Esistono due grandi emisferi nella metodologia della ricerca sociale, la prima che si focalizza su elementi quantitativi e perciò totalmente spersonalizzati, la seconda (non per ordine di priorità) che si concentra in totale antitesi alla precedente su argomentazioni qualitative, e perciò fortemente soggettiva, poiché richiede il coinvolgimento diretto e personale del ricercatore. Prima di focalizzare l’attenzione proprio sull’Auto etnografia è opportuno fare una breve panoramica sulle metodologie delle scienze sociali.
Ricordando le metodologie della ricerca
Oltre alla bipartizione riportata, occorre specificare che all’interno delle due aree metodologiche citate, vivono e sussistono tecniche diverse e ugualmente qualificate nell’ambito delle scienze sociali. Alla base, ciò che distingue le due arene è la funzionalità metodologica utilizzata per il raggiungimento degli obbiettivi della ricerca, oltre alla sequenzialità logico operativa. Infatti, mentre i primi (ricercatori quantitativi) tendono a costruire in via preliminare quali informazioni acquisire, come acquisirle e come verificare le ipotesi teoriche, per i secondi (ricercatori qualitativi) il costrutto della sequenza logico operativa è data dalla base teorica di riferimento formata dalla letteratura disponibile sul fenomeno (anche analogica). Pertanto è la ricerca sul campo che realizza il modus operandi per questo tipo di metodologia.
Metodologie e tecniche quantitative
Lo scienziato sociale che adotta la metodologia quantitativa, lavora su grandi numeri, tecniche spersonalizzate e mira attraverso la raccolta di dati alla descrizione di fenomeni, nonché fornire possibili spiegazioni del fenomeno analizzato ed oggetto di indagine. Tutto questo mediante evidenze prettamente statistiche che ne evidenziano le possibili relazioni causali. L’approccio metodologico utilizzato è ovviamente spacchettato nelle fasi di: interrogazione (nella quale si utilizzeranno indagini campionarie (survey), sondaggi d’opinione, indagini totali), osservazione (osservazione con annotazione dei dati), esperimenti (test con estrapolazione di dati), documenti (analisi dei documenti con estrazione di dati).
Metodologie e tecniche qualitative
I ricercatori che all’estremo opposto rispetto ai quantitativi utilizzano questa tipologia di strumenti, sono invece orientati ad acquisire non tanto dati, bensì informazioni utili affinché possano riconoscere e distinguere le caratteristiche dei fenomeni sociali studiati, la morfologia e anche le condizioni in cui si producono e riproducono. L’approccio nelle diverse fasi prevede un mix di strumenti tipicamente soggettivi, anche qui avremo: l’interrogazione (metodo biografico e indagini a tema con interviste), l’osservazione (metodo etnografico, osservazione naturalistica), la sperimentazione (esperimenti con analisi di situazioni o comportamenti individuali e di gruppo), documenti (analisi dei contenuti).
Dall’etnografia all’auto etnografia
L’etnografia è la metodologia qualitativa primaria nella ricerca qualitativa, essa è nata per lo studio sociale di gruppi in perfetto ambiente antropologico per poi essere utilizzata anche in sociologia ed altre discipline afferenti le scienze sociali. La sua caratteristica è appunto il coinvolgimento diretto del ricercatore nel campo d’indagine, in particolare mediante l’osservazione partecipante con visione olistica dell’insieme sociale, fondendo sia il rispetto del gruppo oggetto di studio che l’approccio necessariamente etico del ricercatore. La caratteristica dell’etnografia è che il ricercatore è estraneo al gruppo sociale oggetto di analisi, in sostanza è un osservatore esterno, essa è studio delle culture sociali.

Alla base vi è l’assunto della blindatura dell’etnocentrismo, man mano che proporzionalmente ci si distacca da esso cresce la veridicità della ricerca. Meno contaminazione di giudizio è presente più i risultati sono veritieri, genuini. L’etnografia è il prodotto scritto per eccellenza della ricerca antropologica, concepita per la descrizione scientifica di una determinata cultura. Da essa è nata l’auto-etnografia, laddove il ricercatore appartiene al gruppo sociale, alla cultura oggetto di indagine (il ricercatore ex militare che realizza una ricerca sulla forza militare a cui apparteneva ne è un esempio). Ancora, l’auto-etnografia si distingue dalla biografia, nel mentre entrambe sono legate in termini di utilizzo al singolo ricercatore, è l’oggetto della ricerca che è diverso.
