In uno scenario come quello contemporaneo, permeato da tentativi di sopraffazione, conflitti politici e culturali non si può non considerare la fluidità di un fenomeno da sempre esistito, talvolta latente e sotteso, come quello della discriminazione – e in certi casi – della violenza psico-sociale su ha problemi fisici come l’acne. Essa è capace di insinuarsi, ramificarsi e proliferare sotto varie forme, tanto che nel tempo si è vista attribuire vari nomi (razzismo, sessismo, maschilismo, bullismo, cyberbullismo ecc…) a seconda dei contesti, delle dinamiche relazionali e degli attori sociali coinvolti.

Immaginario della bellezza

Tramite quelli che Appadurai definirebbe “-orami” (2012), responsabili del processo di globalizzazione, si costruisce un immaginario collettivo in merito a tanti aspetti dell’essere umano, tra cui quello della bellezza esteriore. Il tema in questione è importantissimo, in quanto non soltanto si possiede un corpo, ma pure si è corpo. Quest’ultimo narra una storia ed esprime all’esterno processi evolutivi interni che coinvolgono e forgiano l’identità. Al mutamento esteriore, infatti, corrisponde spesso quello interiore: la fase adolescenziale – periodo delicato in cui si maturano le fondamenta di una personalità futura – è ricca di trasformazioni e di difficoltosi tentativi di assestamento interni ed esterni.

Gli studi attorno ai disturbi dell’alimentazione mostrano come il rifiuto del cibo in età adolescenziale e/o adulta possano affondare le radici nella fase dell’allattamento e come i comportamenti delle principali figure di riferimento ne influenzino e determinino la comparsa. Se internamente, dunque, l’identità si costruisce, decostruisce e stravolge, il corpo subisce evoluzioni che coinvolgono varie parti di sé, tra cui la pelle. Uno dei disagi manifestato, non soltanto dagli adolescenti, in quanto in alcuni casi può comparire o perdurare nell’età adulta, è proprio l’acne.

Definizione biomedica dell’ acne

Secondo una definizione biomedica l’acne vulgaris è caratterizzata dalla formazione di comedoni, papule, pustole, noduli, e/o cisti in seguito all’ostruzione e all’infiammazione delle unità polisebacee (follicoli piliferi e le loro corrispettive ghiandole sebacee). L’eccessiva produzione di sebo – necessario per la protezione della cute dalle infezioni – avrebbe un’azione irritante in soggetti predisposti e faciliterebbe la formazione del comedone o punto nero, principale ostacolo dello scorrimento dalla ghiandola alla superficie. L’acne è ufficialmente considerata una malattia della pelle, ma non vengono tenute sufficientemente rilevanti le conseguenze psicologiche, le condizioni sociali che caratterizzano il malato e i problemi culturali.

Per comprendere meglio ci si potrebbe rifare all’utilizzo della triade Disease, Illness e Sickness nella sociologia della salute e nell’antropologia medica. Andrew Twaddle la applicò nella sua tesi dottorale del 1968, distinguendo: “disease” in riferimento al modello biomedico e al malfunzionamento fisiologico, “illness” per indicare il senso della sofferenza, l’indesiderabilità della malattia che il soggetto è costretto a subire e “sickness” nonché l’interpretazione che gli altri fanno della malattia dell’individuo, dunque l’identità sociale (1979: 18).

Doppi messaggi provenienti dalla società

Se da un lato si viene bombardati dalla pubblicità che invoglia ad acquistare l’ultimo prodotto a base di acido salicilico, una scatola di integratori allo zinco ad alta digeribilità o uno scrub esfoliante per una pelle “senza imperfezioni”, dall’altra un individuo con l’acne potrebbe avere uno status socioeconomico che non sempre gli permette di combattere per ricevere delle cure. A questi argomenti si aggiunge il fatto che non viene presa sul serio la sofferenza legata all’aspetto esteriore: secondo il senso comune prendersi cura della parte più superficiale del proprio corpo è indice di vanità, un di più che non merita troppa considerazione rispetto ad altri tipi di malattie. L’’adolescente che soffre d’acne, d’altra parte, diviene spesso vittima di violenza verbale, fisica, diretta e indiretta negli ambienti frequentati: sguardi invadenti, narrazioni colpevolizzanti, osservazioni non richieste sono alcuni dei timori che un individuo con l’acne cerca di evitare.

Acne : una prospettiva relativistica

Dinamiche simili costituiscono messaggi contrastanti, figli di un problema culturale ben radicato che nega la tolleranza dell’alterità, non rappresentata soltanto da chi è lontano, ma anche da chi sta accanto e vive esperienze e sfide differenti dalle proprie. Le caratteristiche della pelle, infatti, hanno determinato notevoli dinamiche nella storia, tracciato cambiamenti importanti che hanno visto attivisti politici contrastare ogni forma di segregazione e discriminazione razziale. La pelle è stata al centro di slogan finalizzati alla realizzazione di una vera e propria rivoluzione culturale, in quanto tramite essa ogni gruppo umano esprime la propria identità collettiva, ma anche soggettiva e, non di meno, il proprio concetto di “bellezza”.

In Oriente, più una donna ha studiato, ha un lavoro prestigioso e di successo più la sua pelle è splendente, con un incarnato omogeneo. Tali aspetti divengono modelli da seguire per donne e adolescenti occidentali che si ritrovano ad ammirarle sui social network e, spesso, a subire la frustrazione di non riuscire a raggiungere lo stereotipo trasmesso. In Nigeria, invece, le scarificazioni in volto sono segni tracciati intenzionalmente e considerate come codici di identificazione della tribù d’appartenenza. In questo contesto culturale il corpo umano diviene un veicolo di espressione artistica, manifestazione del proprio status sociale e si riveste di significati simbolici e culturali attraverso cui vengono narrate storie di intere generazioni.

