Ogni argomento che si mette in discussione ha sempre due o più visioni che sono in contrapposizione tra di loro. Uno di questi argomenti, molto attuale, concerne l’allattamento al seno. Cosa naturale o ancora tabù? Una cosa “riservata” o che può essere fatta alla luce del sole? Troviamo quindi una netta contrapposizione tra chi incoraggia l’allattamento al seno affinché ne si traggano quanti più benefici possibili, e chi invece, ancora, lo censura. Ma possiamo parlare di “censura” per un’azione del tutto naturale? Possiamo farlo soprattutto oggi nell’epoca del nudo ostentato, delle pubblicità che utilizzano il corpo della donna come slogan e dell’oggettivazione di esso? Perché molti lo vedono ancora come tabù? Cerchiamo di capire quali sono i perché di queste visioni e come mai ci sono contrapposizioni così forti.

L’oggettivazione del corpo femminile

Pubblicità, spot televisivi e riviste non fanno altro che “sfruttare” il corpo femminile per sponsorizzare svariati prodotti e quindi vediamo corpi seducenti, provocanti, belli e “servili” posare per brand di macchine, profumi, detergenti, abbigliamento e altro ancora. È come se attraverso queste pubblicità si ritornasse quasi indietro e si considerasse la figura femminile solo da un punto di vista “d’immagine”, estetico. Un’oggettivazione ossessionata anche dal nudo che pone al centro l’immagine della donna e del suo corpo in maniera “decorativa” che la tiene ancorata a stereotipi spudoratamente sessisti. Ma “oggettivare” cosa vuol dire? Può questo argomento portare delle ripercussioni a livello sociale? Secondo Jeroen Vaes, professore associato presso l’Università di Padova,

“letteralmente oggettivazione implica rendere qualcuno qualcosa, una persona un oggetto. L’oggettivazione rappresenta un modo potente e potenzialmente molto dannoso in cui possiamo vedere altri individui”

Questo processo può avere una connotazione sessuale, come accade, appunto, nel caso delle donne-oggetto in televisione o, più generalmente, nella pubblicità. L’oggettivazione può però potenzialmente verificarsi in qualsiasi rapporto umano e non è solo relegato a questo ambito oggetto di questo articolo.

L’individuo come merce

Se pensiamo alle pubblicità vediamo due scene: nelle pubblicità di donne che sponsorizzano prodotti per donne o per la famiglia vediamo queste ultime in vesti semplici, non eccessive; le pubblicità di donne che sponsorizzano prodotti maschili hanno tutt’altro “design”. In altre parole, l’oggettivazione riduce l’individuo a merce, non riconoscendogli la dignità di soggetto e disumanizzandolo. Questo modo di presentare la donna, prevalentemente come strumento di seduzione, distorce la figura femminile, svalutandola e alimentando un modo di pensare che relega la donna al ruolo di seduttrice, oggetto del desiderio ed è come se svanissero tutti quei valori ed ideali per i quali ci si continua a battere. Raramente poi la pubblicità mostra la donna nel ruolo autorevole di professionista competente, garante della qualità di un prodotto; più spesso essa viene rappresentata come consumatrice o testimonial di bellezza. Quindi perché scandalizzarsi nel vedere, in pubblico, una donna con il seno da fuori mentre allatta?

Un tabù non ancora superato

Allattare un neonato al seno è un gesto intimo ma allo stesso tempo un’azione necessaria che deve soddisfare un bisogno primario. È talmente importante che l’OMS lo sostiene fortemente e invita anche i pediatri e le ostetriche a sensibilizzare le donne affinché allattino al seno esclusivamente almeno per i primi sei mesi di vita del bambino. Eppure non tutti la pensano così. Non tutti vedono questa cosa come un’azione naturale e ci si scandalizza se, in pubblico, una donna allatta il suo bambino, come se chissà quale protocollo stesse violando. Perché associare questa azione ad un pensiero negativo, ad un fastidio, se poi in giro il corpo della donna viene sbandierato per futili motivi? Perché vietare ad una mamma di allattare il proprio bambino in un parco o in posta mentre attende il proprio turno? Impedire ad una donna di allattare in pubblico potrebbe portare degli ulteriori scombussolamenti a livello psicologico poiché si è a conoscenza del fatto che, volente o nolente, l’arrivo di un figlio comporta dei cambiamenti e molte affrontano anche serie crisi post-partum. Se si viene guardati con occhi diversi si può pensare anche di doversi isolare, di sentirsi fuori luogo e invece non è affatto questo ciò di cui una neo mamma ha bisogno. I recenti episodi hanno scatenato vere e proprio battaglie mediatiche, ma anche incontri nelle piazze e dibattiti. Ragazze universitarie che sono state letteralmente cacciate fuori perché allattavano e potevano urtare la sensibilità altrui, mamme in luoghi pubblici che sono state fermate prima di poter compiere il gesto e altri episodi ancora. Allattare un bambino è un diritto di ogni donna ma è anche un dovere  perché è sinonimo di sopravvivenza.

Filomena Oronzo

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