Stiamo vivendo un periodo storico nel quale le nostre emozioni sono fortemente sollecitate. Le emozioni – comprese quelle legate alla sfera sociale, politica e morale, come l’ammirazione, l’indignazione o l’invidia – non sono solo reazioni, ma vere e proprie lenti attraverso cui interpretiamo la realtà. Sono processi cognitivi profondi, carichi di informazioni, che danno un valore immediato a ciò che viviamo. Un’emozione provata individualmente è diversa da un’emozione collettiva, che in genere si manifesta all’interno di un gruppo, in risposta a eventi pubblici e come risultato delle norme di gruppo.
Gli studi sociologici dimostrano come ciò che proviamo, il modo in cui lo nominiamo e come decidiamo di esprimerlo, sia profondamente modellato dalle strutture sociali e dalla cultura in cui siamo immersi.
Caliamoci ora nel concreto e prendiamo in considerazione pensieri sviluppati da grandi pensatori e studiosi.
La folla ed il contagio emotivo
Per il sociologo e psicologo Gustave Le Bon (1841-1931), le azioni e le emozioni collettive “si combinano esattamente come le cellule che costituiscono un corpo vivente, e formano, riunendosi, un nuovo essere che mostra caratteristiche molto diverse da quelle possedute da ciascuna cellula singolarmente”. Lo scrisse nella sua influente opera La folla: uno studio sulla mentalità popolare (1895), aggiungendo: “Ci sono certe idee e sentimenti che non nascono, o non si trasformano in azioni, se non nel caso di individui che formano una folla”. Una folla psicologicamente unita diventava un’unica mente collettiva, guidata dall’emozione, che prendeva il sopravvento a scapito della ragione. Egli considerava le folle manipolabili da parte di un leader in grado di domare la loro volontà, la loro irrazionalità, i sentimenti e i pensieri.
Ciò contrastava con la visione del fondatore della sociologia, Émile Durkheim (1858 – 1917), secondo il quale le strutture sociali sono separate dagli individui, e un gruppo può essere una forza positiva. Quando ci uniamo come gruppo in un rituale condiviso, la nostra attenzione si sincronizza. Ne ” Le forme elementari della vita religiosa ” (1912), Durkheim definì le intense emozioni che ne derivano “effervescenza collettiva”: uno stato emotivo carico di significato che appartiene al collettivo e rafforza la coesione e la solidarietà del gruppo. Per lui, la società e l’appartenenza al gruppo sono la fonte stessa della morale, della civiltà e dell’ordine. Il gruppo protegge l’individuo dall’anomia (la mancanza di regole e la conseguente disgregazione emotiva). Le emozioni collettive possono avere,dunque,una valenza sia positiva che negativa.
Questa visione era condivisa dal sociologo Gabriel Tarde (1843-1904), per il quale il pubblico plasma la società, dando origine ad azioni collettive positive. Ne “L’opinione e la folla” (1901), Tarde spiegò che grazie alla diffusione della stampa (e oggi diremmo della TV e dei social network), le persone potevano essere mentalmente unite e influenzate, anche se separate geograficamente. Il pubblico è una collettività puramente spirituale, in cui la coesione è mantenuta dalla condivisione delle stesse notizie e idee a distanza. Quindi Tarde parlava di “pubblico” come un’evoluzione della folla: individui separati nello spazio ma uniti mentalmente da un medium.
La deriva contemporanea
Torniamo all’interrogativo iniziale: la vita privata è sempre stata influenzata da condizioni politiche, economiche e sociali. Non esiste soggetto senza un contesto collettivo, senza altri. Siamo intrinsecamente intersoggettivi: il concetto, coniato per la prima volta negli anni Dieci del Novecento dal fondatore della fenomenologia Edmund Husserl (1859 – 1938) e dalla sua allieva Edith Stein (1891 – 1942), é diventato negli ultimi decenni centrale nelle neuroscienze sociali e affettive, nella psicologia, nell’antropologia e nella sociologia.
Husserl sostiene che l’Io non è un’isola chiusa: io scopro me stesso solo scoprendo l’altro. Il mondo non è “mio” è “nostro”, è oggettivo proprio perché è condivisibile. La nostra vita emotiva, quindi, non nasce in un vuoto biologico interiore, ma si costruisce nello spazio tra le persone.
Byung-Chul Han, filosofo e sociologo coreano, uno dei più acuti analisti della società digitale, riprende esattamente il concetto di “folla” di Le Bon e Tarde, ma spiega che oggi non siamo più una “folla organizzata” o un “pubblico” compatto. Siamo uno sciame digitale. Lo sciame è capace di mobilitarsi in pochissimo tempo, ma manca di stabilità, di un leader e di un progetto politico a lungo termine. Si aggrega attorno a un’emozione passeggera o a una polemica del giorno (pensiamo ad un’ondata di indignazione), genera una quantità industriale di rumore, ma poi si disperde con la stessa velocità con cui si è formato. Pertanto, siamo uniti dalla tecnologia, ma fondamentalmente isolati nello spazio.
Richard Sennett, sociologo americano, riprende l’idea che la nostra identità e le nostre emozioni nascano solo nella relazione empatica e intersoggettiva con l’altro. Egli spiega nel suo Il declino dell’uomo pubblico, che la cultura digitale e l’individualismo moderno stanno “indebolendo” le nostre competenze intersoggettive. La società moderna soffre di una dilatazione della vita privata che ha progressivamente ridotto la vita pubblica e lo spazio collettivo. Se non siamo più abituati a cooperare con chi è diverso da noi, la nostra stessa vita emotiva si impoverisce, diventando più fragile e narcisistica.
In Conclusione…
La nostra stessa soggettività si forma, fin dalla nascita, in relazione agli altri con cui condividiamo un ambiente. Insomma, la nostra vita emotiva è una sintesi. Nasce come potenziale dentro di noi, ma prende forma, colore e direzione solo attraverso lo specchio della cultura che ci circonda. La biologia traccia il disegno, ma è il mondo a dipingere chi siamo.
Giuseppe Santoro
Riferimenti
- Le Bon G. (2004) Psicologia delle folle, Tea Ed.
- Durkheim É. (2013) Le forme elementari della vita religiosa, Mimesis Ed.
- Tarde G. (2022) L’opinione e la folla, Meltemi Ed.
- Husserl E. (2017) Meditazioni cartesiane, Orthotes Ed.
- Han B. (2024) Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete, Einaudi Ed.
- Sennett R. (2006) Il declino dell’uomo pubblico, Mondadori Ed.

































