Due spunte blu. Lette alle 17:43. Nessuna risposta. Un micro-segnale involontario reso pubblico dall’architettura della piattaforma: la traccia visibile di una lettura che il mittente non avrebbe potuto sapere, se il sistema non avesse deciso di dirlo. Da quel momento l’attesa cambia natura. Non si aspetta più una risposta: si interpreta un silenzio. Quanto tempo è passato? Cosa stava facendo? Perché non ha scritto niente?

L’editing precede il testo. La gestione dell’impressione precede l’impressione.

Situazioni di questo tipo introducono nell’interazione quotidiana segnali dell’autocorrezione sociale prima molto più difficili da osservare. Non leggiamo più soltanto i messaggi degli altri: leggiamo il loro rapporto con la possibilità stessa di mandarli. Le piattaforme digitali hanno moltiplicato i marcatori leggibili dell’interazione — esitazioni, revisioni, sparizioni, tempi di risposta — trasformandoli in materiale socialmente interpretabile. L’ambiente stesso tende a rendere sempre più elementi dell’interazione continuamente disponibili all’interpretazione.

È in questo senso che il digitale ha trasformato qualcosa di strutturale: l’identità non è più data, ma resa interpretabile. Non gestiamo più soltanto un’immagine di noi stessi, ma l’interpretabilità dei nostri micro-segnali. E lo facciamo sapendo, almeno confusamente, che anche gli altri fanno lo stesso.

Una performance che esisteva già: Goffman e la vita sociale come rappresentazione

Nulla di tutto questo implica che l’interazione sociale fosse, prima del digitale, autentica nel senso ingenuo di una vita sociale non tematizzata come performance. La vita sociale ha sempre richiesto autocontrollo, modulazione, gestione dell’impressione. È il punto da cui partiva già Erving Goffman quando, nel 1959, descriveva l’interazione quotidiana come una forma di rappresentazione situata: non falsità, ma adattamento reciproco tra individui e contesti, pubblici e situazioni.

Erving Goffman
Erving Goffman

Goffman descriveva un’interazione organizzata attorno alla distinzione tra frontstage e backstage. Da un lato la performance pubblica, dall’altro gli spazi in cui quella performance poteva essere sospesa, corretta, preparata. Il backstage non era uno spazio autentico in senso assoluto, era semplicemente meno esposto, con una platea più piccola e una memoria più corta.

Ciò che cambia nel contesto digitale non è l’esistenza della performance sociale, ma la sua leggibilità. Aumenta la quantità di tracce interpretabili e si amplia la visibilità dei processi che la producono. Le piattaforme non eliminano la distinzione tra frontstage e backstage, ne modificano profondamente le condizioni, rendendo parzialmente visibili i processi di revisione e riducendo la separazione tra contesti che prima rimanevano distinti per inerzia strutturale — perché non esisteva un’infrastruttura in grado di mantenerli simultaneamente attivi.

Quando tutti i pubblici si sovrappongono: il context collapse

Gli incentivi alla visibilità incorporati nelle architetture digitali — la notifica di lettura, l’indicatore di presenza, il conteggio delle interazioni — hanno moltiplicato i contesti in cui la performance è registrata, indicizzata, riattivabile. Il messaggio scritto alla persona più fidata vive su un server che non controlliamo. La storia che scompare dopo ventiquattr’ore lascia tracce nei log, nella memoria altrui, nell’algoritmo che ha registrato l’interazione.

In questo teatro senza intervallo, la gestione dell’identità si trova ad affrontare quello che i ricercatori chiamano context collapse: il collasso di tutti i pubblici in uno solo, simultaneamente presenti. Il collega, l’ex compagno di liceo, il familiare distante, il lettore sconosciuto: tutti nella stessa platea, tutti a leggere lo stesso post, nessuno al posto giusto (boyd, 2014).

Vale la pena dirlo esplicitamente: questa non è una patologia individuale. È la struttura del sistema. Ma una struttura che non colpisce tutti allo stesso modo. Chi dispone di un alto capitale culturale e relazionale sa già costruire contesti separati, modulare la propria leggibilità, orientare cosa rendere visibile e a chi. Chi non ha quegli strumenti subisce il collasso senza la capacità di negoziarlo. L’effetto Matteo vale anche qui: il sistema amplifica le risorse di chi ne ha già.

