questione di storie: era meraviglia pura. Mi immergevo talmente tanto nei libri che non mi bastava più immaginare di essere lì con i personaggi, volevo vivere quelle avventure, esplorare quelle emozioni. E il modo più naturale per farlo, per me, era inventarle. Scrivere è diventato il mio modo di abitare mondi possibili, di dare forma a ciò che sentivo e non trovavo altrove.
Il romanzo che hai scritto descrivilo in tre parole.
Invisibile, perché l’amore di cui parlo non ha forma né regole: si manifesta nei gesti, nei silenzi, nei legami che si scelgono. Tangibile, perché anche se non si può spiegare, si sente sulla pelle, si riconosce quando arriva, e resta. Irriducibile, perché non si lascia incasellare, non si piega alle definizioni, e continua a esistere anche quando tutto il resto sembra svanire.
Quanto è importante oggi leggere?
Leggere oggi è fondamentale, ma non solo per conoscere il mondo: è un modo per conoscere sé stessi attraverso gli altri. I libri ci mettono davanti a situazioni analoghe, ci fanno vivere emozioni che non sapevamo di avere, ci rivelano pensieri che non avremmo mai detto ad alta voce. Leggere è un esercizio di empatia, verso chi ci sta intorno, certo, ma anche verso noi stessi. È un atto di cura, di ascolto, di presenza. Non è solo relax, né un dovere scolastico: leggere è scegliere di connettersi con la parte più autentica di sé. E soprattutto, leggere è imparare a non restare soli. Perché i libri sono tante cose: rifugio, specchio, viaggio, domanda, risposta. Ma una cosa non sono mai: solitudine.
Credi che un libro, al di là del genere, possa avere il potere di cambia-menti?
Sì, lo credo profondamente. Al di là del genere, della trama, dello stile, un libro è uno spazio di incontro: tra chi scrive e chi legge, tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. Ci sono storie che ci rivelano parti di noi che non sapevamo di avere, che ci fanno fare pace con ferite antiche, che ci insegnano a nominare emozioni rimaste in silenzio. Un libro può essere uno specchio, una finestra, una mano tesa. E quando ci tocca nel profondo, qualcosa si muove. Non sempre è un cambiamento visibile, ma è reale. Perché leggere, come scrivere, è un atto di trasformazione.
Rispetto alla sociologia, cosa credi che manchi a livello sociale per avvicinare piccoli e grandi alla lettura?
Credo manchi, prima di tutto, uno spazio emotivo. La lettura viene spesso proposta come dovere, come strumento di conoscenza o prestazione scolastica. Ma raramente come esperienza affettiva, come occasione per sentirsi meno soli. A livello sociale manca una narrazione che dica: leggere è anche un modo per conoscersi, per riconoscersi, per trovare parole che non sapevamo di avere. Serve più tempo lento, più ascolto, più luoghi dove i libri non siano solo oggetti da analizzare, ma compagni da vivere. E serve smettere di chiedere “quanti libri hai letto?” e iniziare a chiedere “quale ti ha cambiato?”. Perché leggere non è accumulare titoli, ma lasciarsi toccare. E questo, piccoli e grandi, lo capiscono benissimo, se glielo si racconta con verità.
La pubblicazione del tuo romanzo: come la vivi?
Con entusiasmo, gratitudine e una punta di vertigine. È un momento che ho sognato a lungo, troppo, forse. Ci ho provato, ho mollato, ho ripreso. Ho inciampato più volte, ma alla fine sono arrivata fin qui, e questo mi fa fare pace con me stessa. Quando un libro viene pubblicato, quelle parole non sono più solo tue: diventano un’offerta, un ponte, un invito. E questo, da un lato, spaventa perché ti esponi, ti metti a nudo, ma dall’altro è profondamente confortante. Sapere che da qualche parte, in questo vasto mondo, qualcuno potrà sentirsi meno solo grazie a quelle pagine… è il dono più grande. Ho scritto questo libro per un’urgenza personale: avevo bisogno di sentire vicina una persona che è stata fondamentale nella mia vita, e che desiderava con forza che questo momento arrivasse. È un modo per dirle grazie. Per trasformare il dolore in qualcosa che possa aiutare me, ma anche qualcun altro.
Perché il tuo romanzo dovrebbe essere letto?
Perché non è solo una storia da leggere, ma un’esperienza da attraversare. […] Perché parla di legami che si scelgono, di famiglie che si costruiscono con le mani e con il cuore, di amori che non hanno nome ma lasciano il segno. […] Perché chi ha amato qualcuno che non c’è più, chi si è sentito fuori posto, chi ha cercato un modo per appartenere, può riconoscersi tra queste pagine... è un libro che non pretende di insegnare, ma di accompagnare. E perché, in fondo, è nato da un’urgenza vera: quella di trasformare il dolore in qualcosa che possa toccare anche gli altri. Se anche solo una persona, leggendolo, si sentirà meno sola… allora sarà valsa la pena. Perché questo libro è già un atto d’amore.
Ogni romanzo è più di una storia: è un ponte tra autore e lettore, un dialogo che nasce dal tessuto sociale e si trasforma in emozione condivisa. La sociologia della scrittura ci insegna che scrivere significa dare voce a un tempo e a una comunità: questo libro è l’occasione per entrare in quella conversazione.
Riferimenti
Ricco E., Il filo diretto del tuo sentire, Bookabook, Milano, 2025;

Laureata in Sociologia con specializzazione in Politiche Sociali e del Territorio, ho conseguito un master in E-Government e E-Management nella Pubblica Amministrazione, adoro leggere e scrivere. Per me fare sociologia è vivere il quotidiano in tutte le sue sfaccettature e peculiarità. Oggi sono Collaboratore Amministrativo all’I.R.C.C.S Burlo Garofolo di Trieste e soprattutto moglie e mamma, la più grande ricchezza in assoluto.


































