Negli anni Novanta, quando Internet era ancora una novità sperimentale per la maggior parte delle persone, il semplice fatto di utilizzarla aveva un valore simbolico enorme. Allora, io frequentavo un MBA in marketing in una delle scuole di business più prestigiose dell’America Latina e ricordo con molta chiarezza l’entusiasmo (quasi ingenuo, ma profondamente significativo) che accompagnava qualsiasi riferimento all’uso del web nei lavori accademici. Non si trattava solo di accedere a nuove informazioni, ma era anzitutto un gesto di modernità, di audacia intellettuale e di allineamento con un futuro che stava appena prendendo forma.

Bourdieu, Myspace e facebook

Così, le presentazioni in PowerPoint, limitate e rudimentali, acquistavano un fascino particolare quando qualcuno riusciva a inserire uno screenshot di un sito web. E quando, occasionalmente, la connessione permetteva di aprire una pagina in tempo reale davanti alla classe, quello diventava un piccolo evento. Uau, che figo!! Insomma, usare Internet non era solo usare uno strumento, ma era performare competenza, aggiornamento e visione. Era, per usare il linguaggio di Pierre Bourdieu, una sorta di marcatore di distinzione o un segnale di capitale culturale emergente.

Lo stesso entusiasmo si ripeté all’inizio degli anni Duemila con i social network: prima curiosità, poi fascinazione e infine ubiquità. Creare un profilo su MySpace, Orkut o, più tardi, Facebook era percepito come un gesto di inserimento nel nuovo ecosistema digitale. La tecnologia era celebrata come ampliamento delle possibilità e non come minaccia all’autenticità.

Ed è proprio per questo motivo che lo scenario attuale (segnato dall’imbarazzo nel dichiarare l’uso di strumenti di intelligenza artificiale) rivela un paradosso culturale abbastanza profondo. Se negli anni Novanta e Duemila adottare nuove tecnologie era motivo di prestigio, oggi, in molti contesti accademici e professionali, ricorrere all’IA è spesso trattato come qualcosa da nascondere, minimizzare o giustificare. Dunque, la transizione tra questi due momenti non è solo tecnologica ma è sociologica.

Il fenomeno dell’AI shaming

Detto questo, il fenomeno noto come AI shaming (o la riluttanza ad ammettere pubblicamente l’uso dell’IA, anche quando tale uso è etico e legittimo, come spiegato da Louie Giray) nasce proprio qui. Non deriva dalla tecnologia in sé, ma dalle norme sociali che regolano ciò che consideriamo “lavoro vero”, “sforzo autentico” e “competenza reale”. Cioè, come direbbe Erving Goffman, si tratta di un processo di gestione dell’impressione dove le persone temono che, rivelando l’uso dell’IA, la loro immagine pubblica venga interpretata come meno competente, meno originale oppure meno “autentica”.

E questo cambiamento di percezione (dall’orgoglio degli anni Novanta all’imbarazzo di oggi) non è per niente banale. Infatti, rivela che le tecnologie non sono solo strumenti, ma oggetti morali, come sostiene Neil Postman. Portano con sé aspettative, paure, ansie e giudizi. E, come mostra Sherry Turkle, più una tecnologia diventa intima, più genera tensioni legate all’identità, all’autonomia e alla definizione di sé.

Dunque, l’IA occupa un posto particolarmente sensibile in questo quadro. A differenza di Internet o dei social network (che ampliavano l’accesso e la connessione senza intervenire direttamente nel processo di produzione intellettuale) l’IA tocca il cuore di ciò che molte società considerano espressione massima dell’individuo. Ossia, la capacità di pensare, creare, scrivere e risolvere problemi. E per questo motivo il suo uso viene moralizzato. Non si tratta solo di “usare uno strumento”, ma di “come si dovrebbe lavorare”.

Sennet, Becker e l’ai shaming

Inoltre, Richard Sennett, riflettendo sull’etica del lavoro moderno, mostra come il valore dello sforzo sia profondamente radicato in culture che associano il merito al sacrificio individuale. In ambito accademico e professionale, questa logica è ancora più forte, perché l’idea che una macchina possa ridurre il tempo o la difficoltà di un compito minaccia non solo i processi, ma le identità. L’AI shaming emerge così come una sorta di meccanismo di difesa simbolica o un modo per proteggere il confine tra “lavoro legittimo” e “scorciatoia”.

Per di più, Howard Becker, analizzando i processi di etichettamento, aiuta a comprendere un altro aspetto del fenomeno. Cioè, la paura di essere classificati come qualcuno che “non ha fatto da solo”, che “non padroneggia la propria disciplina” o che “dipende troppo dalla tecnologia”. Così, l’imbarazzo non riguarda l’uso dell’IA, ma la possibilità di essere etichettati come non conformi alle aspettative normative di competenza.