L’identità digitale come deposito sedimentario

Il digitale non ha eliminato la molteplicità dei contesti, ma l’ha stratificata nel tempo e resa simultaneamente accessibile. Il profilo LinkedIn dove si è ricercatori coesiste con i commenti lasciati anni prima su un forum, con le foto di un viaggio, con un’opinione espressa durante una crisi politica già dimenticata. Questi strati non si alternano: si sovrappongono, e chiunque voglia può navigarli verticalmente, recuperando versioni precedenti di una persona con la facilità di un archivio ben indicizzato.

L’identità digitale assomiglia così meno a una performance teatrale e più a un deposito sedimentario: strati accumulati nel tempo, non sempre coerenti, difficilmente rimovibili. E quando vengono rimossi, spesso lasciano comunque una traccia della rimozione. Se l’accumulo è in larga misura involontario — effetto delle logiche di piattaforma più che di scelte consapevoli — la domanda che segue è se sia possibile un’alternativa intenzionale. Scegliere quali tracce lasciare.

Il silenzio come segnale comunicativo

Il paradosso centrale è questo: voler scomparire è già una forma di presenza. Il silenzio digitale non è neutro — è un atto comunicativo. Non rispondere è rispondere. Non comparire è presenziare sotto forma di assenza. Gli utenti, interagendo all’interno dei vincoli architettonici delle piattaforme, producono involontariamente segnali interpretabili — non per scelta consapevole, ma come effetto emergente di sistemi ottimizzati per massimizzare l’engagement (van Dijck, Poell e De Waal, 2018).

Ma è proprio qui che si apre uno spazio interessante. Se il silenzio è già comunicazione, allora può essere usato come modulazione piuttosto che come sparizione: una scelta su cosa rendere leggibile e cosa lasciare, deliberatamente, opaco.

Verso una tracciabilità opaca

Goffman, nel meno citato ma forse più acuto Stigma (1963), analizzava le tecniche con cui chi porta un’identità socialmente complessa gestisce l’informazione su di sé: rivela selettivamente, controlla i contesti, costruisce versioni parziali della propria storia. Non è inganno, ma gestione situata della conoscibilità sociale — una forma di controllo dell’informazione che, letta oggi, può essere reinterpretata come una proto-logica di quella che chiameremmo sovranità informativa.

Qualcosa di simile è possibile anche nel contesto digitale. L’obiettivo non è l’invisibilità — irraggiungibile, e in fondo nemmeno particolarmente auspicabile. È qualcosa che si potrebbe chiamare tracciabilità opaca: essere presenti senza essere interamente leggibili. Sottrazione selettiva. Lasciare tracce che non si sommano a un profilo coerente. Sottrarsi non al digitale, ma alla sua logica di ottimizzazione identitaria.

Basta pensare ai profili Facebook aperti dieci o quindici anni fa: le foto di un Erasmus, un commento su una pagina politica dimenticata, il tag in una serata che all’epoca sembrava irrilevante. Nessuno di quei frammenti è falso. Ma messi insieme da qualcuno che non ci conosce producono un’immagine che nessuno ha mai scelto di costruire. E anche quando si cancella, il ricordo degli altri resta — nella memoria di chi ha visto, nello screenshot che qualcuno ha fatto senza dirlo. L’opacità non è una condizione raggiungibile: è al massimo una direzione di marcia.

La negoziazione con il sistema è asimmetrica, e vale la pena dirlo senza eufemismi. Chi raccoglie i metadati non offre un contratto, non si siede al tavolo. Anche il lurking produce leggibilità sociale, anche quando riduce al minimo la produzione di segnali intenzionali. L’opacità, più che una condizione da raggiungere, è una negoziazione continua con infrastrutture ottimizzate per aumentare la leggibilità degli utenti. Riconoscerlo non elimina l’asimmetria, ma rende più consapevole il modo in cui la si abita.

Cosa resta fuori dalla logica del profilo

Il backstage non è mai stato un luogo naturale — è sempre stato una costruzione, più o meno consapevole, più o meno faticosa. Oggi richiede più lavoro di prima, non perché qualcosa si sia perso, ma perché il sistema è diventato più efficace nel renderlo instabile.

La questione non è se resistere al digitale, ma con quale consapevolezza abitarlo. Ogni scelta su cosa pubblicare, cosa tacere, cosa rimuovere o lasciare opaco è già una negoziazione identitaria. Sulle condizioni della sua esposizione. È questo che il digitale modifica. Ed è su questo che si concentra oggi una parte crescente della vita sociale.

Rosaria Cirello

Riferimenti bibliografici