Quando si fa auto-etnografia
Quando si fa auto-etnografia, si utilizza l’esperienza personale del ricercatore che fa parte della stessa cultura, dello stesso gruppo sociale per analizzare, raccontare, narrare aspetti più ampi di un particolare fenomeno sociale. Nella biografia si traccia una fonte storicizzata della vita di una persona da parte di un terzo soggetto, essa ha carattere tipicamente storiografico, perché in genere risente molto della contaminazione culturale del ricercatore/scrittore, anche se non mancano esperienze tipicamente storiche per come delineate nel metodo da Marc Bloch. La mole di dati raccolti durante la sua esperienza diretta, riletti, rielaborati senza posizione giudicante ma astrattamente distaccata, permettono l’utilizzo di questo tipo di approccio qualitativo di non facile gestione, ma altamente realistico e coinvolgente. Essa ha quindi una natura ibrida, poiché combina caratteri etno e auto.
La propria esperienza personale rappresenta il motore che spinge il ricercatore a verificare e comprendere dinamiche sociali, culturali, politiche di un gruppo. Storicamente l’evidenza embrionale dell’auto-etnografia è rintracciabile nei gesuiti, in particolare nelle prime esperienze di Ignazio di Loyola nel 1553, proprio il suo vissuto in forma auto-etnografica consegna in termini di metodologia una traccia sequenziale e di struttura della narrazione culturale, con un processo iniziale di accettazione e analisi del se. Alla scuola di Chicago si deve tra gli anni 20 e 30 del secolo scorso l’importazione all’interno della sociologia, della metodica qualitativa per lo studio dei gruppi umani, in particolare su vita e cultura degli homeless.
Auto-etnografia ed esperienze sul campo
Vi sono diverse esperienze alle quali si può fare riferimento per comprendere la metodologia auto etnografica, e negli ultimi anni essa ha acquisito una diffusione e una applicazione consistente. Numerosi infatti sono i lavori proposti con questa metodologia, in particolare nell’ambito della sociologia dei conflitti e della sopravvivenza. Meritano di essere citati per la tipologia e l’applicazione concreta sicuramente quelli che afferiscono alla collana Autoethnographia che contiene alcuni titoli e lavori prodotti in istituzioni totali quali i penitenziari con regimi di 41Bis (norma che regolamenta il carcere duro per reati gravissimi, generalmente di stampo mafioso).
Tre titoli in particolare (Fascinazione criminale; Processi di risocializzazione dal clan al carcere; Ergastolo ostativo), raccontano l’esperienza auto etnografica di soggetti sottoposti a tale regime e di come e quali strategie vengano utilizzate come meccanismo di sopravvivenza.
In dettaglio…
Interessante è l’approccio metodologico con il quale gli scritti sono stati prodotti, che costituiscono il lavoro finale di tesi di laurea in carcere, ed hanno visto genesi e realizzazione al termine di un percorso di studi per detenuti all’interno della struttura penitenziaria di Catanzaro sotto l’egida di Charlie Barnao. Nei tre percorsi, si delinea una metodologia narrativa che non contiene pentimento per i trascorsi soggettivi, ma sicuramente un calcolo individualistico, chi per salvare il rapporto con le figlie e potere continuare ad avere un dialogo familiare, chi nell’idea di poter avere dei benefici individuali.

Un meccanismo non dissimile da quello proposto da Massimo Recalcati sul figlio ritrovato, laddove nella lettura clinica (Lacaniana) della notissima parabola evangelica, il figlio realizza che persino i servi del padre vivono con dignità, mentre a lui spetta condividere le carrube con i porci dopo aver dissipato il patrimonio e la sua stessa esistenza. Purtuttavia, proprio queste esperienze hanno determinato un effetto emulativo, con nuovi studenti, e quelli che avevano terminato il percorso divenuti nel frattempo tutor interni agli istituti penitenziari.
Il campo come spazio fisico e culturale, ovvero l’arena pubblica
Il campo rappresenta una sorta di grande piattaforma, dove il ricercatore pone in essere la sua indagine e ricerca. L’entrata e l’uscita dal campo costituiscono due momenti fondamentali, molto delicati e critici sui quali il ricercatore deve necessariamente fare le necessarie valutazioni sia soggettive che oggettive. Sia in entrata che in uscita valuta la veste con la quale realizza la ricerca, ovvero se essere conosciuto, semi conosciuto o nascosto. Si tratta di modelli di inserimento che giocano un ruolo fondamentale nella validità complessiva della ricerca, poiché il gruppo d’indagine potrebbe e spesso lo fa, assumere comportamenti diversi a seconda del profilo del ricercatore.
