Nel mondo globalizzato nel quale viviamo, a fronte del progressivo sviluppo del processo di de-socializzazione statale, stiamo assistendo ad un inevitabile cambiamento del paradigma relazionale tra stato, politica e cittadino. Questo cambiamento è stato influenzato anche dai differenti mezzi e dalle diverse modalità con i quali i cittadini oggi possono avvicinarsi alla vita politica: basti pensare ai social network, che permettono di esibire una presa di posizione politica attraverso un semplice click o la condivisione di un post, come nel caso del cosiddetto attivismo digitale, che permette di utilizzare gli hashtag come vere e proprie armi ideologiche.

Qello sopracitato è un dato non poco rilevante, che denota una crisi della legittimazione politica e statale ed una progressiva perdita di impegno civico da parte dei cittadini, che sono sempre più demotivati a partecipare alla vita politica e collettiva.

Attivismo digitale: una possibile domanda di ricerca

Ciò che però non è chiaro di questo fenomeno, è se la diffusione di certi slogan politici (come ad esempio #BlackLivesMatter), faciliti realmente la mobilitazione e il cambiamento politico, o se questi siano destinati a rimanere delle manifestazioni di solidarietà circoscritte all’ambito digitale e destinate a scomparire sulla base di quanto prestabilito dall’agenda setting. Ad esempio, prendendo in considerazione il movimento Black Lives Matter, se ci si prende qualche minuto per fare una breve ricerca, si può notare come Google Trends ha registrato un picco di interesse mondiale verso l’argomento tra maggio e luglio 2020, riportando successivamente un progressivo calo.

Al tempo stesso, non si può nascondere che i valori che hanno orbitato intorno a questo movimento abbiano impattato nell’immaginario di tutto il mondo occidentale negli ultimi anni, proprio grazie alla loro circolazione attraverso l’ecosistema digitale in paesi lontani dagli Stati Uniti (luogo di origine del movimento), come Regno Unito, Canada, Norvegia, Australia, Italia e molti altri.  

Dunque, si può considerare l’attivismo digitale come un nuovo punto di partenza per la nascita di nuove forme di partecipazione politica o è solo un mezzo per creare dibattito e una polarizzazione di diversi punti di vista?

Piattaforme e attivismo digitale: Floridi

Le piattaforme digitali sono dei sistemi complessi, capaci di esercitare un forte influenza sulla vita degli utenti, plasmandone valori, abitudini e consumi. I social Network, con i loro sistemi algoritmici, infatti, sono in grado di fornire  narrazioni e immaginari sociali capaci di influenzare i nostri modelli mentali, valoriali, e comportamentali, attraverso strutture invisibili che organizzano la nostra percezione del mondo, è il caso della della cosiddetta “filter bubble”.

A questo proposito, il filosofo Luciano floridi nel suo libro La quarta rivoluzione, come l’infosfera sta trasformando il mondo, analizza il confine sottilissimo che esiste tra vita reale e vita virtuale delle persone, confine che risulta essere sempre più sfumato, in quanto, secondo Floridi, ognuno di noi vivrebbe un’esperienza di vita da lui definita “onlife”, ovvero fortemente plasmata dai contenuti di cui fruiamo attraverso le piattaforme digitali, e da come ci presentiamo attraverso esse.

Piattaforme e attivismo digitale: Castells

Non gli si può dare torto, se riflettiamo sul fatto che la circolazione di notizie ed informazioni sulla realtà che ci circonda oggi, passa soprattutto attraverso i social network: pensiamo, ad esempio, alla mole di informazioni sulla diffusione del Covid-19 durante la pandemia, alle campagne vaccinali sponsorizzate attraverso i social, alle notizie sullo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, o ancora, riguardo al conflitto tra Israele e Palestina, o al ruolo che l’ecosistema digitale ha avuto durante le ultime elezioni politiche.

Manuel Castells
Manuel Castells

Secondo Castells, i social media hanno un valore rivoluzionario intrinseco, che permette agli utenti (attraverso gli UGC, user generated content) di far circolare nuove visioni della realtà e framing sociali dei fatti, potere che fino ad ora hanno avuto solo i media dominanti come broadcast televisivi e testate giornalistiche. Attraverso questa network society, afferma Castells, è nato un nuovo modo di comunicare: l’autocomunicazione di massa, definita tale grazie alla possibilità che ha ogni utente di autodeterminarsi mettendo in circolazione idee, opinioni, storie.

E’ così che i social hanno permesso lo sviluppo di una società civile globale, ampliando gli orizzonti di senso di ognuno, in altre parole hanno creato connessioni tra persone appartenenti a diverse classi sociali e paesi e hanno concesso lo sviluppo di azioni collettive globali indirizzate verso una causa che accomuna tutti. Da ciò consegue la nascita di movimenti che hanno avuto lo scopo di innescare cambiamento e sfidare lo status quo attraverso il cosiddetto attivismo digitale, che trova la sua forza nei new media, capaci di produrre un grande eco  per la circolazione di messaggi politici.