L’indagine sulla rivista Nature

E questa tensione tra norme culturali, aspettative di competenza e paura del giudizio non è solo teorica. Appare chiaramente anche nei dati empirici. Un’indagine condotta dalla rivista Nature nel 2025, con 5.229 partecipanti in diversi paesi, mostra che gli stessi ricercatori sono profondamente divisi su ciò che considerano pratiche appropriate nell’uso dell’IA. Sebbene la maggior parte ritenga accettabile utilizzare chatbot per assistere nella preparazione dei manoscritti, pochi dichiarano di farlo e tra coloro che lo fanno, molti affermano di non rendere pubblica questa pratica.

L’indagine ha inoltre rivelato che oltre il 90% dei partecipanti considera legittimo usare l’IA generativa per modificare o tradurre articoli scientifici. Tuttavia, emergono forti divergenze sulla necessità di dichiarare tale uso e sul format della dichiarazione: da una semplice nota, fino alla richiesta di specificare i comandi forniti allo strumento. Questi dati mostrano che l’AI shaming non è solo un fenomeno culturale diffuso, ma una realtà concreta che attraversa la stessa comunità scientifica.

Questa ambivalenza tra uso reale e timore di essere giudicati emerge anche negli studi qualitativi. Una ricerca fondamentale condotta da Louie Giray nel 2024 ha mostrato che molti accademici temono di essere percepiti come pigri, disonesti o meno rigorosi se ammettono di utilizzare strumenti come ChatGPT. Secondo l’autore, esistono nove motivi principali che portano le persone a non dichiarare l’uso dell’IA e che alimentano il fenomeno della “vergogna dell’IA”. Tra questi figurano la messa in discussione dell’autenticità, il giudizio morale, gli attacchi personali, la resistenza al cambiamento, le dinamiche di potere, la paura della sostituzione, il gatekeeping, la scarsa comprensione dell’IA e le divisioni generazionali.

Ai shaming come meccanismo sociale strutturato

Questi elementi mostrano che l’AI shaming non è un semplice disagio diffuso, ma un meccanismo sociale strutturato, sostenuto da norme culturali e da profonde ansie legate al merito, alla competenza e all’identità professionale.

Il paradosso è che, mentre molti evitano di ammettere l’uso dell’IA, queste tecnologie sono già profondamente integrate nella vita quotidiana. Motori di ricerca, filtri antispam, editor di testo, correttore grammaticale, piattaforme di raccomandazione, ecc., tutti utilizzano IA in modo invisibile. Chi afferma di “non usare l’IA” la usa già, senza saperlo. L’AI shaming, dunque, non è una reazione all’uso della tecnologia, ma alla visibilità di tale uso. Ciò che viene stigmatizzato non è la pratica, ma la confessione.

Questa contraddizione rivela un punto cruciale: l’AI shaming è un fenomeno di transizione. Così come Internet è passata da novità a infrastruttura, e i social network da curiosità a ambiente, prima o poi, anche l’IA smetterà di essere un tabù per diventare parte naturale del repertorio di competenze. La domanda non è se accadrà, ma quando e a quali condizioni culturali.

Riconoscere L’AI shaming

Pertanto, riconoscere l’AI shaming come fenomeno sociale è il primo passo per superarlo. Ammettere l’uso dell’IA non diminuisce il valore del lavoro umano; al contrario, permette di discutere in modo più onesto come integrare questi strumenti in maniera etica, trasparente e produttiva. L’imbarazzo è un sintomo, non una soluzione. E, come ogni sintomo sociale, indica tensioni molto più profonde sull’autorialità, sul merito, sull’autenticità e sul futuro del lavoro intellettuale.

Se negli anni Novanta l’orgoglio di usare Internet simboleggiava apertura al nuovo, forse oggi la sfida è recuperare quello spirito, non per accettare acriticamente qualsiasi tecnologia, ma per comprendere che gli strumenti non definiscono il valore del lavoro. Ciò che lo definisce è il modo in cui li utilizziamo, le domande che poniamo, la responsabilità che assumiamo e la capacità di riflettere criticamente sul mondo che stiamo contribuendo a costruire.

L’IA non elimina la necessità del pensiero umano; la rende ancora più urgente. E forse il vero antidoto all’AI shaming è proprio questo di riconoscere che, invece di minacciare la nostra autonomia, l’IA ci obbliga a ripensare cosa significa creare, apprendere e lavorare in una società in cui la tecnologia non è più novità, ma condizione.

Luiz Valério P. Trindade