Negli ultimi giorni, il mondo intero sembra aver distolto per un attimo l’attenzione dal Covid-19, concentrandosi su un nuovo avvenimento: la liberazione di Silvia Romano.
Questa notizia è stato un fulmine a ciel sereno che ha fatto discutere parecchio e che sembra aver assunto le caratteristiche di un oggetto di studio di indubbio interesse. Vediamo insieme perché.

Silvia è una giovane ragazza che ha conseguito una laurea in Mediazione Linguistica e che, come molti ragazzi, ha un sogno: fare volontariato in Africa.
La sua determinazione l’ha portata fino in Kenya in cui, attraverso Africa Milele, ha collaborato per la realizzazione di un orfanotrofio destinato a 24 bambini. All’interno di esso, il compito dei volontari era quello di garantire loro le cure e l’istruzione adeguata, per dar loro la possibilità di vivere una vita “normale”.
Ma è possibile parlare di normalità, quando si tocca con mano la povertà che molti di noi sconoscono?
Il 20 Novembre 2018 di Silvia si perdono le tracce. Si scopre che è stata sequestrata da un gruppo di jihadisti somali di al-Shabaab, considerato uno dei dieci gruppi terroristici più pericolosi al mondo.
Seguiranno 18 lunghi mesi di prigionia, vissuta in diversi luoghi ed in solitudine, prima di assistere al lungo abbraccio del 10 Maggio 2020 tra lei e la famiglia. Un ricongiungimento che lei ha sognato, come molti altri connazionali attualmente prigionieri in diverse parti del mondo.
Infatti, sono numerosi i missionari, le associazioni ed organizzazioni che da anni si occupano di svolgere attività di volontariato e sostegno nei villaggi africani. Villaggi in cui il tempo non viene scandito da un orologio, ma dalla luce raggiante del sole e da quella timida della luna.
Dove non esiste la tecnologia e dove i bambini giocano con ciò che trovano.
Dove la vita vale ancora pochi spiccioli.
Purtroppo nel corso degli anni, insieme a queste attività benefiche, contemporaneamente se n’è sviluppata un’altra totalmente opposta: il sequestro con riscatto.

La società nel web: tra haters e sostenitori

La storia di Silvia Romano è soltanto uno dei tanti déjà vu che ci ricordano ciò che da tempo si verifica in alcune parti del territorio africano. Oltre a questa, sono molte altre le vicende ancora avvolte nel mistero e che non hanno avuto, come lei, un punto di ritorno.
Dunque, che tipo di atteggiamento ha assunto la società di fronte questa notizia?
Essa sembra essersi divisa in due fazioni opposte e discordanti tra loro:
da un lato gli haters e dall’altro i sostenitori. Soffermandoci sulla prima categoria, è possibile affermare come gli haters si siano scatenati sui social con frasi misogine, di odio, ma soprattutto di critica.
Di certo, non sta all’opinione pubblica emettere sentenze di giudizio, soprattutto se la conversione all’Islam sia stata spontanea.
In qualunque caso, la maggior parte delle persone ha ritenuto sbagliata questa cosa, dimenticando l’art. 19 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.
Spetta ad inquirenti e psicologi stabilire la condizione di chi sopravvive a questi eventi. Bisognerebbe ricordare, grazie alle testimonianze di molti altri sopravvissuti, quanto sia difficile sopravvivere ad una prigionia, qualsiasi sia la modalità in cui essa si svolge. Le conseguenze possono essere molteplici: depressione, sindrome post-traumatica e disturbi legati al sistema nervoso. Ritornare alla vita di “sempre” non è facile ed è possibile soltanto con l’aiuto dei professionisti e dei propri cari.
Essere sequestrati significa sconoscere ciò che sarà del proprio destino, ma anche essere privati temporaneamente della propria vita e in alcuni casi dell’identità, così come testimoniato in questi giorni da volontari e giornalisti che hanno vissuto in prima persona la situazione.

Silvia Romano torna in Italia


Il “blaming the victim” come processo di colpevolizzazione della vittima



Quando si verificano questi eventi non è da escludersi che l’opinione pubblica possa attribuire alla vittima la responsabilità di ciò ha subito. Tale approccio, denominato “blaming the victim”, consiste nel ritenere la vittima come imprudente e responsabile, attraverso il proprio comportamento, del fenomeno che l’ha colpita (il sequestro, nel caso di Silvia).
In sostanza, ciò si traduce nell’espressione: “Silvia sei partita per l’Africa e te la sei cercata”.
Di questo processo di colpevolizzazione ne sono dimostrazione i vari commenti che si leggono nel web: “Chi te lo ha detto di andare lì? Peggio per te”, “Quanto ci è costato il tuo ritorno?”, “Torna da dove sei venuta, ci hai tradito con la tua conversione”, “Non credo sia stata sequestrata, sta bene e sorride”.
Queste parole, pronunciate con odio ed ignoranza circa i fenomeni legati alle pratiche eseguite dai jihadisti, dimostrano come alcuni individui siano capaci di considerare le vittime come artefici del proprio destino.
Inoltre, praticare il blaming the victim permette all’individuo di proteggersi dall’idea di poter vivere in prima persona ciò che accade ad un altro.
Pertanto, rendere la vittima colpevole e ritenere che le sue azioni siano la causa del sequestro sono due elementi che conferiscono sicurezza a chi giudica.
Chi giudica crede così di vivere in un “mondo corretto”, dove ad un’azione e ad un modo di essere corrisponderà sempre una conseguenza meritevole.
D’altronde, credere che tutto accada senza una motivazione creerebbe nella società un disordine ed un caos tale da rendere gli individui insicuri.
Dunque, per la maggior parte delle persone è più semplice addossare la colpa alle vittime, mantenendo così la propria visione della società come giusta ed equa.
E Silvia, come altri, è un esempio di ciò che oggi fa ancora parte della società: il pregiudizio.

Chiara Grasso

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