Acne : una prospettiva fenomenologica

La pelle non è soltanto espressione di un’identità collettiva, ma risente anche di quanto accade nell’interiorità del singolo, ponendosi come il primo strato che il processo di incorporazione (embodiment) si ritrova ad attraversare. Secondo Le Breton (2006: XI-XII) esserci implica che ‹‹fra la carne dell’uomo e la carne del mondo non vi è alcuna frattura. L’individuo prende coscienza di sé solo attraverso il sentire e sperimenta la propria esistenza tramite le risonanze sensoriali e percettive che lo attraversano senza sosta››. Questo apre la strada alla comprensione del sé corporeo, nonché della coscienza che si ha del proprio corpo. Husserl ritiene che ‹‹il mio corpo si articola in organi parziali; ciascuno dei membri del corpo ha la proprietà di permettermi di agire immediatamente in esso: guardando con gli occhi, palpando con le dita ecc., io posso agire in qualsiasi percezione, appunto in tutti questi modi›› (1997: 240).

Ponty e la coscienza del corpo

Tale prospettiva viene meglio esplicata da Merleau-Ponty, il quale afferma che ‹‹la coscienza che ho del mio corpo non è una coscienza di blocco isolato […] i vari domini sensoriali (visivi, tattili, dati dalla sensibilità degli arti ecc…) che sono coinvolti nella percezione del mio corpo, non mi si presentano come delle regioni assolutamente estranee l’una dall’altra›› (1968: 88). L’essere umano, secondo questa prospettiva fenomenologica, viene “gettato” nel mondo e matura, anche attraverso la relazione con l’altro, la consapevolezza del proprio sé. Per questa ragione subire atti di violenza verbale o fisica per via dell’acne fa scaturire problemi psicologici, specie se la malattia intacca l’identità nel profondo, lasciando che l’ansia sociale – legata al giudizio negativo – prenda il sopravvento.

Secondo gli studi psicosomatici, che per ovvie ragioni prendono le distanze dalle prospettive che si fondano sulla dicotomia mente/corpo, l’acne si origina dal timore di essere rifiutati dagli altri e dalla conseguenziale difficoltà di accettare se stessi. Sotto questa prospettiva il rifiuto dell’altro non è la conseguenza, bensì la causa dello stress epidermico. Alcuni problemi psichici scaturenti dall’acne sono la depressione, l’ansia e i disturbi del comportamento alimentare.

L’importanza dell’ascolto empatico

Rivolgersi al dermatologo è uno dei provvedimenti necessari che il soggetto affetto dalla malattia si ritrova ad adottare, ma diventa doveroso un supporto psicologico che accompagni l’individuo verso l’accettazione e la considerazione positiva di sé, necessaria ad affrontare anche i più semplici contesti di vita quotidiana.

I doppi messaggi che il soggetto con l’acne recepisce in società sono innumerevoli: da un lato si segue la retorica “self-love” che verte sulla normalizzazione e, in alcuni casi, la valorizzazione di infiammazioni e cicatrici; dall’altro il bombardamento pubblicitario che promuove prodotti contro “le imperfezioni”. Se a quest’ultimo aspetto si aggiungono le impossibilità economiche del singolo a far fronte alle spese mediche, il disagio provato nelle circostanze più semplici e quotidiane (durante lo scatto di una foto, una giornata al mare o una comune conversazione), la repressione della propria volontà per evitare situazioni di rischio, forme di discriminazione ed emarginazione, il quadro si completa ed evidenzia il senso d’impotenza provato dinanzi a tutto questo.

La narrazione della bellezza

Le narrazioni attorno alla bellezza divengono sempre più contraddittorie e, in alcuni casi, giudizi impervi contro ampie categorie di persone che, come gli altri, hanno il diritto di esprimere se stesse senza essere offese per il loro aspetto. Se è vero, come esprime Michael Taussig a seguito dei suoi studi in Colombia, che la bellezza può essere paragonata alla bestia – in quanto idea rigida, spietata, direzionata al proprio corpo e a quello altrui e che spinge a compiere gesti estremi – diventa sempre più urgente donare strumenti adeguati a fronteggiarla. Il primo passo da compiere è quello dell’ascolto autentico ed empatico, provando a vedere il mondo con gli occhi dell’altro. Osservare il malato secondo una prospettiva fenomenologica permette di andare al di là del mero ruolo sociale da esso ricoperto e di considerare l’individuo in quanto corpo precario, incapace di mentire e che fatica a rispettare delle regole sociali rigide.

Francesca Noemi Pia Carello

Riferimenti

  • Appadurai, Arjun, 2012, Modernità in polvere, Raffaello Cortina, Milano.
  • Cipolla, Costantino, 1997, Epistemologia della tolleranza, FrancoAngeli, Milano.
  • Husserl, Edmund, 1996, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano.
  • Merleu-Ponty, Maurice, 1962, Phenomenology of perception (C.Smith, Trans.), Routledge & Kegan Paul, Londra.
  • Le Breton, David, 2006, Il sapere del mondo. Un’antropologia dei sensi, Raffaello Cortina, Milano.
  • Twaddle, Andrew, 1979, Sickness Behavior and Sick Role, G.K Hall & Co., Boston.
  • Sitografia:
  • www.farafinasvoice.com
  • www.humanitas.it
  • www.laurapirotta.com
  • www.psicologiafenomenologica.it
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