Black Lives Matter e attivismo digitale

Movimenti come quello del Black Lives Matter, ad esempio, hanno permesso lo sviluppo di una nuova agency narrativa nel campo delle proteste sociali: lo slogan ha dato origine alla formazione di un vero e proprio gruppo di seguaci del movimento sui social, attraverso una cascata epidemica di condivisioni di like, tweet, retweet, post.

Questo nuovo tipo di agency ha concesso al movimento di acquisire una portata di rilievo mondiale, perché ha dato il via alla costituzione di un frame narrativo collettivo intorno alla causa, riconosciuto e condiviso in gran parte da tutti gli utenti. Infatti, dopo la circolazione della notizia della morte di George Floyd, il ragazzo di origini afroamericane ucciso da un poliziotto bianco il 25 Maggio 2020 a Minneapolis, le immagini dell’uccisione dell’uomo e delle proteste che ha scaturito in America, hanno virtualmente mobilitato tutto il mondo. Instagram, soprattutto, è stato teatro del primo sciopero degli utenti social lo scorso 2 giugno 2020, durante la giornata che è stata ribattezzata Blackout Tuesday, in cui migliaia di utenti hanno postato solo una foto nera sui loro profili, in segno di adesione alla causa.

Slacktivism

Mentre in America le comunità afroamericane, ma non solo, scendevano in piazza per protestare e pretendere il cambiamento del sistema istituzionale americano, sui social i più grandi brand mondiali, esponenti dello Star System, e comuni cittadini, si sono mobilitati per prendere anche loro posizione rispetto a questo problema sociale. In questo modo, si è creata una sinergia tra l’attivismo digitale, e quello messo in atto dai protestanti nelle strade americane.

Spesso, però, al contrario capita che l’attivismo digitale rimanga una pratica circoscritta all’ambito virtuale. Questa pratica prende il nome di Slacktivism  (derivante dall’unione di due termini inglesi, slacker e activism), termine utilizzato per la prima volta da Dwight Ozard e Fred Clark nel 1995, oggi utilizzato per indicare tutte quelle azioni volte a porre l’attenzione su una causa sociale tramite social media o petizioni online, che richiedono scarso sforzo, e che concretamente hanno lieve impatto sulla realtà, non esprimendo un impegno politico in piena regola.

Slacktivism e impegno politico tradizionale

Lo slacktivism è una nuova forma di impegno giovanile che permette di prendere pubblica posizione per una causa sociale senza effettivamente impegnarsi in politica, il ciò si concretizza come una sorta di impegno simbolico verso una causa sociale.

Come affermato da Marko M. Skoric, a partire dagli anni ’90 i cittadini, soprattutto le generazioni più giovani, si sono trovati più a loro agio a partecipare a reti sociali più sciolte e meno gerarchiche (quelle che Bauman definisce “sciami”, gruppi privi di gerarchia interna in grado di sciogliersi tanto velocemente quanto si sono formati, esattamente come degli sciami), che è esattamente il tipo di attivismo che prende vita dai social. 

hashtag activism sociologia

Spesso gli attivisti digitali nell’immaginario comune  sono percepiti come riluttanti a produrre azioni concrete nella realtà sociale a causa delle loro modalità di impegno sociale che richiedono uno sforzo minimo, spesso un semplice click. Infatti, le risorse individuali che devono essere impegnate per una campagna politica tradizionale sono nettamente maggiori rispetto a quelle da impegnare con la condivisione di un post online, richiedendo forte coesione ed unione tra i partecipanti.

L’attivismo digitale come risposta a bisogni complessi

Le campagne basate sull’attivismo digitale sembrano invece presupporre che la risoluzione delle problematiche sociali passi attraverso la loro denuncia sui social, il che pare un buon punto dal quale partire, visto che, come analizzato precedentemente, i sociali media sono un’ottima cassa di risonanza per la diffusione di certi valori ed istanze, in quanto raggiungendo un vastissimo pubblico riescono ad aumentare la consapevolezza sociale e collettiva su una questione specifica, ma se l’impegno si ferma alla diffusione di UGC attraverso dei click, è difficile riuscire ad immaginare un cambiamento concreto nella vita reale.

Se l’attivismo digitale diventa la principale risposta ad una causa sociale al punto da sostituirsi all’attivismo politico tradizionale, in mancanza di una leadership centralizzata, finisce con l’ottenere l’effetto controproducente di affievolire l’importanza di una causa, piuttosto che enfatizzarla. Se l’engagement sui social non si trasforma in partecipazione politica concreta nella vita reale,  l’attivismo rischia di trasformarsi nell’ennesimo strumento utilizzato dai grandi brand per scopi commerciali (è il caso del brand activism, ad esempio), o un mezzo utilizzato dai sistemi algoritmici per lucrare sul grande flusso di dati che si crea all’interno delle piattaforme. Senza partecipazione sociale nella realtà, l’attivismo digitale rischia di trasformarsi in un’azione che si ripiega su sé stessa, un’esibizione egoriferita del proprio sé attraverso la condivisione di un post, piuttosto che un mezzo per produrre cambiamento sociale nel mondo.

Mayla Bottaro

Bibliografia

Print Friendly, PDF & Email