Il termine capitalismo sembra aver fatto le sue fortune a partire dai rapporti economici instauratosi tra gli attori; rapporti che, per loro natura, non trovano altro spazio espressivo se non quello dello scambio. Il capitale ha attraversato inoltre una serie di vicende e di trasformazioni che ne hanno svelato forse la sua vera natura; e mentre con il progredire del tempo ha svelato a poco a poco la sua struttura, esso è cresciuto come un mostro contagioso dotato di sistema autopoietico (forse esso stesso è un sistema autopoietico, cioè che si rende autoriproducibile nel tempo) giungendo per intaccare la molteplicità delle dimensioni della sfera della vita umana (che preferirei chiamare, in questo articolo, similmente e alternativamente, esistenza umana). Insomma, si tratta di un capitalismo “abbracciante”. In questo senso, intendo l’espressione – forse un po’ artificiosa – come un meccanismo di integrazione e più precisamente di fagocitazione della vita umana nella sfera del mercato, nella sua logica intrinseca. Prima di approfondire però, qualche definizione; in seguito saranno discusse le accezioni e le problematiche derivanti da questa fenomenologia del capitalismo.

Capitalismo: una definizione

Secondo la formulazione di Werner Sombart (1863-1941), che in parte si richiama a Marx, il concetto di capitalismo dev’essere definito come segue:

Per capitalismo intendiamo un determinato sistema economico con le seguenti caratteristiche: è un’organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due diversi gruppi di popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione, che contemporaneamente hanno la direzione […], e i lavoratori nullatenenti e che è dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico. [1902; trad. it. 1967, 195].

Ora, da questa definizione emergono diverse dimensioni del concetto di capitalismo, ovvero che:

  • si tratta di un’economia di scambio, ciò la distingue nettamente da un’economia di condivisione come il comunismo, che significa appunto “mettere in comune”: mezzi di produzione, beni, o oggetti di altra natura;
  • si scambiano sul mercato prestazioni lavorative, ciò vuol dire che anche il lavoro diventa merce in quel processo che Marx chiama di “feticismo delle merci” e che Marcuse concettualizza come “principio della prestazione”;
  • l’accumulazione del profitto è il criterio cardine orientante l’attore imprenditore che lo accumula all’infinito per massimizzare il suo utile;
  • esso è informato a criteri di razionalità economica – la razionalità calcolante tanto cara ai filosofi della Rational Choice – la quale, per parafrasare Immanuel Kant, non si cura del fine in sé, ma è ossessivamente concentrata sui mezzi più efficaci da adeguare al fine di accumulare, come dicevo poc’anzi, il capitale da reinvestire.
Werner Sombart

Passata questa breve scorsa al concetto di capitalismo, possiamo passare nel merito della questione: il capitalismo è nato, si è evoluto, si è trasformato e, nel suo divenire incessante, ha portato dietro a sé una serie di atteggiamenti, riflessioni, analisi, sistemi di pensiero che hanno costituito lo sforzo principale per interpretare una delle strutture più radicate nel sistema sociale di tutti i tempi.

Il connubio tra tecnica e capitalismo

È ormai noto che il capitalismo fa uso di tecnica e tecniche. La prima come reificazione delle potenzialità umane; le seconde – si noti: al plurale! – intese come sofisticati processi di raffinamento dei mezzi sui fini, i quali, come sappiamo, sono potenzialmente illimitati. Le trasformazioni tecnologiche che hanno investito il raggio d’azione del capitalismo non hanno solo dato origine a un “esercito” di prototipi e dispositivi di tecnica e tecnologia, piuttosto si è verificata un’”invasione”, per richiamarmi al linguaggio militare, di modi di pensare non solo tecnici ma alquanto tecnologici. Se vogliamo distinguere la tecnica dalla tecnologia, dobbiamo richiamarci a una distinzione classica che può sempre venire comoda nell’analisi dei rapporti economia-società. Questa distinzione tra tecnica e tecnologia ci permette di cogliere la differenza che intercorre tra la materia e la riflessione sulla materia stessa. Infatti, il connubio tecnica-capitalismo non si comprende affatto a partire dall’oggetto della riflessione, ma richiede l’ulteriore sforzo di guardare a una prospettiva “tecnologica”; si tratta, cioè, di una riflessione sistematica sugli esiti e le vicende che investono la materia magmatica dello sviluppo tecnico. Il capitalismo ha fatto di questa riflessione sui mezzi una questione di scienza; più precisamente di “scienza industriale” prima e di “scienza finanziaria” poi, per raggiungere uno stadio di sviluppo e di “resistenza” più roccioso, cioè cementificando quelle strutture base che ne permettono il funzionamento (il profitto sulle spalle della diminuzione dei costi, specie del costo del lavoro) e liquefacendo i propri mezzi (i grandi centri produttivi sono delocalizzati, le sedi dove risiede il “signor capitale” viaggiano a tutta velocità con la finanza).

Alcuni esponenti della Scuola di Francoforte

La scuola di Francoforte

Lo stile filosofico di Adorno, Horkheimer, Marcuse e altri della teoria critica si può dire abbia fatto scuola a riguardo. Il concetto di capitalismo, questo oggetto d’analisi assai complesso, rappresenta uno degli snodi cruciali del loro filosofare. Il pensiero di questi autori ha finito per generare un forte dibattito sulle tendenze del capitalismo, ma ciò che è bene sottolineare è la sua propensione trasformativa. Da momento che l’Istituto di Ricerca Sociale di Francoforte fu chiuso per opera dei nazisti, Adorno e altri autori trovarono rifugio in America, negli Stati Uniti, culla della libera concorrenza e dello sviluppo capitalistico (a parte è il caso di stato produttore/interventista col New Deal di Roosevelt, ma erano già tempi passati); da quella esperienza rimasero sorpresi e maturarono una crescente conoscenza dei meccanismi del capitalismo – dai falsi bisogni alla società dei consumi, dai mass media al controllo sociale –, in cui avvertirono già ai tempi una crescente sensibilità l’”invasione” del capitalismo che andava ad intaccare diverse sfere della vita quotidiana. Il loro contributo è così denso che non può essere sintetizzato in questa sede, ma vale la pena prendere in esame qualche spunto della Dialettica dell’Illuminismo.