Si avrà quindi una posizione covert (osservazione coperta), semi-covert (osservazione semi-coperta) e non-covert (palese). Nelle tre ipotesi la figura del ricercatore avrà un peso specifico differenziato circa l’efficacia dell’analisi del fenomeno sociale studiato, con un’importanza della questione etica notevole.
La pubblicazione della ricerca
Ma non è tutto, anche la pubblicazione finale della ricerca, necessita di molte accortezze circa la condivisione dei risultati, poiché il gruppo sociale stesso potrebbe avere reazioni non sempre positive o addirittura fortemente contrarie. Rimane un fatto storico la contestazione dei punk del centro sociale Virus nella primavera del 1984 a Milano. Essi durante il convegno si tagliarono il petto e imbrattarono volantini e documenti della ricerca sociologica con il loro sangue, accusando i ricercatori di averli ridotti a cavie sociali da studio.
All’interno di questo contenitore, vi è chi in dottrina sostiene che per indagare in modo completo e totalizzante un fenomeno sociale, occorra addivenire ad un coinvolgimento diretto del ricercatore nella problematica, purché si sia tassativamente certi della completa uscita dal campo totalmente indenni (ipotesi non realistica o quanto meno altamente rischiosa). L’esempio estremo può essere per esempio vivere il problema (alcol, droghe) per poterlo meglio indagare, è quella che viene definita la Sociologia carnale (Loic Wacquant), ma siamo ai confini del fattibile ed accettabile oltre che etico.
La non-separazione e i rischi del metodo etnografico
Nella realtà della ricerca sociale non si ha una netta separazione circa l’utilizzo delle due metodologie generali, poiché i ricercatori in genere combinano entrambe le metodiche, molto dipende non solo dal percorso accademico del ricercatore, ma anche dall’obbiettivo che la ricerca ha come punto focale e finale. La metodologia quantitativa è deduttiva e distaccata, quella qualitativa al contrario è induttiva e necessariamente basata sul coinvolgimento.
Il metodo etnografico e auto-etnografico porta con sé anche notevoli rischi, a dimostrazione della forte presenza umana sulla ricerca, e man mano che ci si sposta su fenomeni fortemente critici e dalle variabili ambientali e territoriali senza nessuna copertura in termini di tutela e protezione, può costare persino la vita come è accaduto a Giulio Regeni, brillante ricercatore, brutalmente torturato e assassinato in Egitto dal regime di Al Sisi, vicenda tanto dolorosa quanto inenarrabile per crudeltà e criminosità, storia che ancora oggi non ha colpevoli e che registra persino l’ostruzionismo politico di un governo che ne nega la valenza culturale, storica e umana della vicenda, raccontata nel docu-film Tutto il male del mondo, per il quale sono stati negati addirittura i fondi, a dimostrazione che la deriva negazionista ormai permea l’intero sistema ed è sistema.
Ogni ricerca sociale, soprattutto qualitativa non è mai uguale ad un’altra, è unica nel suo genere o tipologia, ma vi è di più, non è mai uguale a sé stessa a distanza di tempo, poiché ogni fattore umano e ambientale non sarà mai identico a quello cristallizzato al momento della prima stesura, poiché lo studio dei fatti sociali in quanto umani sono necessariamente dinamici e mai statici.
Francesco Caliò
Riferimenti bibliografici
- C. Barnao, L’osservazione partecipante per la comprensione dei fenomeni di marginalità sociale, in Salute e Società, Fascicolo 2007/2, Franco Angeli, 2007.
- C. Barnao, Auto-etnografia carceraria: sopravvivenza, studio e cura del sé dietro le sbarre, in Fascinazione criminale, Rubettino, 2025.
- C. Barnao, G. Gargano, Tracce di auto-etnografia, in Processi di risocializzazione dal clan al carcere, Rubettino, 2023.
- C. Barnao et altri, Laurearsi in carcere. Esperienze auto-etnografiche, in Temi, problemi e prospettive del sistema penale, Edizioni Scientifiche, 2022.
- P. G. Corbetta, Metodologia e tecnica della ricerca sociale, Il Mulino, 2026.
- C. De Rose, L. Taddei, Introduzione ai metodi della ricerca sociale, Manuale per assistenti sociali, educatori e operatori di comunità, Maggioli, 2022.
- A. Marradi, Metodologia delle scienze sociali, Il Mulino, 2007.


































