Vivere o sopravvivere? È un’espressione quasi comune da sentire quando si parla del binomio lavoro/retribuzione. Si lavora per vivere una vita in maniera dignitosa o per “sopravvivere” ed evitare di scivolare sotto la soglia di povertà? Non è strano sentire persone che, nonostante abbiano un lavoro, si lamentano di non riuscire ad arrivare a fine mese con un solo stipendio o, in alcuni casi, anche con due.

Una situazione “nera”

Il ritmo frenetico della quotidianità, le innumerevoli e forse anche troppe ore di lavoro non coincidono molte volte con la retribuzione dovuta, attesa, ed è anche per questo che può considerarsi in aumento il fenomeno del lavoro sommerso o come si suol dire, “in nero”, perché le persone non riescono più a sopperire alle necessità basilari, le tasse in continuo aumento ma gli stipendi sempre al minimo, salvo quelli di alcune categorie sociali e lavorative; si è quasi costretti ad andare contro ciò che è legale pur di star bene. Non è da giustificare in alcun modo il lavoro sommerso perché questo comporta perdite in molte sfere della vita sociale, però è “l’alternativa” che molti preferiscono pur di avere qualcosa in più ora anziché nel futuro, parlando delle conseguenze delle regolarizzazioni contrattuali.

Lavoro come passione, non costrizione

Il lavoro è l’abilità mentale o manuale che un individuo svolge dietro un corrispettivo economico, ma quanto questo lavoro può “togliere” alle persone? Un individuo può passare tutta la sua esistenza a lavorare otto, dieci o dodici ore al giorno per avere una paga con cui non può permettersi il lusso di passare del tempo senza stare lì a pensare a cosa fare o non fare, a cosa comprare oggi o rimandare a domani. Si dovrebbe lavorare per vivere e non vivere per lavorare. Bisognerebbe alzarsi al mattino e affrontare la giornata lavorativa con entusiasmo perché in primis il lavoro dovrebbe rispecchiare le passioni e le capacità di ognuno e questo già è importante per una questione di dignità personale e soddisfazione, e inoltre non dovrebbe essere visto come una costrizione o una corsa affannata per “raccogliere” più soldi possibili ma senza poterli spendere in maniera “calcolata”. A lungo andare si perde quella voglia di vivere perché appunto se si passa più tempo in fabbrica o in un centro commerciale come scaffalista o altre mansioni, non si ha tempo per godersi la vera essenza della vita e si rischia di non essere più uomini ma macchine che corrono all’impazzata per racimolare più risorse possibili senza poi avere il tempo di godere delle piccole cose.

Filomena Oronzo