Illuminismo totalitario

Nell’opera Dialettica dell’Illuminismo (Dialektik der Aufklärung), contro il sentire comune, anche in ambiti accademici, il filosofo T. Adorno insieme al suo collega M. Horkheimer, attaccano la visione che tradizionalmente si attribuisce all’Illuminismo. Gli autori, per farla breve, sostengono la tesi per cui è da ricercare nell’epoca dei lumi l’origine di molti processi di controllo sociale, di strumentalizzazione della ragione calcolante (ragione strumentale), di dominio dell’uomo sulla natura e perfino dell’autoritarismo proprio dei fascismi. Dunque, in questo quadro che posto occupa il capitalismo? Ebbene, secondo i due autori il capitalismo non sarebbe stato altro che rinforzato e rinsaldato da quelle che ne erano le condizioni storiche: attenzione maniacale al processo di dominio della ragione sulle cose e, successivamente, persino sugli individui. Questa attenzione crescente per il controllo dell’individuo è attribuibile, dicono i due, a un caposcuola che ne ha fatto la scienza nova: Francis Bacon.

La Dialektik, invece, è la mera espressione dello sviluppo, tramite negazioni continue e affermazioni successive, della realtà capitalistica. Anche se, è vero, che Adorno e Horkheimer la riferiscono piuttosto all’Illuminismo, però anche il capitalismo, da fenomeno confinato alla sfera dello scambio, e dunque dell’economia, si è progressivamente (e dialetticamente) espanso fino a lambire (e ad abbracciare) sfere più ampie della vita, con i relativi effetti di retroazione. Per questo motivo, fondamentalmente, ho scelto di azzardare una denominazione così artificiosa. Ma, dopotutto, non era Karl Jaspers che, nella sua riflessione esistenzialistica sull’essere, lo chiamava un Umgreifende, il che equivale a dire “un tutto abbracciante”. Ecco, il capitalismo nei suoi ultimi sviluppi assume proprio queste caratteristiche.

Processi di fagocitazione: il capitalismo “abbracciante”

Ora resta da domandarsi: quali valori abbraccia il capitalismo? In origine, alla figura del capitalista era affiancata l’idea del possesso, materialmente inteso, del capitale e dei mezzi di produzione. Non che oggi non sia più così, ma, per quanto riguarda il capitale, si è evoluto con la finanziarizzazione di esso; quanto ai mezzi di produzione, con la rivoluzione post-industriale si sono trasformate anche le modalità attraverso cui produrre la ricchezza stessa: i mezzi si sono dematerializzati in risorse intellettuali: idee, progetti, saperi e conoscenze, capacità creative, ecc. Per cui si assiste a un complesso insieme di processi di fagocitazione. Cosa vuol dire? Che la maggior parte delle sfere della vita – se non tutte, ma non vorrei azzardare… – sono state risucchiate dalla logica e dai valori del capitalismo. Infatti, da questa breve scorsa abbiamo capito che i valori che il capitalismo produce e perpetua corrispondono a:

  • il verbo avere (all’infinito), proprio perché il desiderio del capitalista è di mantenere inalterata la propria posizione economica e non scalare in basso nella gerarchia sociale; il suo obiettivo è, lo sappiamo, battere la concorrenza e ottenere un profitto;
  • il verbo dovere, perché lo schema d’azione del capitalista è guidato dall’imperativo ad infinitum del lavoro come “vocazione” (Beruf) o, in alternativa, come “fiuto per gli affari”, e qui potremmo aggiungere il verbo investire al vocabolario del capitalista;
  • il verbo piacere, perché il prodotto del capitalista non deve inseguire il piacere, ma deve produrlo;
  • il verbo apparire, perché il prodotto del capitalista, grazie agli esperti di marketing prontamente assoldati dalle imprese, non deve essere utile, né soddisfare un bisogno, neppure duraturo e di qualità, al contrario esso deve apparire tutte queste cose insieme e, come per il piacere vale la stessa logica, il prodotto deve produrre tutte queste cose insieme: utilità, bisogno, ecc.

Tutte queste categorie analitiche – avere, dovere, piacere, apparire – sono interconnesse e costituiscono la base per i processi di fagocitazione; voglio dire che siamo di fronte al fatto che il capitalismo ingloba le sfere umane sopracitate in modo pressocché totalitario e totalizzante, esso, per dirla in altre parole, abbraccia la vita umana in modo “soffice”, non si oppone ad essa; esso le viene incontro per sollecitarla, scuoterla, modellarla. È per questo che lo abbiamo chiamato “abbracciante” e non “fagocitante”. Sostanzialmente perché, mentre nel secondo caso il processo è, per così dire, “naturale” per come stanno le cose, nel primo caso è lampante il richiamo all’idea di un’intenzionalità di fondo – come se il capitalismo e i suoi prodotti avessero un’anima, uno spirito del mondo alla Hegel – e che sia in grado di agire autonomamente e per suo conto seguisse una sua logica interna e intrinseca.

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